Appalti, Piscicelli in prima fila per l’Abruzzo

L’icona della sciacallaggine che banchetta con le disgrazie altrui è tutta in quella telefonata stile Quentin Tarantino, quella col mostruoso particolare della risata notturna, nel letto, perché ogni frantume del terremoto si trasformerà in denaro nelle tasche dello sciacallo. L’icona della iena ha il nome multiplo di Francesco Maria De Vito Piscicelli, 47 anni, «don Vito» per gli amici, napoletano di antica famiglia (forse un lontano legame con la casata dei De Vito Piscicelli, prime tracce nel XIII secolo), figlio e nipote di costruttori, direttore della Opere Pubbliche e Ambiente Spa, società con due sedi operative, una a Napoli, l’altra a Roma, in via Margutta 3, la via degli artisti.
L’azienda di Piscicelli, per non farsi mancare nulla, è partner di Consorzio Stabile Novus, una società che secondo il Ros raccoglie anche imprese a cui sono interessati personaggi «contigui a strutture criminali di stampo mafioso finalizzate al controllo degli appalti pubblici». Tra gli «sciacalli del quartierino» è lui, don Vito, ad essere passato per il più cinico, il cattivo della situazione, la maschera più pulp fra tutte, per via di quella battuta raggelante («io ridevo stamattina alle 3 e mezza», la notte del sisma) raccontata dalle intercettazioni dell’ordinanza.
Va detto però che la scena turpe si è arricchita di un giallo altrettanto squallido che intorpidisce ulteriormente il tutto: lo scaricabarile tra parenti. L’imprenditore De Vito Piscicelli sostiene di non essere stato lui, ma il cognato, a ridere quella notte presagendo gli enormi guadagni della ricostruzione dopo la notizia di «sta roba del terremoto». «Io ho detto solo vabbuo’, vabbuo’. Ero inorridito anch’io quella mattina quando ho sentito quella frase. È il suo solito linguaggio cinico da torinese dissacrante che usa anche con suo figlio. Per causa sua non vedo più mia sorella e mia nipote. Non ho neanche ben capito che cosa fa nella vita». Il cognato Pierfrancesco Gagliardi però ha rinfacciato a sua volta, come si usa tra parenti-serpenti: «Io sono solo la vittima, il Fantozzi della situazione. Lo consideravo uno di famiglia, ma se fa così vuol dire che ha la coscienza sporca. Sarà giudicato non solo dall’opinione pubblica ma anche dal giudice. L’ho già querelato perché gli ho prestato centinaia di migliaia di euro e attendo ancora la restituzione. Con lui ho avuto il solo torto di presentargli una persona per aiutarlo nella sua attività».
A prescindere dalla reale paternità della risata notturna, a restituire il senso generale della coppia di cognati sono alcuni passaggi telefonici, dove i due si fregano le mani per le dimensioni della catastrofe abruzzese e per l’auspicata lentezza dei lavori di ricostruzione (più durano, più si lucra). Come questa: «Gagliardi: ... senti un po’ ma... tu vuoi fare... un bel... un bell’appalto sul lago di Garda... da sette milioni di euro... o è troppo lontano... è una rottura di c... ». Piscicelli: «... no... lascia perdere... mo’ c’è il terremoto da seguire... la prossima settimana devo dare sei escavatori... venti camion... ». Gagliardi: «... uhm, uhm... certo lì adesso ci fanno carne da porco lì... ». Piscicelli: «... eh là c’è da ricostruire dieci anni...». Come dire, dieci anni di mangiatoia in Abruzzo (ma non erano stati esclusi?), e se poi la gente rimane nelle tendopoli chi se ne frega.
A poco è servita la lettera aperta scritta da Piscicelli agli aquilani («scrivo perché sono un padre, scrivo perché sono un marito, scrivo perché sono un uomo! Anche se sono innocente mi scuso!»), perché più emblematiche - per sua disgrazia - continuano a rimanere le intercettazioni, dove don Vito non esce tanto come padre, marito e uomo, ma come sciacallo.
L’ultima, precedente a quella della risata, è nelle carte della Procura di Firenze. Ed è ancora lui, ancora al telefono col cognato. Piscicelli, sopra le righe, racconta un altro quasi-successo: taroccare l’indice di rischio sismico della Scuola marescialli di Firenze, portandolo da 1 a 1,4, in modo da ottenere altri lavori in appalto. «Se solo ci penso io mi eccito. Sono i lavori più belli del mondo. Minimo minimo sono altri 150 milioni». Iene come in un film di Tarantino, forse solo un po’ peggio.