«Avanti per il bene dell’Italia E la soluzione non è il voto»

Cari colleghi,
sono qui per chiedere il rinnovo della fiducia al governo che ho l’onore di presiedere.
Un incidente parlamentare, di cui la maggioranza porta la responsabilità e di cui mi scuso personalmente, ha determinato, martedì scorso, una situazione anomala, che dobbiamo sanare con un voto di fiducia politico. Il governo chiede che gli sia confermata la fiducia del Parlamento, perché è profondamente consapevole dei rischi che corre il Paese (...). I tempi imposti dai mercati non sono minimamente compatibili con quelli di certe liturgie politiche (...). Il rendiconto generale dello Stato è un atto dovuto e il governo non può sottrarsi alla sua responsabilità, che è costituzionalmente prevista (...).
Siccome qualcuno contesta che ne abbia il potere, ritengo utile qualche precisazione, non per partecipare alla disputa tecnico-giudiziaria che dilaga sui giornali in queste ore, ma solo per lasciare agli atti del Parlamento una precisa assunzione di responsabilità.
La legge sul rendiconto generale dello Stato e delle aziende autonome appartiene alla categoria delle cosiddette leggi formali, ovvero dei provvedimenti legislativi che hanno soltanto la forma di legge, ma non ne hanno le caratteristiche sostanziali (...).
In caso di votazione negativa di una Camera parlare di sfiducia nei confronti del governo è quindi del tutto improprio perché il rendiconto è un atto squisitamente di riscontro contabile, e non rientra, infatti, nell’elenco di cui all’articolo 7 della recente legge di riforma, la n. 196 del 2009, la legge che individua gli strumenti della programmazione finanziaria per i quali è certamente necessaria una consonanza tra esecutivo e Parlamento.
L’equiparazione, proclamata dai partiti della minoranza, tra rendiconto e leggi di bilancio e di stabilità è pertanto del tutto forzata e strumentale. Il governo quindi intende porre rimedio al negativo episodio del rigetto dell’articolo 1 del rendiconto, nel doveroso rispetto dei poteri del Parlamento, ma anche di quanto disposto dall’articolo 81 della Costituzione. A questa soluzione non c’è alternativa per il bilancio e per il funzionamento stesso dello Stato, come del resto sul piano politico non c’è alternativa credibile a questo governo nelle assemblee elettive di Camera e Senato.
Infatti non è un fattore aritmetico quello che decide, è un fattore politico di eccezionale rilevanza. Perché?
Primo, perché è finita l’epoca in cui i governi li faceva una casta di capipartito. Ora i governi li fanno gli elettori, e li fanno votando per un simbolo in cui è esplicitamente indicato il capo della coalizione candidato alla presidenza del Consiglio. L’alta vigilanza arbitrale del Presidente della Repubblica, peraltro impeccabile, sorveglia sul regolare funzionamento delle istituzioni e stimola civilmente e moralmente i soggetti della politica, senza fare politica.
Il Parlamento controlla, legifera, dà e toglie apertamente la fiducia politica, ma quando una maggioranza e il suo leader la perdono la parola deve ritornare agli elettori. Questo è il sale della democrazia parlamentare nell’epoca del bipolarismo. Questa è la regola che protegge la stabilità degli esecutivi e la loro autorevolezza, chiunque governi, e questa norma democratica, che è stata autorizzata dalla prassi costituzionale e che è stata smentita a caro prezzo anche nel recente passato da pasticci e da ribaltoni, questa norma democratica dobbiamo custodirla come un tesoro se non vogliamo che cadano sulle istituzioni elettive la diffidenza e il dispregio che il partito degli sfascisti lavora a pieno tempo per diffondere.
Secondo, perché le opposizioni esercitano un legittimo diritto-dovere di critica, anche aspra, ma sono oggi frastagliate e divise, anzi sono addirittura sparite, e concentrano su chi vi parla una campagna demolitoria aiutata dalle calunnie di cui è autore un circuito mediatico-giudiziario, ma non hanno né un esecutivo di ricambio né un programma definito da proporre agli elettori.
Terzo, perché una crisi di governo al buio oggi determinerebbe la vittoria del partito declinista, catastrofista, speculativo, in azione da mesi in Europa e in Italia. Io sono qui, e con me una maggioranza politicamente coesa, al di là degli incidenti d’aula, sono qui con la mia maggioranza per testimoniare che l’Italia ce la fa, ce la farà, e può rilanciarsi battendo la strategia del pessimismo. Il cuore - lo sappiamo e lo vediamo - del sistema bancario europeo è sotto attacco della speculazione. I mercati finanziari si comportano in modo volatile, minacciando la stabilità dell’euro, che è il pilastro della costruzione europea.
Ma faremmo torto alla verità dei fatti se non si ricordasse che la moneta unica ha un vizio d’origine, in quanto non esiste ancora un’autorità europea che possa coordinare le politiche fiscali e che possa emettere bond. La crisi economica subirà una svolta positiva solo nel momento in cui l’Europa si dimostrerà capace di fare un passo avanti decisivo nell’unità politica, nel coordinamento delle politiche economiche, nel coordinamento delle politiche della difesa, nel coordinamento della politica estera.
Finché rimarremo un grande corpo economico con una piccola testa politica la crisi economica rischia di trascinarsi insoluta, con il pericolo che l’Europa possa diventare un fattore destabilizzante dell’intera economia mondiale. In questo grande teatro, l’Italia ha un debito enorme, che abbiamo ereditato dal passato, ma un debito reso sostenibile grazie all’azione di questo governo che ha garantito un deficit inferiore a quello dei nostri partner, che ha garantito un avanzo primario da primi della classe. L’Italia ha, inoltre e soprattutto, un sistema produttivo, gravato certo da molte rendite e chiusure corporative e dalla fragilità indotte da una lunga epoca di scarsa crescita, ma vitale, esportatore, ricco e vivo in molte parti del Paese che sono, a giudizio di tutti, come e più di una Baviera d’Europa.
