Da artista per caso a re del ferro battuto

La prima volta che un ex compagno di scuola gli parla dei «riccioli», Bruno Gonzato pensa subito al lavoro delle parrucchiere. Ed anche al volto della sorella Florida. Poi l'amico gli spiega che questi riccioli indicano le volute che decorano le cancellate e le ringhiere in ferro battuto e che nella zona c'è già qualcuno che le produce in serie per poi rivenderle ai fabbri facendo un sacco di soldi. Lui ribatte: «Ma che vuoi che sia, non occorre di certo il genio di von Braun...». E con un solo dipendente dà inizio nel 1971 per puro caso a quel «lavoretto» che avrebbe dovuto procurargli la liquidità per sostenere una cosa molto più seria e cioè la produzione di fuoristrada. Perché quella dei fuoristrada è in quegli anni la sua idea fissa. Finisce invece che, grazie a quel «lavoretto», Bruno Gonzato darà vita ad una nicchia di mercato che non esisteva prima, quella dei componenti in ferro battuto, conquistando in poco più di trent'anni la leadership mondiale. Oggi, commenta, «abbiamo una gamma di trentatremila articoli, in gran parte con una produzione piuttosto limitata. Ci siamo quindi mossi controcorrente: abbiamo iniziato con un'attività industriale, ci ritroviamo ad essere dei grandi artigiani».
Bruno Gonzato è un tizio molto sveglio. Irruento, instancabile, quasi vulcanico. Fuma il sigaro, lavora anche il sabato mattina, è una buona forchetta, spende ogni anno in brevetti 200mila euro. Ha poi una collezione unica al mondo di 200 statuine in bronzo, legno e porcellana che riproducono il fabbro con l'incudine e il martello, ha anche una biblioteca unica al mondo di oltre 170 libri sul ferro battuto, dopo i musei dell'Hermitage e del Prado possiede una delle tre copie del quadro di Luca Giordano dal titolo «La fucina di Vulcano». I suoi cataloghi, in numero progressivo, hanno ormai formato un librone di duemila pagine che rappresentano, dice, «la bibbia del ferro battuto», riconosce di avere una vera passione per quella che chiama un'arte minore, si dichiara «orgoglioso» di avere contribuito alla rinascita del ferro battuto che negli Stati Uniti e in buona parte del mondo era scomparso di scena in quanto sostituito dalla ghisa. Oggi produce 40 milioni di tonnellate all'anno di semilavorati e 12 milioni di lance per le cancellate, i suoi clienti sono generalmente i grossisti di prodotti siderurgici o di ferro ornamentale che a loro volta vendono ai singoli fabbri che assemblano i vari componenti. E i suoi semilavorati, dalle lance ai rosoni, dai fregi alle foglie, dai corrimani ai cerchi, dalle borchie ai paletti, sono all'Eurodisney di Parigi, al Palazzo di giustizia di Roma e al Palazzo presidenziale in Turkmenistan, in molte ville di Hollywood e dei quartieri residenziali di Londra, Saint Tropez, San Pietroburgo. Forse, dice, «anche alla Casa Bianca».
Classe 1947, originario di Marano Vicentino ma cresciuto a Schio, il paese in cui tuttora vive, una sorella maggiore di quattro anni, Florida, che ha un negozio di cappelli a Piove di Sacco, Bruno Gonzato è figlio di un tecnico di impianti per la sterilizzazione del latte che ha conosciuto Costantino di Grecia e Heilé Sélassié. Studia all'istituto tecnico Rossi di Schio per diventare perito meccanico, vince una borsa di studio per gli Stati Uniti e vive per un anno a Indianapolis, rientra quindi in Italia e fa il militare nel genio, ritorna per altri due anni negli Stati Uniti dove frequenta l'Indiana Institute Technology. La malattia del padre lo costringe a tornare a Schio prima di completare gli studi, si iscrive ad architettura a Venezia ma con l'idea fissa di costruire dei fuoristrada grazie ai progetti pubblicati negli Stati Uniti da una rivista di meccanica. Meglio, di costruire insieme al cognato degli anfibi a sei ruote motrici, utilizzati dagli americani in Vietnam. Li ribattezzerà Boomerang, ne produrrà un centinaio, l'unico cliente sarà l'erede di una grande famiglia bavarese ma di origine veneta e dal nome curioso, Peter Pan, il quale è anche amico del potente ministro della Difesa tedesco, Franz Joseph Strauss. E nel 1971, proprio per finanziare la costosa attività dei fuoristrada, Gonzato prende in affitto a Schio un capannone per produrre semilavorati in ferro battuto e chiama l'aziendina India. Meglio Ind.i.a, un nome che abbonda di punti ma che vuole indicare nello stesso tempo il legame con lo stato dell'Indiana e con l'attività dei fuoristrada. Tanto è vero che inizialmente India significa «Industria Italiana Anfibi» e solo nel 1986, quando l'iniziativa dei fuoristrada è finita da tempo, viene modificata in «Industria Italiana Arteferro».
