Arriva l’odio nel paradiso del turismo

Predicatori stranieri diffondono il fondamentalismo tra i 300.000 maldiviani tradizionalmente moderati

La Jihad islamica è arrivata anche nelle Maldive, il pacifico arcipelago dell’Oceano Indiano, che vive di turismo e di buone relazioni con l’Occidente. Tra le 1.200 isole costellate di spiagge di sabbia bianca, paradiso laico dei turisti di tutto il mondo, la vita dei 300.000 maldiviani somiglia sempre più a quella dei loro ospiti. Le bambine godono degli stessi diritti dei maschi e possono giocare liberamente all’aperto, mentre le donne vestono all’occidentale e hanno accesso all’educazione e al divorzio. Ma questo sistema di vita tollerante, ispirato a un’interpretazione moderata dell’islam, sta pian piano sparendo.
Nei villaggi più poveri e remoti le donne si coprono il capo, vestono lunghi abiti scuri e preferiscono non uscire di casa. Mandano i figli nelle moschee, dove sono indottrinati da un numero sempre crescente di predicatori islamici. E gli uomini si lasciano crescere la barba e fanno valere la loro autorità. Nuove grandi moschee sono cresciute un po’ dovunque, finanziate con denaro proveniente da Iran, Kuwait e Libia.
La religione islamica è sempre stata praticata nelle Maldive, fin dal XII secolo, ma da quando è salito al potere il presidente Abdul Maumoon Gayoom, nel 1978, i rapporti tra religione e governo sono diventati più stretti. Nel 1997 l’islam è diventato la religione di Stato e il governo ha dichiarato che le Maldive sono al 100 per cento musulmane sciite.
Le idee radicali vanno sempre più diffondendosi, soprattutto ad opera di predicatori «stranieri», fautori di un’interpretazione fondamentalista della legge islamica, la sharia. In villaggi poveri, dove il tasso di analfabetismo è del 93%, lontani dalla ricca capitale Male, i predicatori usano un linguaggio semplice e argomenti pericolosamente persuasivi per convertire la gente all’islam radicale. I lussuosi alberghi e i ricchi villaggi di vacanza vengono additati come luoghi di perdizione. Il messaggio che l’Occidente è corrotto e decadente trova facile ascolto in famiglie numerose che vivono stipate nei pochi metri quadrati di piccole e misere abitazioni e vivono di pesca e pochissimo riso.
Ad attizzare la rabbia dei locali contribuisce il governo autoritario del presidente Gayoom, che impedisce la formazione di partiti e libere elezioni e si regge su forze dell’ordine che hanno fama di far uso di una violenza brutale e di arresti arbitrari.