I nostri problemi li conosciamo: il mancato sviluppo di sani investimenti che producano lavoro nel sud, sebbene i dati dell’occupazione ci mettono largamente al di sopra dei Paesi dell’Unione europea che hanno cifre di inoccupazione che arrivano sino al 25 per cento; abbiamo un’economia sommersa che si può far emergere virtuosamente solo attraverso una radicale riforma fiscale e una contestuale lotta all’evasione; conosciamo lo stato della pubblica amministrazione, pletorica, inefficiente, che spesso si traduce quasi in un’oppressione burocratica nei confronti dei cittadini e delle imprese; conosciamo la situazione della giustizia civile, con tempi inaccettabili (non parlo della giustizia penale per amor di patria); sappiamo e conosciamo il gap nelle nostre infrastrutture rispetto agli altri principali Paesi con cui ci dobbiamo confrontare (si calcola che il costo in più della logistica, dovuto al fatto che per trent’anni non si sono costruite arterie stradali e ferroviarie al pari di quello che hanno fatto gli altri Paesi, comporta un 34 per cento in più della nostra spesa nella logistica medesima); infine, abbiamo un problema di contrattazione sindacale, di mercato del lavoro e di dimensione asfittica di molte imprese che l’associazione degli industriali dovrebbe affrontare, insieme al governo e alle parti sindacali responsabili, visto che la vecchia lotta di classe è tramontata per sempre (...).
Il nostro governo comunque andrà avanti, senza farsi condizionare da nulla, se non dal rispetto della Costituzione e dagli impegni europei. A chi ci chiede di fare un passo indietro rispondiamo chiaramente che mai come in questo momento sentiamo la responsabilità di non accondiscendere a questa richiesta, non per preservare dei poteri, ma nella convinzione che, oggi, questo governo non abbia alternative credibili e che le elezioni anticipate non sarebbero una soluzione per i problemi che abbiamo. Mi domando: c’è, in questo Parlamento, qualche persona di buon senso che può veramente credere che un governo tecnico avrebbe più forza di un governo democraticamente legittimato, come lo è il nostro, nell’assumere quelle decisioni difficili, a volte impopolari, che la crisi impone?
Oggi il nostro primo compito, il nostro primo dovere è di mettere l’Italia al riparo dalla crisi economica e di farlo tutelando i risparmi e gli interessi delle famiglie e delle imprese ed assumendoci la responsabilità delle nostre scelte, diversamente da un governo tecnico, che mai si sottoporrebbe al giudizio degli elettori. Abbiamo perseguito questo obiettivo con una manovra impegnativa e dolorosa, che garantisce per la prima volta il pareggio di bilancio entro il 2013, un traguardo inimmaginabile fino a poco tempo fa, che è giusto diventi un impegno vincolante anche per il futuro, con una specifica clausola inserita nella nostra Costituzione.
Ora, come tutti voi sapete, ci accingiamo a presentare un provvedimento a favore dello sviluppo (...). Una cosa deve essere chiara: noi vogliamo sconfiggere la strategia della paralisi e del pessimismo. Lo faremo con il decreto sviluppo, che è solo un mattone che intendiamo mettere nella costruzione del muro contro la sfiducia. Il pareggio di bilancio ci sarà. Il nostro sistema di credito sarà protetto sia dall’intervento necessario del sistema economico e monetario (...) sia dalla ripartenza del Paese.
Continueremo a lavorare nell’interesse delle famiglie e delle imprese per il bene dell’Italia, anche se contro di noi è stata montata una campagna di inusitata violenza da un’opposizione unita solo dall’antiberlusconismo, ma divisa su tutto, a partire dall’economia: basti pensare che il suo primo atto di governo sarebbe quello di respingere al mittente la lettera della Banca centrale europea.
Vogliamo dunque utilizzare al meglio la parte restante della legislatura per completare il risanamento del Paese, per avviare una fase strutturale di crescita e per completare il nostro programma di riforme, riforme che sono necessarie ed indispensabili per la modernizzazione del Paese (...): la riforma dell’architettura istituzionale dello Stato, indispensabile per consentire a chi governa di agire con la rapidità e l’efficienza imposte dai tempi e per dare voce ai territori, attraverso un’adeguata rappresentanza nel Senato federale; la riforma del fisco, per ridurre il carico tributario sui soliti noti e portare gli evasori nell’area dei contribuenti virtuosi; la riforma della giustizia, per realizzare una giustizia giusta, al servizio del cittadino e porre fine all’uso politicizzato che da troppo tempo ne viene fatto.
Chi nell’opposizione vuole continuare ad erigere patiboli di carta, chi ama spregiare il proprio Paese, chi vuole gridare più forte e lapidare ogni giorno un nuovo capro espiatorio sappia che ci troverà come ostacolo insormontabile sulla sua strada, sempre e in qualunque circostanza. Chi invece vuole fare proposte concrete e discutere e intanto prepararsi alle elezioni del 2013, dando una prova di responsabilità civile agli italiani, sarà, anche nel confronto dialettico, un interlocutore valido e utile al Paese. Le istituzioni si difendono con la serietà e con la responsabilità e non facendo perdere tempo al Paese.
Vi ringrazio e vi invito a confermare la fiducia nel nostro governo.
*Presidente del Consiglio dei ministri