«Baby atleti dopati già a 10 anni»

Nino Materi

«Prendete un paniere pieno d’uova e lanciatelo contro il muro. Quelle che non si romperanno saranno le campionesse di domani». La metafora non sarà elegante, ma è quella usata da un allenatore per spiegare il suo metodo di lavoro con gli atleti bambini. Adolescenti tra i 10 e i 16 anni dai quali pretendere tutto e ai quali dare «di più». E dietro quel «di più» possono nascondersi anche sostanze dopanti. Pratiche in uso nei Paesi comunisti prima del crollo del muro? No, un rischio che corrono oggi anche i baby atleti italiani. Un allarme impossibile da trascurare, soprattutto alla luce dell’autorevolezza di chi lo lancia: Società italiana di pediatria, Istituto superiore di sanità e ministero della Pubblica istruzione.
Un sondaggio svolto l’anno scorso su 14mila ragazzi delle medie superiori di tutta Italia, nell’ambito della campagna «Alla scoperta del corpo umano», ha dimostrato infatti che sui 10mila studenti che hanno dichiarato di praticare almeno un tipo di sport, il 7 per cento ha ammesso di assumere sostanze dopanti. E la fascia di età a maggior rischio è sempre più bassa: «Oggi siamo fra i dieci e i 16 anni». Altro elemento gravissimo: è emerso che c’è «associazione» tra uso di aminoacidi e creatina e uso di sostanze dopanti (anabolizzanti, Epo o stimolanti). In altre parole, gli atleti adolescenti che cominciano con gli integratori proteici rischiano di piombare in un tunnel ben più pericoloso: «Chi assumeva aminoacidi e creatina - sottolineano i ricercatori - aveva probabilità di assumere sostanze dopanti di molto superiori rispetto al gruppo che quasi non ne faceva uso».
«Da ricerche che abbiamo fatto nella scuola - testimonia Sandro Donati, dirigente Coni - su un campione di dodicimila bambini di Roma, è emerso chiaramente che, a livello di media inferiore, fa uso di integratori proteici il 4% degli alunni di prima media, il 9% di seconda media e il 15% di terza media».
Inoltre, dividendo i bambini tra quelli che spinti dai genitori o dai medici di famiglia assumevano vitamine e sali minerali attraverso pasticche (oltre che con l’alimentazione), circa il 59% del totale, e l’altro 41% che li assumevano esclusivamente dall’alimentazione, è stato verificato che «nel primo gruppo la percentuale di diffusione per via farmacologica è cinque volte superiore». Dati che ampliano i risultati preoccupanti già emersi nel corso di un altro studio pilota realizzato nel 1999 fra 3.768 studenti delle scuole medie inferiori e dei licei del Veneto ad opera dell'Unità operativa di tossicologia forense e antidoping di Padova. In quell’occasione il 5,8 per cento del campione ammise «l'uso personale di dopanti», mentre il 9,5 per cento ne segnalò «l'uso da parte di un compagno». Percentuali che, considerando solo gli alunni che praticano uno sport, salgono rispettivamente al 7,1 per cento e all'11,4 per cento.
«Tra le sostanze più diffuse e più pericolose - rileva l’Istituto superiore di sanità - troviamo gli ormoni peptici, fra i quali spicca il Gh o ormone della crescita, che è anche il primo prodotto in termini di spesa farmaceutica per i ragazzi in età puberale in Italia e gli steroidi anabolizzanti. La loro assunzione stravolge l’equilibrio del sistema endocrinico: può provocare una abnorme crescita delle masse muscolari ma anche di organi quali fegato e cuore; inoltre, intervenendo su organi riproduttivi, può provocare sterilità e impotenza. Se l’uso in età adolescenziale è protratto può determinare anche la morte improvvisa».
«Le sostanze dopanti possono avere conseguenze terribili sul corpo e la psiche di un adolescente o, peggio ancora, di un bambino. Eppure sono molto più diffuse di quanto si pensi, anche al di fuori dello sport agonistico. Più che agli juniores dobbiamo guardare ai pulcini», denunciano i medici del gruppo di studio di Farmacologia clinica pediatrica della Società italiana di pediatria.
Ma, nonostante il rischio di rimetterci la vita, a prevalere è il business che, in Italia, produce relativamente alle sostanze dopanti un fatturato che si aggira sui 650 milioni di euro annui, circa 330 dei quali nel solo circuito dilettantistico. Nel mondo siamo a un giro di affari che raggiunge i 20 miliardi di euro, cui va aggiunto l’indotto (parcelle mediche, costi di pratiche per equilibrare gli effetti del doping) fino a sfiorare i 50 miliardi di euro. Cifre che fanno la ricchezza degli «spacciatori di sostanze dopanti» e la morte di chi cade nella loro rete.
Nino Materi