Per aver successo sul palcoscenico si finge americano

La burla di Dario G. Martini che a Milano ha fatto rappresentare una sua «pièce» firmandola D.G. Martins di Brooklyn, N.Y.

(...) inconsueto. Può provare a fornirmene una spiegazione.
«La spiegazione - mi ha detto Vito Molinari - sta nella crisi del teatro italiano. Un teatro in cui gli autori nostrani, quelli che scrivono nella nostra lingua e hanno veramente qualcosa da dire - come, appunto, Martini - non vengono presi in considerazione. Solo gli stranieri, quelli che hanno già ottenuto trionfi all'estero, possono aver accesso ai nostri palcoscenici, perché il timore mortale è l'insuccesso, quello che una volta si chiamava «fiasco». Ma facendo così i direttori degli stabili hanno condannato a morte la nostra drammaturgia, che infatti è morta. Si ricorda lei qualche nome degno di nota dopo Pirandello ed Eduardo?»
No, non me ne ricordo. Ma lei ritiene davvero che questa morte non preveda nessuna resurrezione?
«Beh, una soluzione forse ci sarebbe. Ma drastica, da tabula rasa. Bisognerebbe abolire gli incentivi, gli aiuti statali, i finanziamenti vari. Lasciare spazio, in altri termini, al talento autentico, senza commistioni politiche e di potere».
Un sogno forse un poco utopistico. Allo stato attuale delle cose, c'è comunque da sbalordire dinanzi alla vitalità del teatro, che, nonostante la morte della drammaturgia e la codardia dei direttori degli stabili, continua ad attirare pubblico, a riscuotere successi, ad esprimere la sua antica saggezza in mezzo al caotico vocio dell'orchestra dei media.
«In fondo, è quanto ha voluto fare Martini con questo “Eppure sopravvive”. Una pièce del '75, un pamphlet al vetriolo, che si muove intorno ad una girandola di battute, che inchiodano sul puntaspilli della satira i mali del teatro e della società».
Vale a dire?
«L'egoismo, la presunzione, l'inettitudine. Virus che dal '75 ad oggi non hanno di certo perduto la loro aggressività, anzi, direi il contrario. Proprio per questo desta sconcerto un testo così “datato” ma, al tempo stesso, così attuale, che sembra essere stato scritto in questi giorni da un giovane autore, mentre Dario G. Martini ha 83 anni».
Che cosa racconta?
«È presto detto. Il primo atto ci introduce nell'intimità di un critico teatrale e della sua consorte. Il “grand'uomo” sta dormendo, durante un intervallo della rappresentazione. In realtà, ha dormito sempre e non ha visto nulla. Ciononostante, non rinuncia a formulare giudizi. Si arrampica sugli specchi. Cambia opinione in base a simpatie o antipatie che niente hanno a che fare con l'arte. Ed alla fine, catarticamente, si riaddormenta senza aver concluso alcunché.
Il secondo atto, invece, ci rende spettatori di un dialogo tra regista e giovane attrice, che del regista si rivela subito completa succube. L'altro, invece, nei cui tratti è facile riconoscere la vena un po'istrionica di uno Strehler, di uno Zeffirelli, di un Ronconi, si diverte un po' sadicamente a tormentarla con la ripetizione infinita della stessa battuta. La poveretta è chiamata, infatti, a pronunciare in tutti i possibili modi il pronome “tu”. Le dico subito che, nonostante tutto, non riuscirà a superare la prova. Anche perché alla fine vi sarà un ribaltamento di ruoli e di sessi, visto che il regista si rivela gay e l'attrice lesbica.
Nell'ultimo atto, infine, siamo alle prese con il direttore di uno stabile, che potrebbe essere un Grassi o un Ivo Chiesa. Un individuo malato di onnipotenza, ma facile a cedere davanti al fascino femminile. Quando infatti gli compare davanti una giovane autrice che si dichiara pronta a tutto, ma proprio a tutto, pur di raggiungere il successo, il nostro padreterno incomincia a ringalluzzirsi, sino poi a scoprire nella esordiente un'autentica speranza per il teatro quando viene a sapere che costei è figlia di un ministro.
Insomma, come le dicevo all'inizio della conversazione, il teatro non muore nonostante tutto. Non muore perché fa parte della natura dell'essere umano, il quale è comunque aperto alla speranza».
