Asmara, Italia Ecco l'architettura della nostra storia

In cinema, alberghi, bar restano tracce imperiali. E degli anni '50-60

Vittorio Sgarbi

da Asmara

Un giovane funzionario governativo, l'ingegner Medhaie, ci riceve nel suo ufficio di coordinatore del progetto Unesco per Asmara. Mentre si compiace della nostra attenzione, sottolinea, tra l'amarezza e la perfidia, che l'importante risultato di Asmara patrimonio dell'umanità non si deve alle linee guida e agli studi di un italiano, ma al lavoro attento e minuzioso di un inglese, Edward Denison. Ne vedo il risultato, grazie all'amicizia dell'ambasciatore eritreo in Italia, Zamede Tekele, ora Commissario per la cultura del governo, in un libro perfetto (Asmara: Africa's secret modernist city) in cui si dà conto della sostanza di questo patrimonio tutto novecentesco. Ed ecco le ragioni dello stupore di Medhaie: Asmara è, nel suo sviluppo architettonico, una città italiana. E, nell'indifferenza dei nostri governi, è quindi il 55° sito italiano del patrimonio mondiale dell'Unesco. Vedo nell'ufficio del coordinatore programmi e atti di convegni con studiosi italiani, ma non è in virtù di questi il formidabile risultato raggiunto per l'Eritrea e l'Italia.

Dopo le mie ripetute visite in Libia e in Etiopia, non mi sarei aspettato che la dominazione italiana, in Eritrea, cessata nel 1941, avesse lasciato tracce così profonde e resistenti. Ai poco più dei cinquecento italiani ancora residenti, ma che erano, senza conflitto, sessantamila fino al 1974, epoca delle nazionalizzazioni, vanno aggiunti gli eritrei emigrati in Italia, pendolari in estate, e che conoscono la nostra televisione e i campioni del calcio. Gli uni e gli altri esprimono un intrinseco e reciproco affetto: gli italiani non sono percepiti come un popolo oppressore che ha colonizzato l'Eritrea, ma come un popolo amico. Ne incarnano l'identità i cosiddetti Ascari, eritrei nati in patria quando Asmara era italiana (come ancora integralmente appare), ma anche nei decenni successivi, quando la sconfitta politica non significa fine di civiltà e di costumi condivisi (esiste ancora un liceo italiano, il Guglielmo Marconi, che produce pubblicazioni utili e preziose, come Viaggio a Massawa di Giampaolo Montesanto, Giuseppe De Marchi, Guido Traverso; e anche la guida Eritrea di Marco Cavallarin, professore ad Asmara, è bella, minuziosa, originale).

Un ascaro, più italiano di noi, Ghilè, ci accompagna. Condivide la nostra commozione per i luoghi dove l'Italia appare più rispettata, con onore e decoro: l'ordinato e fiorito cimitero militare di Asmara, e il monumento di Dogali, in ricordo di una sconfitta e di 500 morti. La colonna che li celebra è opera di uno scultore di Pietrasanta, Eumene Tomagnini. Con quella umiliazione, all'inizio della presenza italiana, nel 1887 cade il presidente del Consiglio, Agostino Depretis, e il re nomina Francesco Crispi. Devo dire che questi nomi che a noi, in balìa di governi insensati e inconcludenti, dicono oggi poco o nulla, sono ancora ricordati: sul ponte che va verso Massaua, e anche nella memoria grata degli eritrei che sentono molto più vicini gli italiani, che hanno costruito città e strade, a partire dal Governatore e grande scrittore, Ferdinando Martini, degli etiopi, che li hanno distrutti, come si vede nello scempio di Massaua, città delicata e frantumata durante la guerra di Liberazione.

Il coordinatore dell'Unesco ci accompagna, con orgoglio, all'albergo Italia (ancora proprietà, come il Dahlak di Massaua, di un italiano astuto e soddisfatto: Giovanni Primo); e poi, con Ghilè, insiste per portarci fuori percorso, al bar Tre Stelle, per un altro «monumento» italiano: il caffè macchiato, servito in tazzina di vetro, già zuccherato. Scrive Cavallarin che «al bar Tre Stelle, se ci vai in macchina, e suoni il clacson, te lo portano sullo sportellino, appositamente aperto, del cruscotto che diventa occasionale tavolino». Per esperienza, non demerita, sul macchiato, anche il bar Vittoria, caro ai diplomatici e agli ufficiali italiani.

