Ascesa dell’uomo senza qualità

Quando apre bocca, Romano Prodi fa venire il latte alle ginocchia. Il latte è una prima indicazione. Quando si indigna, muggisce: «Gr-ra-vi-ss-si-mo». Quando tace, rumina la parola che non gli viene. Il soprannome è Mortadella. Tutto in lui spira, ispira e respira, casearia e arte norcina, zootecnia e ruralità. Parla il sangue, che non mente.
Il Liber Focorum del distretto di Reggio Emilia annota già nel 1315 un Petrus de Gadaprodagis che farebbe pensare al cognome Prodi e alla località tuttora chiamata Ca’ de Prodi. Ma l’avo certo, il capostipite riconosciuto della futura mortadella, è Tognino de Prodi, vissuto tra il XV e il XVI secolo.
Quale che sia la reale antichità della prosàpia, il cognome intero era Prodi di Montebabbio e l’attività prevalente l’allevamento. Poiché la vacca tipica della zona è la Fromentina, detta così per il color biondo frumento del mantello, si possono immaginare gli avoli del leader unionista con le mani occupate nell’atto di mungerla. Paradossalmente, invece, nel blasone di famiglia è disegnata un mano che tiene alta una spada. Lieve forzatura della realtà e segno del buonumore che scorre nelle vene dei Prodi.
Queste fin qui ignorate notizie sulle origini sono contenute nel libro di Giovanni Pio Palazzi, Le radici dei Prodi, ricostruzione dell’albero genealogico fino alla nascita di Romano. Genesi e scopo dell’operetta sono ignoti. L’aria è di un saggio-omaggio universitario che, per la particolare importanza, ha avuto l’onore della pubblicazione. Il colophon indica solo la data di stampa, 1977, e il nome dello stampatore, La Nuova Tipolito. Manca ogni accenno al finanziatore. Il libricino è corredato da vari disegni di Nani Tedeschi, concentrati sui genitori di Romano: il papà in divisa militare, la mamma seduta su una sedia di vimini e così via. Chi scrive l’ha consultato alla Biblioteca Nazionale di Roma. Altre copie saranno certo disponibili, per questa e le prossime generazioni, nelle maggiori biblioteche d’Italia. Anche così, si alimenta una leggenda.
I Prodi nostri coevi, discesi per li rami da Tognino, sono originari di Scandiano, grosso comune della provincia di Reggio Emilia, il capoluogo dove poi si trasferirono. Papà Mario era ingegnere dell’amministrazione provinciale, unico laureato di un folto ceppo contadino. Enrichetta Franzoni, la mamma, fu protagonista di un’edificante iniziativa. Quando nel 1958 la legge Merlin abolì le case di tolleranza, si prese cura delle prostitute disoccupate. Creò a Reggio una scuola di taglio e cucito, cercando di avviarle a un nuovo lavoro. Tra molti grattacapi, vuoi perché le ragazze erano indocili, vuoi perché le commesse mancavano, l’atelier durò 20 anni.
Mario ed Enrichetta hanno messo al mondo nove rampolli, due femmine e sette maschi. Romano, classe 1939, è il penultimo. Il nome, come pure quello di Vittorio, il fratello che lo precede, risentono dell’epoca: sono gli stessi che il Duce aveva imposto ai figli. I maschi hanno tutti la laurea e cinque sono docenti universitari. Il più giovane, Franco, nato nel 1941, è uno specialista della grandine. Uno solo è morto, il più intelligente e profondo, Giorgio (1928-1987). Era oncologo e, fatalità, lo ha ucciso il cancro.
Nel 1965, i fratelli maggiori acquistarono il «Castello di Bebbio» sulle colline a sud-ovest di Reggio. Un rudere con due torri simili a silos che, una volta restaurato, è diventato il punto di incontro di tutti i Prodi. Il Castello di Bebbio, il cui nome evoca il predicato familiare di Montebabbio, ha 50 letti sempre pronti. Non abbastanza per l’intera dinastia che, tra fratelli superstiti, mogli, figli e nipoti, comprende oggi 101 persone. Tutti suonano violini, flauti e viole, con l’eccezione di Romano, stonato dalla nascita.
Romano non fu nei primi anni uno studente brillante. Era negato in matematica. Neanche è migliorato col tempo, nonostante abbia scelto di fare l’economista. Nel 1998, quando da presidente del Consiglio chiese baldanzoso al Parlamento la votazione di fiducia, sbagliò i calcoli e per un voto perse la carica. Era però un ragazzo tollerante, con la fama di avere una testa taumaturgica. I condiscepoli gliela toccavano prima di essere interrogati nella convinzione che avrebbe portato bene. Con gli anni, la testa-talismano prende la forma a cubo di un masso erratico e Prodi il soprannome di «Testa quedra» con cui è noto a Reggio.
Scarso era anche in calcio, basket, pallavolo. I compagni non lo volevano in squadra e lo accettavano solo come ultima scelta, col pari o dispari. Ma era testardo e questo gli ha permesso, nonostante tutto, di praticare diversi sport. Sugli sci, ha raccontato un amico, «stava rigido e legnoso sulle gambe, sciava di forza, ma con impressionante determinazione: alle otto era già in pista e non mollava fino a sera. Resistere è il suo mestiere». Voleva farcela anche senza talento naturale. Una forma di narcisismo che da adulto gli fece dire: «Io amo anche i miei errori: da loro imparo moltissimo».
