Attenti alle parole possono uccidere ancora

Giungono al sindaco di Bologna Cofferati messaggi di solidarietà per le minacce ricevute dall’organizzazione dei Comunisti combattenti, variante delle Br. Intanto a Milano, con eloquente ritardo storico, la prima carica dello Stato onora la memoria del commissario Calabresi, ammazzato una trentina d’anni fa dai militanti di Lotta continua. A Bologna si replica un vecchio rito solidaristico, a Milano si celebra un fatto nuovo: e cioè - sembra paradossale - il puro e semplice riconoscimento di una realtà che non si sarebbe mai dovuta dimenticare.
Per sottolineare l’avvenimento, il presidente Napolitano ha proclamato, con una non simulata solennità, il giorno della memoria per le vittime del terrorismo.
Il ricordo storico può avere significati diversi, da quello che rinsalda l’identità nazionale, per esempio la memoria della Resistenza, a quello che intende riparare un’omissione politica per procedere nella direzione dell’unità nazionale, per esempio, la memoria delle foibe. Poi ci sono le grandi celebrazioni istituzionali che ritualizzano la vita laica del Paese, come la Festa della Repubblica, il Primo Maggio, una volta c’era anche il 4 novembre per festeggiare la nostra vittoria nella guerra ’15-18.
È facile intuire che il giorno del ricordo delle vittime del terrorismo e la presenza del capo dello Stato, che pronuncia un discorso per nulla rituale e per nulla retorico di fronte al cippo sulla strada in cui fu assassinato Calabresi, hanno un significato che non rientra nelle tradizionali e convenzionali giornate della memoria citate prima ad esempio.
Il ricordo delle vittime del terrorismo e la scelta simbolica di Napolitano di onorare il martirio di Calabresi sono drammaticamente sollecitati dal presente e da una storia passata che non è stata ancora archiviata. Il messaggio è chiaro: non dimenticare per combattere un pericolo latente. Il tempo che viviamo ci dice chiaramente che non si è spezzato il filo della violenza politica con cui è legato il terrorismo degli anni ’70 a quello degli anni ’90 e a quello dei giorni nostri.
E in quel messaggio non c’è soltanto la constatazione che la nostra democrazia non è riuscita ad annientare il terrorismo di anacronistiche utopie comuniste, ma soprattutto c’è la consapevolezza della contiguità tra il disordinato e irresponsabile accumulo di parole assassine e le azioni violente del terrorismo. Certo, una consapevolezza non nuova, che tuttavia non si è mai voluta, proprio da sinistra, testimoniare con franchezza e senza mezzi termini.
Tra la parola e l’azione c’è una netta ed inequivocabile differenza: la confusione dei due piani ci fa sprofondare nei regimi più illiberali dove l’affermazione di un’opinione può essere perseguita se ritenuta ostile. Ma un fondamentale principio democratico che garantisce la nostra libertà d’espressione non deve lasciare margini ambigui in cui trovano spazio propaganda, invettive, anche riflessioni che istigano le menti più fragili alla violenza terroristica. Con la mano sulla coscienza, con tutta sincerità, la sinistra radicale che svolge un ruolo nella nostra vita istituzionale, può dire di avere combattuto fino in fondo la diffusione di quelle parole cariche di violenza eversiva che hanno infiammato gli animi di tanti giovani terroristi degli anni ’70 fino a quelli dei giorni nostri? Ciascuno dia una risposta in cuor suo, nessuno chiede pubbliche ammissioni di colpa. È il presidente della Repubblica a parlare per tutti, è un ex comunista che decide per tutti di ricordare. Il richiamo è a quel rapporto delicato e complesso tra parola e azione su cui si fonda una parte importante della libertà democratica: è la nostra responsabilità, è la nostra cultura che devono vigilare su quel rapporto se non si vuole continuare a celebrare ipocritamente, decennio dopo decennio, le vittime di un terrorismo annunciato da parole assassine.
Stefano Zecchi