In questo mondo d'Italia perduta che s'identifica, per me e per Guccini, nel «deflettore» sparito dalle automobili, e sepolto nell'oblio, c'è un'altra consuetudine, credo obsoleta anche nella più remota provincia italiana, che è il gioco del biliardo, non con la sopravvissuta stecca (di cui vi è memoria imperitura nel film Amici miei), ma con il più virtuoso e manuale uso delle boccette, che fu letteralmente la palestra della mia infanzia e adolescenza. Su più tavoli, con una folla di pubblico, giocano giovani che, con la loro precisione, chiamano l'applauso. Un'emozione vintage dell'Italia degli anni '50 e '60 (e ovviamente anche prima), e qui assolutamente attuale.

Non si può dire lo stesso dei bellissimi cinematografi: Roma, Impero, Capitol, Odeon, abbandonati o desolati, con nostalgiche locandine della programmazione della commedia italiana dagli anni '50 ai '70: Fellini, Mastroianni, Sophia Loren, Alberto Sordi, e con il ricordo vivo delle presenze teatrali di Totò, Walter Chiari e Carosone. Dopo la chiusura della fabbrica di birra Melotti, oggi governativa, con il marchio azzeccato Dolce vita (nei caratteri della Vespa), che evoca anni ben lontani dalla dominazione italiana, ha ripreso la riproduzione di abbigliamento sofisticato un intelligente imprenditore italiano, Pietro Zambaiti, ascaro a rovescio, che ha trovato più Italia ad Asmara che a Bergamo. Ho voluto restituire un po' di colore locale e di stupore per alcuni felici incontri. Ma torniamo ad Asmara.

Dal 2017, anno della iscrizione nella lista dell'Unesco, non ci sono stati restauri, ma presa di coscienza. E più eritrea che italiana. Fortificando l'istinto di gratitudine che ho cercato di descrivere. Potrà stupire, ma non ho visto un solo turista italiano, né un viaggiatore curioso, né uno studente di architettura, con un manuale di esempi così importanti, a partire da quello che si può ritenere il marchio dell'impresa, il distributore di benzina Tagliero con il simbolo della Fiat, liberato da insegne successive e posticce, come quelle della Shell, per restituirlo, per pura eleganza e decoro, alle sue linee originali. È un'invenzione futurista, del 1938, del giovane architetto italiano Giuseppe Pettazzi, come un aereo che plana sulla piazza da cui parte viale De Bono, poi Roma, con altri monumenti insigni come l'omonimo cinema e il bar Zilli.

Poco lontano, in forme neoromaniche, la chiesa e il convento di San Francesco, disegnati da Paolo Reviglio. Il cinema Impero, originale invenzione di Mario Messina, ha l'interno logoro, ma un'interessante decorazione parietale di stucchi di ispirazione africana, con palme, antilopi, scene di danza in stile déco, con tende ondulate di stucco, e protomi leonine di ceramica a delimitare l'area del palcoscenico. In prossimità della Cattedrale, dal cui campanile si vede tutto lo sviluppo di Asmara, ci sono il comparto di appartamenti di Palazzo Falletta, tetragona struttura di Carlo Marchi, tra 1937 e 1938, e la Casa del fascio, compiuta da Bruno Sclafani nel 1940, tutti edifici in rispettoso abbandono. Troppo tardi l'Unesco è arrivata per salvare il razionalista Selam hotel, già Albergo Ciaao (Compagnia immobiliare alberghi Africa occidentale), che stanno restaurando, iniziando a devastare il pavimento di graniglia, nel progetto originale di Rinaldo Borgnino del 1937. Ho detto al presidente che il restauro degli edifici italiani deve essere affrontato con rigore, altrimenti è meglio non toccarli. Meglio la consunzione che la trasformazione. Meglio i fantasmi del passato che i mostri del presente.

Se l'Unesco, con una scelta felice, senza temere le ombre del fascismo, indica all'Eritrea il prodigio architettonico e urbanistico di Asmara, l'Italia non può fingere di non vedere, o girare le spalle, davanti a un suo patrimonio così cospicuo e significativo. Il sigillo di questa convergenza di destini è nelle bellissime parole del generale Amedeo Guillet, in una lapide nel cimitero degli eroi di Keren: «Gli eritrei furono splendidi. Tutto quello che potremo fare per l'Eritrea non sarà mai quanto l'Eritrea ha fatto per noi». A fianco, le sepolture di centinaia di ascari ignoti.