Arte di regime dalla Corea del Nord

Una pausa dalle nostre abitudini culturali? Una sfida complessa ma a un paio di giorni dalla riapertura, dopo 56 anni, dei collegamenti ferroviari tra Corea del Sud e del Nord, la prova si profila necessaria. Ad uno sguardo limpido invita «Il paese eremita-Arte di oggi dalla Repubblica Popolare Democratica di Corea» una mostra che riunisce per la prima volta una ricca selezione di opere provenienti da uno dei paesi più isolati al mondo. Il progetto, nato da Pier Luigi Cecioni (presidente dell'Associazione culturale studi nordcoreani di Firenze) e Pak Hyo Song (pittore e responsabile del Dipartimento Esteri del Mansudae Art Studio) ha incontrato nel suo farsi Andrea Cattaneo Adorno nel cui palazzo (Via Garibaldi 10 Genova, fino al 17 giugno, ore 10-18) è ordinata la prima tappa di questa mostra itinerante, volta a diffondere la conoscenza di una cultura distante dai trend attuali ormai condivisi anche in quell'area cui appartiene.
Curata da Pier Luigi Tazzi - già curatore alla Biennale di Venezia del 1988 - l'esposizione è uno sguardo ad un fare arte «altro», ove la maggior parte delle istanze maturate dalla nostra cultura si annullano o, quanto meno, si sbiadiscono. Dicotomie quali potenza e atto, arte e artigianato, individuo e collettività vivono in una dimensione lontana da clamori, scandita proprio da quel «fare» che nell'Occidente - non solo geografico - ha perso progressivamente importanza. Superata la prima, inevitabile, considerazione, che grida all'arte di regime, e la distanza a livello formale e concettuale dalle opere in mostra, possono iniziare le danze. Le opere esposte - oli, pitture a inchiostro su carta (Korean paintings) acquerelli, xilografie, jewel paintings (con minerali polverizzati) - sono arte ufficiale, l'unica conoscibile, e provengono dal Mansudae Art Studio, il maggiore centro di produzione artistica del paese. Fondato nel '59 a Pyongyang, conta 4.000 addetti di cui 1.000 artisti (tutti stipendiati) divisi tra tredici laboratori creativi. Pittura, scultura, ceramica, poster o ricamo: ogni arte gode della stessa attenzione e controllo e le opere prodotte sono destinate alla nazione. Non esiste, o quasi, un mercato ma un'arte pubblica - anche anonima e a più mani, come nel Medioevo - figlia della comunità. Niente astratto, informale o concettuale ma solo figurativo, per un linguaggio subito comprensibile e, soprattutto, comunicativo. L'eco del realismo socialista abbraccia la tradizione locale - ricca di modelli iconografici cinesi - ove s'insinuano piccole fessure di cultura occidentale quali, ad esempio, l'uso dell'olio. Ed ecco che ad una natura di cui l'uomo non è mai padrone, si affianca l'universo sociale, ovviamente perfetto e imperituro. Scevro di dolore e contraddizioni perché nelle mani di chi lo ha creato e lo protegge: lo stato, l'esercito, il lavoro. Dal misticismo politico con l'esaltazione dei padri della nazione ai ritratti di operai zelanti e donne militari, dai manifesti propagandistici fino ai calciatori di Corea-Italia al Campionato del Mondo del '66, dopo il quale Pak Tiuk, l'autore della fatidica rete, è stato proclamato «eroe dello sport». Il tutto scandito da impegno, consapevolezza e da quel fuoco che è sinonimo di rivoluzione. È proprio la distanza - acuita da Palazzo Cattaneo Adorno, dall'allestimento curato dal collettivo A12 e dall'immagine curata dal grafico Angelo Plessas - il motivo per una riflessione sull'arte contemporanea nordcoreana «compresente all'arte planetaria in cui viviamo e, quindi, sua ineliminabile componente».