Anno 2008, fuga dalla città di Eduardo

Fra il 1840 e il 1940, si trasferirono nel Nuovo Continente circa venti milioni di italiani, gran parte dei quali si imbarcò nel porto di Napoli. Aumento della popolazione, crisi dell'occupazione, decadenza dell'artigianato, eccesso di mano d'opera, cattivi raccolti, carestie, determinarono il flusso di milioni di «cafoni» verso terre straniere, prima fra tutte l'America, le quali presentavano condizioni opposte, e cioè scarsa popolazione, ricchezza di risorse economiche non sfruttate, forte richiesta di mano d'opera, leggi favorevoli a chi intendeva colonizzare terre ecc.
Prima di partire, sulla nave si consumava «l'ultima sfogliatella», «l'ultimo babà»; sul molo i congiunti sventolavano fazzoletti, sollevavano neonati per aria. Molti emigranti avevano portato con sé un gomitolo di lana, lasciandone un capo nelle mani di un parente; quando il bastimento lentamente si muoveva, i gomitoli si svolgevano, si tendevano sempre più, infine cadevano in mare: era il distacco definitivo.
La maggioranza di quegli emigranti, Napoli non l'avrebbe più vista; la speranza di ritornare (e arricchiti) la cullavano in pochi, ed è per questo che in molte lettere si domandava ai congiunti di spedire «un po' di terra d'Itaglia, per metterla nela mia Tomba».
Se nell'Ottocento, lasciare Napoli era una tragedia, nell'anno di grazia 2008 è un augurio, addirittura un «sogno» per molti. L'invito (il grido) di Eduardo a lasciare la città (fujtevénne a Nàpule), raccolto negli anni da intellettuali e artisti, è più che mai valido, anzi: è più giustificato oggi che ai tempi del drammaturgo. Da Achille Lauro a Bruno Milanesi, da Maurizio Valenzi a Mario Forte, da Pietro Lezzi a Nello Polese, nessun sindaco di Napoli ha tanto mal governato la città quanto Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino. Al suo insediamento a Palazzo S. Giacomo (1993), Bassolino cambiò (in parte) il volto di Napoli: non era Rinascimento - come si disse - ma insomma, la città trasse non so che respiro di sollievo. Poi una serie di errori, di «atti ed omissioni» clamorose, che cangiarono in Medioevo la presunta Rinascenza. Spese folli per sostenere iniziative che non hanno portato alcun beneficio alla città: 334.000 euro per l'Osservatorio sul nocciolo, 244.000 euro per un convegno sulla sostenibilità ambientale, 10.000.000 di euro per il museo Madre, svariati miliardi di vecchie lire per un corso di veline, e altri miliardi per opere d'arte che definire schifose è poco. In ultimo la vergogna planetaria dell'immondizia.
I napoletani sono allo stremo, ed escogitano singolari forme di resistenza. C'è chi fa provviste e si tappa in casa, deciso ad uscire solo ad emergenza rifiuti terminata; chi - come Gennaro Capodanno, Presidente dei Valori collinari - si «dimette» da cittadino di Napoli chiedendo «asilo politico a tutti i Paesi del mondo»; chi scrive ai politici del Canton Ticino chiedendo ospitalità e citando l'alta incidenza di malformazioni genetiche nelle zone della città più colpite dalla calamità rifiuti; chi firma una petizione indirizzata al presidente della regione Lombardia, Formigoni, per chiedere la cittadinanza lombarda.
Molti vorrebbero fuggire da Napoli, imbarcarsi su bastimenti (aerei, treni, auto) pe' terre assai luntane. È giusto? È moralmente accettabile che uno lasci la propria terra soprattutto se è persona d'ingegno e di cuore? Ecco come risposero tempo fa il primo cittadino di Napoli e il governatore: «Andar via da Napoli è la cosa più sbagliata e vigliacca che si possa fare». «Fuggire da Napoli? Niente di più sbagliato. Al contrario, bisogna rimanere qui e cambiare ancora di più di quanto sia già stato fatto negli ultimi dieci anni e che è sotto gli occhi di tutti: napoletani e turisti».
Già, sotto gli occhi di tutti: 8.500 tonnellate di pattume disseminate per le strade, Everest e K2 di munnezza davanti ad uffici, scuole, ospedali, camposanti, negozi - e a tale proposito c'è da registrare la decisione di Marinella, il «re della cravatta», di abbassare le saracinesche per rialzarle non si sa quando - che richiamano più topi di quelli del pifferaio di Hamelin.
Capisco chi lascia la città, e gli auguro buona fortuna. Non sono tra quelli che li condannano, tra quelli che dicono: «il fujtevénne non è una soluzione» (Arbore) «il divorzio da Napoli risolve un problema personale ma danneggia la città» (Casavola) «se andiamo via resta solo la giustizia della mala» (Luca De Filippo) ecc. Al di là della retorica, c'è la realtà, e la realtà dice che a Napoli si vive (e si muore: vedi business dei funerali) male e non c'è futuro per i giovani. Pertanto il desiderio di una vita migliore è più che giustificato.
Per convincere a restare, servirebbero atti concreti. E al momento, di atti concreti c'è solo questo: che Bassolino e Iervolino sono più che mai risoluti a restare in città.