«Arrestate l’imam rapito e gli 007 della Cia»

Il nordafricano era al centro di una fitta trama di personaggi coinvolti nella jihad

Stefano Zurlo

da Milano

Vittima di un sequestro senza precedenti, realizzato dalla Cia per le strade di Milano. Ma anche reclutatore e indottrinatore di primissimo piano delle leve terroristiche votate alla causa di Al Qaida. Abu Omar, egiziano, classe 1963, rifugiato politico in Italia dal 1997, oggi è un punto di domanda: non si sa se sia vivo, forse è sparito in qualche carcere egiziano o è stato ucciso. Intanto, la magistratura milanese ricostruisce la sua storia e la storia del suo rapimento: il gip Chiara Nobili ha firmato l’ordine di arresto per 13 agenti della Cia che nel 2003 fermarono Omar in via Guerzoni a Milano, lo caricarono su un furgone, lo fecero sparire; contemporaneamente il gip Guido Salvini ha accolto la richiesta della Procura che gli chiedeva un ordine di custodia pure per il nordafricano.
Quattordici arresti sulla carta, nemmeno uno eseguito in concreto. È questo il punto di arrivo di un’indagine difficile e spinosa sul piano diplomatico che ruota intorno all’incredibile episodio accaduto a Milano. È il 17 febbraio 2003: Abu Omar viene prelevato a forza. Il prigioniero viene trasferito in Friuli, nella base americana di Aviano. Qui è già pronto un aereo, un Learjet, della Cia che lo trasporta a Ramstein, in Germania. Con un altro aereo, di proprietà della squadra di baseball dei Red Sox, il presunto terrorista viene portato in Egitto, al Cairo. La mattina dopo il sequestro Abu Omar è già nelle mani della polizia egiziana che lo sottopone a lunghe, crudeli torture. Poi il 20 aprile 2004, dopo oltre un anno di detenzione durissima, Abu Omar ottiene una sorta di libertà vigilata ad Alessandria d’Egitto. I patti sono chiari: Abu Omar deve mantenere un basso profilo, insomma farsi i fatti suoi e parlare poco. Invece parla tanto, telefona più volte anche in Italia, riannoda rapporti. Fa troppo rumore. E a maggio 2004 sparisce una seconda volta: il suo destino è avvolto nel mistero.
L’indagine della Procura di Milano su di lui, già sotto controllo da tempo, va però avanti e gli inquirenti scoprono le trame illegali degli agenti speciali americani. Hanno agito quasi alla luce del sole, hanno utilizzato ben 17 telefonini italiani, hanno pagato regolarmente la loro permanenza nei più lussuosi alberghi milanesi nei giorni del rapimento. Insomma, hanno seminato ovunque indizi e tracce del loro passaggio, forse perché convinti di godere di totale impunità.
La Procura chiede ben 19 ordini di custodia, il Gip ne concede solo 13, cominciando dal capo della Cia a Milano, Robert Seldon Lady, detto Bob. La sua casa, ormai vuota da settimane, viene perquisita. Troppo tardi. «Il sequestro di Abu Omar - scrive Salvini - non solo è stato illegale avendo violato gravemente la sovranità italiana, ma è stato anche un atto nefasto e inquinante ai fini dell’efficacia della complessiva lotta al terrorismo». Gli americani hanno sottratto «un importante indagato all’autorità giudiziaria». Siamo dentro una storia bruttissima, da tutti i punti di vista.
Abu Omar non è un personaggio qualsiasi: «Era ritenuto - scrive Salvini - un esponente dell’organizzazione terroristica egiziana Jama’a al Islamiya e vantava esperienza di militanza nei movimenti integralisti islamici maturata durante alcuni anni trascorsi in Afghanistan. Nel 1996 si era recato in Albania». Nel 1997 arrivò in Italia, a Roma, nel 2001 a Milano, dove diventa l’imam della moschea di via Quaranta. Predica la jihad contro i miscredenti. Le intercettazioni ambientali, disposte già nel 2002 dalla Digos negli uffici di via Quaranta, mostrano il suo spessore. L’egiziano risulta al centro di una fitta trama di rapporti con personaggi che torneranno puntualmente nelle numerose indagini sul terrorismo internazionale. L’11 aprile 2002 il tunisimo Ben Abdelaziz Hammadi, poi arrestato a sua volta, gli dice: «Ti do una bella notizia, stamattina in Tunisia hanno fatto un attentato e sono morte diverse persone». Abu Omar commenta da par suo: «Gli autori dell’attentato sono amati da Dio». Per la cronaca, la strage è quella alla sinagoga di Djerba in cui morirono 19 persone fra cui 14 turisti tedeschi. Il 28 aprile, nota Salvini, «Abu Omar e un misterioso interlocutore commentano entusiasticamente la notizia riportata da un quotidiano egiziano secondo cui gli esiti degli attentati di New York dell’11 settembre erano legittimati e previsti, in senso quasi cabalistico dalla lettura del versetto 109 del Corano». Abu Omar infiamma gli animi: almeno un aspirante kamikaze, forse saltato in aria in Irak, parte da Milano dopo aver ascoltato i suoi sermoni intrisi di odio. Lui promette vendetta ai predicatori, come Adel Smith, umiliati in Italia per il loro fanatismo.
A febbraio 2003, Abu Omar scompare. La Cia lo consegna agli egiziani che, forse, gli offrono una via d’uscita: rientrare in Italia come spia al loro servizio infiltrandosi negli ambienti dell’estremismo più radicale. Lui rifiuta. Viene torturato. Il 20 aprile 2004 improvvisamente telefona da Alessandria a Milano, senza perdersi in chiacchiere: «Sto bene», dice alla moglie. Poi chiede preoccupato: «La polizia italiana ha toccato il mio computer?». Ora i magistrati milanesi vorrebbero interrogarlo. E con lui i suoi rapitori.

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