Articolo 18, al via il tavolo tra governo e parti sociali Nuovo "niet" della Camusso

<p>I sindacati a Palazzo Chigi per discutere delle modifiche all'articolo 18. Cgil: è un pilastro di civiltà. Cisl: non ci ossessiona. Uil: non c'entra con la crisi</p>

All'indomani delle dichiarazioni del premier Mario Monti che, intervistato a In 1/2h dall'Annunziata, ribadisce la sua convinzione che l'articolo 18 non sia da considerare un tabù, nel giorno del tavolo tra governo e sindacati, le parti sociali commentano le dichiarazioni del presidente del consiglio. Le risposte sono diverse, da quella di Susanna Camusso, che parla di un "pilastro di civiltà", a quella di Bonanni, che ci tiene a precisare che il suo sindacato non è ossessionato dall'articolo 18, ad Angeletti, che sottolinea che articolo 18 e crisi non sono direttamente legati. E intanto il tavolo prende il via

"Pilastro di civiltà"

"L'articolo 18 non può essere un tabù", diceva ieri il presidente del Consiglio Mario Monti, nella sua mezz'ora dall'Annunziata. Ma la risposta di Susanna Camusso non si fa attendere. "Io penso che dietro questo giochino di dire che l’articolo 18 non deve essere un tabù, si nasconda l’idea secondo la quale per combattere il dualismo del nostro mercato del lavoro si debba intervenire sulle tutele di chi è già occupato". La Cgil, sottlinea il segretario, continuerà a non essere d'accordo con l'analisi del premier: "L’articolo 18 non può essere un tema di discussione né in partenza del negoziato, né a conclusione del negoziato".

"In Italia si pensa che non si possa licenziare per motivi economici - aggiunge -. Invece non è vero. Piuttosto inviterei tutti a una lettura collettiva dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ed esclusivamente dedicato alla tutela del licenziamento senza giusta causa a carattere discriminatorio".

La funzione dell'articolo 18 è quindi soltanto "deterrente", una "norma di civiltà, anche se a qualcuno dà fastidio", una sorta di prevenzione rispetto alla possibilità delle imprese di "discriminare le persone" per il potere maggiore del quale dispongono. E conclude: "Ci presentiamo al tavolo in maniera molto seria e con le nostre proposte. Mi auguro che lo facciano anche gli altri".

"Non è un'ossessione"

La risposta di Raffaele Bonanni, sentito dal Corsera, si discosta leggermente da quella della Cgil. "La più grande riforma economica del Paese è la pacificazione", scandisce il segretario generale della Csil, facendo presente che la questione dell'articolo 18 "non può diventare un'ossessione", soprattutto un'ossessione destinata "ad alimentare contrapposizioni", che non porta da nessuna parte e "fa solo il gioco di chi vuole una piazza arroventata".

Questa mattina Bonanni è atteso a Palazzo Chigi insieme agli altri sindacati, per un negoziato che potrebbe portare a una svolta storica, e sottolinea come "il clima più pacato che si respira", senza "ingiurie verbali e contrapposizioni ha influenzato moltissimo le posizioni delle parti sociali". "Non è un caso - dice - che per la prima volta dopo quattro anni il sindacato abbia stilato un documento unitario con proposte concrete, definite nei minimi dettagli, che noi chiediamo al governo di assumere".

Un accenno anche al mondo del lavoro giovanile e alla "formula più probabile per il loro ingresso", l’apprendistato. Per Bonanni "la si può rafforzare negli incentivi a favore delle imprese e nella formazione effettiva e nell’esito finale che al termine del triennio deve portare, senza se e senza ma, all’assunzione con un contratto a tempo indeterminato".

"L'articolo 18 non centra con la crisi"

Ancora diversa la risposta di Luigi Angeletti. Il segretario confederale della Uil critica le dichiarazioni del premier sull'articolo 18 e sottolinea "che è il governo a farne un tabù". Detto questo però "non ha nulla a che vedere con la crisi. La soluzione alla crisi non sono i licenziamenti senza motivo".

Angeletti dedica qualche parola all'incontro a Palazzo Chigi e ai suoi obiettivi: "Trovare soluzioni razionali ai problemi, sapendo che la riforma del mercato del lavoro potrà facilitare o meno l’occupazione ma non crearla" Serve quindi "una politica della crescita". Due le questioni principali: "L’abuso della flessibilità che si tramuta in precarietà, che succede quando un datore di lavoro usa le partite Iva e i collaboratori a progetto perchè costano meno" e il fatto che "per incentivare le assunzioni lo strumento c’è: i contratti di apprendistato".

Per aumentare l'incidenza dell'apprendistato la via indicata da Angeletti è una: "Far crescere progressivamente i costi dei contratti atipici e abbassare con ulteriori sgravi il costo dell' apprendistato per renderlo più conveniente". A detta del segretario a mancare non è "la flessibilità" e i problemi reali delle imprese sono ben altri,ad esempio "le cause troppo lunghe, anche quelle di lavoro, che fanno perdere 10 anni". E in conclusione Angeletti ribadisce l'importanza della cassa integrazione, proponendo uno stop ai sussidi per chi licenzia.

"Il precariato è la priorità"

Sul tema dell'articolo 18 interviene anche Rosy Bindi, intervistata dall'Unità. L'esponente del Pd commenta a caldo quanto detto da Monti, sottolineando come certo sindacati e esecutivo non debbano considerarlo un tabù ma anche come l'esecutivo debba "fare il primo passo, cominciando da altri temi: precariato, flessibilità e sicurezza" e non cercare di cambiare l'articolo 18 ad ogni costo. "Credo che non si debba toccare - continua -. Ha sbagliato il ministro Fornero a porre questo problema come centrale subito dopo una dura riforma sulle pensioni. Ha indurito le posizioni in campo".

Bisognerebbe puntare invece su "investimenti, abbassamento del costo del lavoro, semplificazione della normativa sui contratti di lavoro che ci allontani dalla giungla creata dalla legge Biagi, nuovi ammortizzatori sociali. Non si può introdurre una nuova flessibilità senza prima metterla in sicurezza".