Attali: "La crisi farà dell'Ue una superpotenza"

L'economista, consigliere di Sarkozy e già di Mitterand, aveva previsto il tracollo delle banche. "Gli Usa non saranno più leader del mondo, però non crolleranno". Gli interventi: "Servono subito nuove regole o si rischia il tracollo. Il credito va indirizzato alla produzione non al consumo"

Parigi - Jacques Attali ti riceve con l'aria trafelata, i capelli spettinati. E non in centro a Parigi, dove i bei nomi francesi hanno gli uffici, ma in un quartiere disagiato della periferia nord, in un edificio normalissimo che brulica di giovani indaffaratissimi in jeans e maglietta. Sono i giovani della sua creatura prediletta, PlanetFinance, che promuove il microcredito nel mondo e che da un anno è operativa anche a Milano. Attali è una delle menti più versatili e brillanti del nostro tempo. Consigliere di Mitterrand, poi di Sarkozy è autore di saggi illuminanti. Aveva previsto il tracollo delle banche, a cui ha dedicato anche il suo ultimo libro «La crisi, e dopo?» (da aprile in Italia, Fazi editore), di cui spiega con straordinaria chiarezza le cause. È l'interlocutore giusto per orientarsi in questo momento di smarrimento. Attali ha concesso un'intervista esclusiva al Giornale.

Lei ripete che occorre capire le ragioni della crisi per risolverla. Il mondo occidentale ha imparato la lezione?
«Sta iniziando a farlo ed è incoraggiante, anche se ci vorrà ancora tempo. Chi l'ha imparata più velocemente sono state le banche centrali che, sebbene tendano a non dirlo, iniettano nel sistema una quantità enorme di soldi liberando la massa monetaria. I governi sono più lenti, ma tutti hanno preso coscienza della gravità della situazione e questo è positivo. Con un rischio».

Quale?
«Gli Usa e la Gran Bretagna sono convinti che si tratti di una crisi passeggerà e che, non appena sarà risolta, si potrà tornare alla situazione di prima, con la supremazia del dollaro e della piazza londinese. Ma dollaro e City, ovvero il sistema finanziario anglosassone, sono la causa della crisi. Questi due Paesi tentano di resistere e infatti vogliono lottare contro i paradisi fiscali, ma nessuno parla dei trust funds inglesi o americani; si parla di regolamentare gli hedge funds, ma senza limitare l'effetto leva. Nessuno riflette seriamente sulla cartolarizzazione del debito».

E ciò per quale ragione?
«Perché questi strumenti rappresentano la fonte principale di guadagno del mondo finanziario americano e britannico, ma se si vuole guarire veramente bisogna risolvere queste anomalie. Se questo accadrà la crisi potrà essere davvero un'occasione di rinascita. Siamo a metà percorso: sono state prese misure colossali per contrastare la recessione e questo è positivo, ma ora inizia la fase decisiva: sapremo dare al mondo delle nuove regole?».
Ma ciò implica la fine della supremazia americana...
«Questa crisi sta accelerando un processo che comunque sarebbe stato inevitabile. Intendiamoci: gli Usa non crolleranno, ma non saranno più i maestri assoluti del mondo».

E per l'Europa questo è un rischio o un'opportunità?
«Un'opportunità. L'Europa potrebbe addirittura essere la nuova superpotenza, non ha debiti ingenti, vanta un sistema giuridico affidabile, un'economia equilibrata, il miglior sistema sociale; certo dovrebbe migliorare l'andamento demografico, soprattutto in Paesi come l'Italia, e incentivare molto di più la ricerca. C'è una sfida cruciale da vincere, quella dei talenti. Fino a oggi le migliori intelligenze finivano nel settore finanziario, attirate dai bonus milionari, ora bisogna che tornino all'industria e alla ricerca. L'Europa può dare l'esempio al mondo».

C'è chi dice: questa è la fine del capitalismo...
«E si sbaglia. Storicamente sono i governi forti a permettere il mercato, il quale poi porta alla democrazia. Con la globalizzazione invece il mercato si è creato da solo, generando distorsioni colossali. Il capitalismo non è in discussione, ma richiede un inquadramento a livello planetario che oggi manca».

Giulio Tremonti recentemente ha detto: un tossicodipendente non lo curi dandogli più droga. E se il nostro problema è il debito non si può uscirne creando ulteriore indebitamento. Condivide?
«Sì, in un'economia sana il debito deve essere proporzionato al risparmio che è proporzionato agli investimenti, mentre oggi il debito è molto superiore al risparmio ed è di gran lunga inferiore agli investimenti. Occorre riequilibrare ed è sbagliato trasferire il debito privato ai contribuenti».

Ma come risanare il sistema bancario?
«Il nodo è la remunerazione del banchiere. Per anni ha preso il risparmio, lo ha investito sul mercato finanziario, ma senza dire al risparmiatore quanto avrebbe guadagnato in realtà. Diceva: posso darle il 3%, in realtà lui intascava il 20% e quel 17% lo teneva per sé, non finiva né al risparmiatore né in investimenti produttivi nell'economia reale. La soluzione? La banca deve ricominciare a svolgere un ruolo di utilità pubblica e il banchiere deve tornare a essere un mestiere noioso, prevedibile».

Lei da dieci anni si impegna a diffondere il microcredito nel mondo. Che cosa le ha insegnato questa esperienza?
«Che alcuni criteri valgono sia per il microcredito che per la banca: limitare il credito al consumo e privilegiare quello rivolto ad attività produttive; valorizzare la prossimità tra banchiere e creditori; non cartolarizzare il debito al punto di perdere il controllo del rischio; evitare l’effetto-leva».

E ora che cosa dobbiamo aspettarci?
«Il rischio è una crisi di fiducia repentina nel dollaro e le dichiarazioni del premier cinese sull'affidabilità dei Buoni del tesoro Usa sono un segnale d'allarme. Se non ci saranno brutte sorprese è possibile una ripresa dell'economia, che però rischia di essere passeggera se non si procede a una regolamentazione dei mercati mondiali. Questa è la sfida che non possiamo perdere, ma bisogna fare in fretta».
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