Oggi, come sappiamo, è uno sportivo venerando ma accanito. L’11 dicembre dell’anno scorso ha partecipato alla maratona di Reggio Emilia, battendo il suo record personale: 42 km in quattro ore, 21 minuti e 50 secondi. Essendo però stato perso di vista per un tratto, è nato il sospetto che l’abbia percorso sull’auto di scorta per riprendere la corsa sulle sue gambe nelle vicinanze del traguardo. È seguito un dibattito politico-sportivo che non ha sciolto i dubbi. Resta l’immagine vivace di una gloria nazionale di 66 anni in pantaloncini bermuda e maglietta azzurri col numero uno sulla pancetta.
Ma la vera espressione di un atletismo acquisito a forza di volontà, risale al ’94, poco dopo le dimissioni dalla seconda presidenza dell’Iri. Con sei amici come lui in bicicletta e le mogli al seguito su quattro auto, Romano ha pellegrinato fino a Santiago de Compostela. Una certa agiografia giornalistica lo ha fatto partire da Bologna e percorrere 3.500 km. In realtà, i sette hanno inforcato le bici già in Spagna, a Roncisvalle, e raggiunto il Santuario in sei tappe di 140 km il giorno. In ogni caso, una prova sublime di ostinazione per chi aveva esordito fanciullo da imbranato. Terminata l’impresa, disse, estendendo il pensiero all’insieme della sua vita: «Sono un Ercolino sempre in piedi, solo che lui dondola, io no».
Con l’andare degli anni, è cresciuto anche negli studi, tanto da ottenere la migliore licenza liceale dell’Emilia. Di pari passo, aumentavano le ambizioni. Pur avendo nella vicina Bologna la più antica università di Diritto, Romano si iscrisse alla Cattolica di Milano. Era convittore dell’Augustinianum come lo era stato anni prima il suo futuro patrono, Ciriaco De Mita. Il giorno che superò l’esame di Diritto privato, il più ostico del primo anno, urlò con euforia: «Tra me e la presidenza del Consiglio, non ci sono più ostacoli». Al convitto, ebbe affinità con due pii studenti di sinistra, Tiziano Treu e Giovanni Maria Flick, poi ministri del suo governo ’96-98.
La scelta della Cattolica era coerente. Romano aveva già rapporti consolidati col mondo ecclesiastico. I preti avevano messo gli occhi sul giovanotto, ma anche sulla schiera dei suoi fratelli laureati. Una famiglia, i Prodi, da cui si ripromettevano grandi cose per la Dc, il partito di riferimento. Al liceo, suo insegnante era stato Ermanno Dossetti attraverso cui conobbe, diventandone intimo, il fratello don Giuseppe, sacerdote e icona dei cosiddetti «comunistelli di sacrestia». Negli stessi anni, frequentava, nella parrocchia di San Prospero di Reggio Emilia, il magro e occhialuto don Camillo Ruini, assistente della locale sezione dell’Azione Cattolica. Fu l’avvio di una pluridecennale pappa e ciccia col futuro presidente Cei, diradata negli ultimi tempi.
È stato don Camillo a celebrare nel 1969 le nozze di Romano che dopo la laurea aveva iniziato la carriera accademica e si era fidanzato con una reggiana di otto anni più giovane, Flavia Franzoni. Stesso cognome della mamma di Romano, la moglie è una lontana cugina. Dopo il delitto di Cogne, si è parlato di una parentela tra Flavia Prodi e Anna Maria Franzoni, la mamma del piccolo Davide. Scocciatissima per l’accostamento, Flavia ha tagliato corto: «Non è mia parente. Non l’ho mai conosciuta o vista».
La carriera universitaria di Romano è stata all’inizio rapida, mai prestigiosa e alla fine bloccata. Dopo una tesi, nel 1961, sulla barriere doganali con Siro Lombardini, dc di sinistra e ministro, il neo laureato ha fatto il giro di rito nei templi anglosassoni: London School of Economics, Harvard, Stanford. Il suo inglese non è mai decollato, arenandosi in un anglo-emiliano fonte di avventure da brivido durante la presidenza Ue.
Se Prodi non ha dato all’università tanto da lasciare il segno, ne ha però ha ricevuto un celeste dono: l’incontro con Beniamino Andreatta. Senza Nino, il Romano che conosciamo non sarebbe esistito. Andreatta era economista di genio e consulente di Aldo Moro, capo della corrente dc più a sinistra. Trentino di nascita, bolognese d’adozione, pessimo carattere, Andreatta prese in dotazione il giovane e lo ficcò per anni qua e là. Se voleva chiodare in un posto un suo uomo o dare una chiodata a un avversario (toccò a Rocco Buttiglione nel ’95), il chiodo di Andreatta fu Prodi. Cominciò col farlo suo assistente nella facoltà bolognese di Scienze politiche, gli ottenne la cattedra nel 1971 e lo introdusse al Mulino, ambiente principe dell’intellettualità cittadina. Poi, cominciò a distoglierlo progressivamente dall’università, avvicinandolo al parastato e alla politica. Così, prima di piombare nel coma in cui giace dal dicembre 1999, Andreatta inventò Prodi e lo impose.
Mentre il Mentore preordinava i passaggi chiave della sua vita, Romano affinava i poteri medianici per la fatidica seduta spiritica.
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