Ecco, la speranza. È forse questa, paradossalmente, tra le virtù teologali, quella che più sembra essere coltivata da questo genovese di Pamparato, in Val Casotto, sul versante ligure dell'Appennino. Dario Guglielmo Martini, infatti, proprio come il suo eroe (quel Cristoforo Colombo, di cui è uno dei più accreditati studiosi e su cui ha scritto, per i tipi della Vallecchi, una monumentale monografia) ha sempre vissuto e scritto nel nome della speranza. Sino dal tempo in cui - moltissimi anni or sono - chi scrive l'ha conosciuto nella redazione del Corriere Mercantile.
Io ero allora - chissà se ancora lo ricorda - un giovane praticante e lui un giornalista affermato e uno scrittore emergente. Me lo presentò Luciano Garibaldi che, con Martini, aveva condotto una fortunata e interessantissima serie di interviste a liguri famosi, dal titolo - se la memoria mi assiste - di Genovesi, uomini diversi. Mi è rimasto impresso, in special modo, il pezzo su Vittorio G. Rossi, il grande scrittore di cose di mare, che mi aveva a tal punto entusiasmato da farmi ripromettere, un giorno, di scrivere anch'io qualcosa del genere
Martini fu con me gentilissimo. Parlammo del lavoro a cui stava dedicandosi allora - era il 1975 - una rivisitazione de La congiura del Fiesco di schilleriana memoria, scritta però secondo i canoni della verità storica e non dell'immaginazione poetica. L'incontro si concluse con il regalo di due biglietti omaggio per la prima di una commedia, che doveva andare in scena in un teatrino dei dintorni di piazza Tommaseo. Ci andai con colei che non sarebbe diventata mia moglie e mi divertii moltissimo.
Mi aveva colpito di quella pièce (che forse - misteri del destino - era proprio «Eppure sopravvive») l'inflessibile vena sarcastica che fustigava uomini ed istituzioni ma non per questo rinunciava alla sua battaglia in nome della dignità della persona umana. Per cui non mi riusciva di non definire la sua una speranza - come ho scritto più sopra - paradossale.
Paradossale perché Martini spera senza aver nessuna ragione in cui sperare. Si protende verso il futuro, atto tipico della speranza, ben sapendo che di quel futuro egli, come tutti noi che viviamo nell'hic et nunc del presente, non avrà parte. Dario G. Martini non è infatti credente. Ha a lungo rigirato tra le mani, per poi infine scartare quelle che si solgono definire le consolazioni della religione. Il suo è un umanesimo assolutamente laico, ma, al tempo stesso, assolutamente pervaso di speranza.
Si tratta di un paradosso difficile da concepire per chi, come me, ha trovato nella fede le radici del proprio futuro eppure, come tutte le cose apparentemente paradossali, non per questo cessa di esistere. Anzi, è in grado di essere fonte di ispirazione ad alcune tra le pagine più belle del teatro italiano contemporaneo. Pagine che hanno come principale obiettivo polemico quella malattia degenerativa che Michael Ende ne «La storia infinita» definiva il Nulla.
Qualche adulto - oltre naturalmente ai ragazzi a cui La storia infinita era dedicata - non potrà non ricordare la misteriosa malattia che, poco per volta, nel regno di Fantàsia, svuotava dal di dentro le cose. Ebbene, contro questa perdita progressiva del significato dell'esistere, Martini ha sempre combattuto le sue battaglie. La ha combattuta nel nome dell'uomo e dei suoi valori. Primo tra fra tutti, la vita che è il valore supremo, costantemente insidiato da quella sua radicale negazione che è la morte.
Perché la morte non è - come filosofeggiavano i saggi pagani - la naturale conclusione dell'essere, ma di questo stesso essere è la più innaturale delle lacerazioni. E lo sta a dimostrare l'ansia spasmodica che spinge il singolo a ritagliarsi un frammento di eternità, a poter ripetere il suo «non omnis moriar», non del tutto morirò, al di sopra e al di là della tomba. In questo, Dario G. Martini, che ha scritto proprio su questo argomento una bellissima pièce dal titolo «Perché non gridate?», è assai più vicino al cristianesimo di molti che di cristianesimo fanno professione. Esattamente come professerebbero di appartenere ad una associazione benefica, che devolve i propri fondi caritativi ai bambini del terzo mondo.
Bellissima cosa ma che elude il problema di fondo del cristianesimo così come elude il mistero dell'uomo. Questa infinitesima entità, sperduta nell'immensità del cosmo, alla quale tuttavia occorre per esistere, più ancora dello stesso ossigeno che respira, quell'amore che Dario G. Martini ha posto al centro de La Signora dell'Acero Rosso.
Una delle più sconcertanti dichiarazioni d'amore che un non credente abbia rivolto ad una creatura di Dio.