Antiseri: "Noi proponiamo, i politici ci ignorano"

Ieri sulle pagine del <em>Giornale</em> Vittorio Macioce <strong><a href="/a.pic1?ID=312605">ha lanciato una provocazione</a></strong> ai grandi maestri del liberalismo italiano: perché in un momento come questo, di forte crisi economica, restano in silenzio? Oggi risponde Dario Antiseri: &quot;Difendere il mercato esige un rigore ascetico&quot;

Milano - Dario Antiseri è uno dei più noti filosofi italiani (leggi la scheda), a partire dalle sue molte opere di divulgazione. È anche uno dei più importanti pensatori liberali del nostro Paese, che ha portato a una vera e propria riscoperta del pensiero di Karl Popper e della scuola di Vienna. Abbiamo chiesto il suo parere sul silenzio dei liberali «denunciato» ieri su queste pagine da Vittorio Macioce.

Professor Antiseri, perché i liberali italiani non sono riusciti a costituire una “rete”, a svolgere un ruolo influente nella politica italiana, proprio in un’epoca in cui tutti si dichiaravano pro mercato?
«Io come tanti altri liberali in questi anni ho lavorato eccome, culturalmente abbiamo prodotto, scritto molto. Io stimo Vittorio Macioce ma quando dice che sono disilluso e avvilito, e non parlo, si sbaglia. Io magari sono disilluso ma non certo avvilito. Quanto al parlare: parlo continuamente. Forse il problema è che giornalisti, politici e mezzi di informazione nemmeno se ne sono accorti. Alcuni miei libri come Principi liberali pubblicato da Rubbettino o l’ultimo, L’attualità del pensiero Francescano, sono tradotti persino in arabo o vietnamita. E come me pubblicano Flavio Felice, Roberta Modugno, Carlo Lottieri e tanti altri. Forse il mea culpa dovreste farlo voi giornalisti... Mai nessuna televisione che si sia presa cinque minuti per spiegare la liberalissima idea del buono scuola, che avrebbe innescato la competizione tra istituti scolastici pubblici e privati...».

La questione comunque non cambia. C’è una linea di comunicazione interrotta tra la politica e i pensatori liberali...
«Capita spesso che gli intellettuali, una volta entrati all’interno di un partito, siano costretti a logiche di appartenenza. Invece il partito dovrebbe essere sempre e soltanto una fonte di proposte non una fonte di verità assolute. L’intellettuale liberale non può essere, rubando l’espressione a George Orwell, un “clarinetto” che si fa suonare. Deve per forza analizzare da fuori... La mancata assimilazione però ha un prezzo».

Ma perché il liberalismo non ha mai davvero fatto breccia nel nostro paese?
«È un problema complesso. A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale la Dc ha trascurato la cultura. Dall’altra parte i comunisti hanno creato un sistema egemonico che è durato almeno sino agli anni Ottanta. Non volevano nemmeno farmi pubblicare La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper. Ancora adesso la grande editoria non è apertissima ai temi liberali... E poi c’è una parte del mondo cattolico che è anti liberale. Nel 1954 ci fu un fortissimo scontro politico tra Giorgio La Pira e don Sturzo. Vinse La Pira e quella parte della Dc che era più statalista. Questo ha influito molto sul dopo...».

Ma cos’è che nel liberalismo non piace. Che cosa lo rende meno appetibile di altre ideologie?
«Il liberalismo esige ascetismo, perché il liberale deve essere convinto nell’intimo che tutti hanno gli stessi diritti. Deve essere assolutamente convinto di questo. È difficile accettare davvero che tutti siano egualmente liberi, abbiano gli stessi diritti. Scattano gli egoismi dei singoli, gli egoismi corporativi, gli egoismi di gruppo...».

Visto che questa crisi sta provocando una fuga all’indietro e tutti invocano lo Stato... Non la preoccupa la possibilità che quelle idee liberali, finite sulla bocca di tutti, adesso finiscano in cantina?
«Non credo. E non sono molto preoccupato di quelli che smettono di dirsi liberali: non basta dirsi liberali per essere liberali. Mi preoccupano più altre cose come il fatto che non si faccia una politica seria sulla scuola. Non investiamo sul futuro: le buone fortezze, quelle che resistono agli assedi, sono quelle con una buona guarnigione... E su questo per me non stiamo lavorando bene».

E cosa risponde ai molti che accusano il liberalismo di essere la causa della crisi?
«Non è colpa del liberalismo. È colpa di chi ha infranto le regole del libero mercato, di chi ha infranto i principi etici del liberalismo. Non si può giocare con il mercato: è una cosa delicata. Per intenderci, fatti come il falso in bilancio non sono questioni da niente... Il problema è che non bisogna confondere la malattia con il medico. Io credo fermamente che il liberismo sia la cura, e non va confuso con altre cose».

Quali sono i concetti forti attorno a cui andrebbe costruito un liberalismo per il secondo millennio?
«Non penso si debbano inventare nuove idee ma piuttosto riflettere su come calare le idee in questa nuova realtà. I principi base sono pochi ma non vanno dimenticati. In primo luogo, come diceva Thomas Jefferson, il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. Poi gli intellettuali, come dicevo prima, devono evitare di diventare dei “clarinetti” che si fanno suonare. Peggio ancora quando ci si fa applicare dei bavagli spalmati di miele... E insisto, il futuro dipende moltissimo dal tenere in piedi il nostro sistema scolastico. E io ho l’impressione che lo stiamo mettendo a rischio, anche demonizzando la categoria dei docenti...».

A proposito di scuola e di università lei è stato un grande divulgatore. È contento di come i suoi allievi hanno recepito i suoi insegnamenti liberali?
«Di alcuni sì, di altri meno. In linea generale molti li sento e mi ricordano con gratitudine. Alcuni sono andati all’estero e sinceramente non vedo perché dovrebbero rientrare per ritrovarsi a fare i ricercatori a cinquant’anni. E come vede siamo tornati all’istruzione e alla ricerca... Liberalismo è far competere per la qualità. Una competizione collaborativa che metta in movimento le idee. Questo è il nodo più che la crisi internazionale...».