Arriva la Valchiria che sfida la maledizione della tecnologia

Stasera in scena l’opera che apre la stagione milanese Sotto esame il contestato uso di soluzioni digitali. Il primo allestimento di Wagner fu ritenuto avveniristico e anche pericoloso

Milano - Non stiamo a scandalizzarci se qualche bell’ingegno viene a proporci di continuo attualizzazioni delle opere di Richard Wagner con alibi tecnologici (e oggi videoproiezioni digitali), e domani chissà. In fondo Wagner - ed eravamo a metà dell'Ottocento - era molto più avanti di tutti, tanto da far apparire i sedicenti innovatori dei giorni nostri portatori di piccole idee rispetto alla grandezza del tema che trattano. Cosima Wagner ci ricorda in alcune sue pagine che il marito, grande camminatore, le disse di aver desunto alcune scene dell’Oro del Reno e della Walkyria durante i suoi pellegrinaggi nelle Alpi svizzere. Sullo Julierberg nei Grigioni egli intravide le figure di Wotan e Fricka: «Là, dove tutto è silenzio, si immaginano gli Esseri che comandano, indifferenti allo scorrere del tempo».

Per intendere meglio la visionarietà di Wagner, veniamo informati che egli aveva pensato come pittore-scenografo niente meno che ad Arnold Böcklin. Il fatto si commenta da solo. Altra notazione che ci conferma quanto Wagner fosse «fuori dal tempo», come i suoi personaggi, è il suo concetto di atemporalità anche riguardo la foggia dei costumi. Fu per questo che si rivolse alla massima autorità del settore, Carl Emil Doepler, professore a Berlino, i cui figurini furono però bollati da Frau Cosima come «assurdità etnografiche». Anche il marito era d’accordo e rimase insoddisfatto quando vide realizzati i costumi. Tutto ciò conferma non solo l’eterna difficoltà nella realizzazione visiva del dramma musicale ma soprattutto la distanza fra l’immaginazione dell’autore e i mezzi in quel tempo a disposizione.

Già nel corso del lavoro per la prima rappresentazione del Ring nella sua completezza ci furono subito ostacoli ritenuti insormontabili. Le figlie del Reno dovevano pericolosamente essere issate su macchinari in movimento per creare la finzione del nuoto nelle viscere del fiume. Le interpreti si rifiutarono, poi affascinate come fanciulle dalla personalità del genio creatore, si sottomisero. E tutto si svolse come Lui aveva pensato. Per quei tempi ci fu anche il problema del «cambio di scena a vista» che nell’opera d’arte totale è la rappresentazione figurativa degli straordinari interludi sinfonici. I responsabili tecnici non avevano allora altri strumenti che far bollire l’acqua dentro enormi caldaie di locomotori, per ottenere vapore, per di più colorato alla bisogna. Di qui proteste dentro e fuori il teatro per i non identificati miasmi che fuoriuscivano provocati dalle ardite sperimentazioni di Wagner e collaboratori vari. Convivevano scenografie idealizzate e guardaroba realistico.

Il modello per il «crepaccio che termina in un elevato giogo rupestre», dove si svolge il secondo atto di Walkyria, fu preso da un affresco, L’assassinio delle vacche del sole, nel ciclo dipinto al Nuovo Museo di Weimar dal paesaggista tedesco Friedrich Preller il Vecchio e ispirato all’Odissea. Invece il cavallo nero di Brunnhilde (Grane) fu addirittura messo a disposizione dal re Ludwig II. Per fortuna si mantenne mansueto come un agnello, seguendo docile la sua padrona durante la complessa scena del duello. Richard Fricke, coreografo responsabile di tutti i movimenti in scena e alter ego registico di Wagner, nelle sue memorie ricorda quel momento, la pugna fra Siegmund e Hunding sull’apice dei picchi montani, avvolti dalle nubi e illuminati da occasionali lampi: «Wotan entra nel momento critico, la spada va in frantumi e Siegmund cade. Brünnhilde riesce a salvare Sieglinde che è rimasta sotto. Grane appare con Brünnhilde. Tutti scompaiono nelle nubi e nel vapore». La celebre cavalcata delle Valchirie fu risolta con la proiezione sul fondale dei disegni di Doepler illuminati dalle lanterne «magiche». Meno riuscito l’altrettanto soprannaturale fuoco magico che circonda Brünnhilde: più che le vampe dantesche che avvolgono la vergine si vide una spasmodica linea di soffi di vapore rossastri sul fondo scena.

Una delle personalità musicali più ostile a Wagner, il pontefice massimo della critica del tempo, Eduard Hanslick, sottolineò che la messa in scena del Ring fu un accumulo mai visto prima di miracoli scenici: «prodigi che prima si pensavano impossibili si susseguivano, uno dopo l’altro, senza pausa». Negò la sostanza: la musica, definendo il dramma wagneriano una serie di effetti senza cause. Molto più saggio il suo collega e compagno nel partito filo brahmsiano, Max Kalbeck che affermò che con Wagner «tutto quello che riguardava la tecnologia scenica aveva fatto un balzo in avanti». Fuori di ogni ragionevole dubbio il Ring era rappresentabile, Wagner dunque aveva una conoscenza senza pari del teatro. E il Creatore di tutto questo? Dopo lo scoramento e la disillusione, ammise le negligenze, anche le proprie. Formulò subito il desiderio di raggiungere il più presto possibile il suo Ideale. È il problema che da centotrent’anni crea discussioni, osanna e censure feroci intorno ad una delle più alte creazioni dello spirito umano.