Bacon cerca l'anima. Freud scruta la carne

Nelle opere dell'irlandese c'è la musica di Schönberg. In quelle del tedesco l'eco di Berg

Una mostra semplice e utile. Sia per meglio conoscere i due grandi protagonisti della pittura nella seconda metà del Novecento, Francis Bacon e Lucian Freud, sia per vederli nell'ambito della Scuola di Londra, di cui sopravvive un altro artista, meritevole di ogni attenzione: Frank Auerbach, sintesi singolare di realismo esistenziale e di espressionismo astratto. Altra sarà l'occasione per studiarlo meglio. Ora l'intreccio fra il drammatico e l'estetizzante, il supremamente doloroso e il tragicamente reale è in due sale indimenticabili dell'aulico e intimo Chiostro del Bramante a Roma, predisposto per due concerti di musica da camera, nella tradizione moderna di Schönberg e di Berg.

Dopo un vertiginoso a solo di Freud, con il Ritratto di ragazza con il gatto, congelato in una espressione ossessionata e sofferente, vitrea, si incontra, come una Veronica, l'impronta della maschera funebre di William Blake, solitario preludio alle grandi tele, come pale d'altare a un dio sconosciuto, di Bacon. È in questa stanza che sembrano alzarsi le note angosciose di Verklärte Nacht, che attraversano figure e paesaggi. Reclining woman indica anche un percorso religioso, con un riflesso cristologico, dolentissimo. Bacon ci ricorda Pasolini, l'uomo nudo, disarmato, davanti al potere. Dallo sconosciuto nell'abisso si passa a Dog e a Study for portrait on Folding bag, grandi tele attraversate da una insostenibile tensione di disperazione e solitudine. Così, come chiusi in una gabbia, ci appaiono Seated Figure e Study of Portrait, con un uomo che urla la sua angoscia incontenibile. «Quello che voglio fare - scrive Bacon - è distorcere la cosa ben oltre l'apparenza ma, nella distorsione, restituirla come un documento dell'apparenza».

La sezione di Bacon è di grande e misurato equilibrio. L'opera di Lucian Freud chiude la mostra ed è puramente autobiografica. Qui la musica idealmente è quella del Wozzeck di Berg, con la umiliazione che si fa esistenza e orgoglio. Freud diceva di dipingere «le persone che mi interessano e di cui mi importa e a cui penso in stanze in cui vivo e che conosco». Ha ritratto più volte la madre, le figlie Bella ed Esther e la prima moglie Kitty Epstein. I suoi ritratti enfatizzano i segni del viso, le pieghe del corpo e i suoi difetti, cercando di far emergere l'interiorità dei suoi modelli senza curarsi di abbellirne l'aspetto. «La mia idea di ritratto scaturisce dall'insoddisfazione per i ritratti che assomigliano alle persone. Voglio che il dipinto sia fatto di carne, i miei ritratti devono essere ritratti di persone, non simili alle persone», disse una volta. «Voglio che faccia la stessa impressione della carne».

Tra i più conosciuti si ricordano quello, piccolo e irriverente, quanto vero, della regina Elisabetta compiuto nel 2000 e quello coinvolto e tormentato della modella Kate Moss nel 2001. A Roma vediamo l'intensissimo ritratto della madre, inseguito mille volte fino a farlo vivo, la moglie con un cane bianco, ritratto di commovente partecipazione che ci trasmette tutto il disagio della donna che sta per separarsi da lui e appare infinitamente distante. Osserva la curatrice Elena Crippa: «Negli anni '60 Freud passa progressivamente dall'approccio lineare degli anni '40 e '50 a una pittura più libera e strutturata». Così i corpi di donne e uomini perdono il disegno e si misurano con l'artista in una disarmante nudità fatta solo di colore a corpo, grumoso, denso, spesso, con la stessa energia vitalistica di Courbet. Ecco il suo assistente di studio David, ecco il performer amatissimo Leigh Bowery, il cui volto ha una potenza di vita animale, come soltanto in Goya e Gericault. Pittura e carne si confondono, come mai prima, e ne esce dolore. Lo documentano i numerosi autoritratti in un progressivo cupio dissolvi, un'esperienza totale di sfida alla morte. Diversamente da Bacon, che cerca un'anima comunque sia, nonostante la potenza della materia, Freud esprime un irriducibile nichilismo. Tutto finisce qui.