Lavorare il ferro è un mestiere pesante. Un lavoro, ricorderà Gonzato, «duro perché il ferro è duro e perché il martello dopo qualche ora pesa una tonnellata e le vesciche sulle mani non guariscono rilavorandoci sopra». Lui sta in officina fino alle sei di sera, poi manda giù un boccone in fretta e quindi parte con una Giulia verde con l'impianto a gas sino a Foggia per le prime vendite nel meridione. E con nelle orecchie il pianto della mamma, Santina: «Abbiamo fatto studiare un figlio perché finisca a lavorare di martello?». Ma a quel lavoro comincia ad appassionarsi: si trasferisce con l'azienda prima a Monte di Malo e poi a Malo, sempre in provincia di Vicenza; scopre la differenza nel modo di lavorare il ferro dei fabbri catalani da quelli di Praga o di Stoccolma; scopre e riproduce la serietà dell'organizzazione tedesca. La produzione comincia a crescere, col tempo apre anche una serie di filiali commerciali: prima a Madrid, poi Houston, quindi in Francia, una anche ad Avellino per il Sud del Paese. E nel 1998 compra un concorrente tedesco che è sul mercato dal 1711. Oggi India ha il quartiere generale sempre a Malo in una ex distilleria di grappa con 67 mila metri quadrati coperti, dispone di 13 filiali commerciali di cui tre negli Stati Uniti, ha cinque stabilimenti produttivi (uno in Italia, uno in Croazia, tre in Romania), dà lavoro a 970 persone di cui 160 in Italia, ha un fatturato consolidato di 65 milioni di euro ed un export del 66% di cui il 20% negli Stati Uniti. Spiega: «Abbiamo cominciato a delocalizzare alla fine degli anni Ottanta quando nessuno in Italia voleva fare più fatica nel lavorare il ferro. Abbiamo così spostato in Croazia e Romania gran parte della produzione, quella più povera, mentre nel Veneto sono rimaste le linee robotizzate, la progettazione e produzione dei prototipi e delle macchine. Anzi, in Italia i dipendenti, per tre quarti tecnici e impiegati, sono raddoppiati».
Sposato con Stefania Buccio, una bresciana che si è laureata anche lei in architettura a Venezia ed è responsabile in azienda della progettazione, Gonzato ha quattro figli: Francesca, 1973, laurea in economia e commercio a Trento, segue il personale e la contrattualistica mentre il marito, Andrea Quirolpe, si occupa del commerciale; Matteo, 1976, perito meccanico, sposato con una ragazza americana, segue anche lui il commerciale; infine i due gemelli, Dario e Davide, 1983, i quali studiano a Milano. «Siamo - commenta Gonzato - un'azienda familiare, aperta ai figli che vogliono entrare ma anche all'idea dei manager». Insomma, per il passaggio generazionale c'è ancora tempo. Più urgente invece un altro problema: come difendersi dalla concorrenza cinese che è forte anche in questo campo e ha già copiato prodotti realizzati dalle fabbriche di Gonzato. «Il nostro futuro - sostiene - si basa sull'imporre il concetto di bellezza e di armonia anche nel ferro battuto in modo da assimilare questo settore più al mondo della moda che a quello siderurgico». Così le filiali commerciali, dal Brasile al Messico, dalla Russia all'Ucraina, vengono via via attrezzate per diventare centri di produzione delle barre lunghe martellate, quelle che sono la prima trasformazione del ferro, in grado di far fronte alle richieste locali. Ma nello stesso tempo sarà aperto a Shanghai un ufficio progettazione perché, dice, «è sulla creatività che si gioca la sfida. I cinesi sono bravi a produrre su disegno ma è il disegno che non sanno fare».
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