Le avventure velenose del signore dei serpenti

Il serpentese non lo parla. Niente a che vedere con Harry Potter: «Non amo molto la magia. Mi piacciono le cose pratiche». Austin Stevens però coi serpenti s’intende bene: è da quando ha dodici anni che li cerca, li insegue, li colleziona. Della sua passione ha fatto un mestiere, lo snakemaster, il maestro dei rettili, proprio come Steve Irwin era l’uomo coccodrillo. Prima è diventato erpetologo al Parco dei serpenti del Transvaal. Fotografie e riprese da lui realizzate in ogni angolo del mondo, dal Perù all’Africa, dall’Australia al Borneo, sono diventate film, reportage e libri (l’ultimo, appena pubblicato, è The Last Snakeman, cioè «l’ultimo uomo serpente»): ora i suoi documentari vanno in onda su La7, ogni domenica sera, all’interno del programma Missione natura. E, fra un viaggio e l’altro, Stevens si riposa nella sua casa in Namibia, «un cottage con il mare da un lato e il deserto dall’altro». È da lì che risponde al telefono, appena tornato da un safari in Botswana, dove ha festeggiato i suoi 57 anni.
Non vorrebbe imparare la lingua dei serpenti?
«In qualche modo già li capisco: so come si sentono, quello che stanno pensando e, anche, ciò che è bene fare o non fare con loro. È che li conosco da così tanti anni».
Come ha cominciato?
«Avevo 12 anni e vivevo ancora in Sudafrica con la mia famiglia. Un giorno ho trovato un serpente in un cespuglio: era della specie Herald, detto anche con “le labbra rosse”, non molto pericoloso. Ne sono rimasto subito affascinato. Non altrettanto i miei genitori, quando l’ho portato a casa. Ma ho continuato a raccoglierne altri e, alla fine, mi hanno lasciato fare: così è iniziata la mia collezione. Ora però non posso più tenere animali domestici, neppure i furetti a cui ero così affezionato, perché viaggio troppo».
E come si è guadagnato il titolo di «Snakemaster»?
«Durante la guerra in Angola ero con le truppe Afrikaan, loro mi chiamavano slangman, l’uomo dei serpenti: ce n’erano moltissimi nei campi base, nelle tende, nelle borse, e i miei compagni mi chiamavano per stanarli».
Lì è stato morso da una viperona nera: 500 chilometri in territorio nemico, 1.600 in aereo, cinque giorni di coma, poi il risveglio. Quante volte ha rischiato così la vita?
«Solo tre volte. Poche, visto il tempo che passo a fotografare i serpenti, e gli spettacoli che ho fatto con loro. Una volta un cobra mi ha punto mentre lo filmavo, nel deserto: è stato pericoloso perché non c’erano ospedali vicino».
È successo anche nella gabbia: 107 giorni con 36 serpenti velenosi, un record.
«Sì, al 96° giorno sono stato morso da un cobra, ma il dottore mi ha curato dentro la teca. In realtà la difficoltà era dormire: dovevo dividere il letto con diciotto cobra».
Ama solo i serpenti?
«Amo tutti gli animali. Il mio preferito è l’elefante del deserto della Namibia, e mi piacciono molto gli squali. Ma ho paura dei ragni: non sopporto averli vicino».
C’è qualche posto che vorrebbe ancora esplorare?
«L’America centrale, il Messico soprattutto. E poi l’Alaska: è quasi disabitata, come la Namibia, ma mi spaventa il freddo».
Ha mai dato un nome ai suoi serpenti, come veri animali domestici?
«Sì, una volta ne avevo uno con un occhio solo, l’ho chiamato Cornelius Esophagus McBride. Cornelius come un mio amico un po’ folle, Esophagus perché era proprio selvaggio, McBride perché si ingozzava, mangiava tanto che sembrava una moglie. Abbiamo vissuto insieme per sei anni».