Gli anni del boom economico che cambiano lavoro e famiglia

di Nel 1956 il segretario del Partito comunista dell'Unione Sovietica, Nikita Chruscèv condannò pubblicamente i crimini di Stalin, ma in ottobre in Ungheria scoppiò una rivolta contro il regime comunista e l'Urss invase il Paese. Anche nelle più sperdute sezioni del Pci si cominciò a discutere sul sistema sovietico e sulla democrazia all'interno del partito: tra il 1956 e il 1957 il Pci perse oltre 400mila iscritti. Anche la Chiesa dovette affrontare una grande novità: Pio XII morì nel 1958, dopo quasi vent'anni di pontificato, e gli succedette Angelo Giuseppe Roncalli, Giovanni XXIII. Il nuovo Pontefice manifestò subito la volontà di rinnovamento convocando il concilio Vaticano II, che si aprì a Roma il 21 ottobre 1962 e tentò di far nascere una Chiesa più aperta, più democratica, fiduciosa e caritatevole.
Intanto anche l'Italia viveva il Boom, o «miracolo economico»: una vertiginosa crescita della ricchezza e del benessere che si verificò in Europa tra il 1957 e il 1963. Il fenomeno fu dovuto alle risorse e alla tecnologia che si svilupparono nei primi anni Cinquanta, al bassissimo costo della manodopera, alla ristrutturazione del settore siderurgico, alla politica energetica avviata da Enrico Mattei, presidente dell'Eni; ma forse, soprattutto, dalla fine del protezionismo doganale. Nel 1951 il lavoro agricolo occupava il 42,2 per cento della forza lavoro, nel 1961 soltanto il 30: una contrazione destinata a stravolgere il Paese. Il Nord si staccò ancora di più dal Sud, che divenne un serbatoio di manodopera per il Settentrione. Negli anni Sessanta anche la famiglia si trasformò, anzitutto come dimensione: nel 1951 era composta in media da 4 membri, nel 1971 da 3,3. Per effetto della legge Merlin, nel 1958 vennero chiuse le case di tolleranza, senza che la prostituzione fosse regolata in altro modo. Era la tipica ipocrisia per cui, negando il Male, lo si annulla, anche avendolo sotto gli occhi. Neanche le elezioni di quell'anno portarono grandi novità: l'elettorato, soddisfatto del miracolo, non voleva turbamenti politici: la Dc passò dal 40,1 al 42,4 per cento; il Pci dal 22,6 al 22,7; il Psi dal 12,7 al 14,2; l'Msi dal 5,8 al 4,8; i monarchici dal 6,9 al 4,9. La calma era solo apparente, perché nella Dc Amintore Fanfani, segretario del partito dal 1954 e presidente del Consiglio dal luglio 1958, voleva cambiare strategia e portare i socialisti al governo. Invece la destra democristiana, con le gerarchie vaticane e le organizzazioni cattoliche, non voleva la cosiddetta «apertura a sinistra». Il governo cadde, costringendo Fanfani alle dimissioni anche dalla segreteria del partito (gennaio 1959).
All'ennesima crisi, nel febbraio del 1960, il presidente Giovanni Gronchi chiamò a formare il governo Fernando Tambroni, che nella Dc aveva sempre avuto un ruolo minore, e passava per un campione della legalità e dell'ordine. Il 26 marzo 1960 Tambroni costituì un «monocolore» democristiano contando sui voti missini per la fiducia, che ottenne. All'epoca ciò costituiva un crimine di «leso antifascismo». Fra la fine di maggio e l'inizio di giugno ci furono tumulti a Palermo e a Bologna, e Tambroni ordinò alle forze di polizia di reagire con una violenza ormai dimenticata. Per protestare contro il congresso dell'Msi che si era deciso di tenere a Genova, «città martire della Resistenza», il 30 giugno 1960 per le vie del centro ci furono scontri violentissimi, mentre sommosse scoppiavano in tutta Italia. Tambroni ordinò alla polizia di sparare sui manifestanti, in caso di necessità: il bilancio fu di una decina di morti e numerosi feriti. Dopo le forzate dimissioni di Tambroni, venne richiamato a formare il governo Amintore Fanfani (1962-63), che ottenne l'appoggio di repubblicani e socialdemocratici. I socialisti, invece, si limitarono a un appoggio esterno. Il centrosinistra doveva ancora aspettare, ma per poco.
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