Badodi, piccolo e grande pittore sentimentale

Come il poeta Corazzini, ascoltava la propria anima. Traendo l'ordine dal «disordine intimo»

Cosa potrò dire, e a chi, di Arnaldo Badodi? Grande artista, dimenticato dai più o ricordato come un nome, un piccolo nome, del «movimento di Corrente» dominato da Ernesto Treccani e Renato Guttuso. Badodi è un poeta, mentre Guttuso e Treccani sono rispettivamente l'ideologo e il fanatico del popolo destinatario di un'arte di tutti e per tutti (d'altra parte il padre era il Treccani degli Alfieri che volle l'Enciclopedia italiana).

Badodi si accontenta della propria anima, e di quella ci parla, in una dimensione universale, che verrebbe voglia di accostare al sentimento espresso in una delle poesie più note del primo Novecento, Desolazione del povero poeta sentimentale di Sergio Corazzini: «Perché tu mi dici: poeta?/ Io non sono un poeta./ Io non sono che un piccolo fanciullo che piange./ Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio./ Perché tu mi dici: poeta?/ Le mie tristezze sono povere tristezze comuni./ Le mie gioie furono semplici,/ semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei./ Oggi io penso a morire./ Io voglio morire, solamente perché sono stanco;/ solamente perché i grandi angioli/ su le vetrate delle cattedrali/ mi fanno tremare d'amore e d'angoscia;/ solamente perché io sono, oramai,/ rassegnato come uno specchio,/ come un povero specchio malinconico./ Vedi che io non sono un poeta:/ sono un fanciullo triste che ha voglia di morire».

L'affinità dei due spiriti appare intuitiva, anche se Arnaldo Badodi nasce sei anni dopo la morte di Corazzini, il 17 marzo 1913, e muore, giovanissimo a trent'anni, a Kamenskoe, nel 1943, dopo essere stato fatto prigioniero nella battaglia del Don. D'altra parte Corazzini morì a ventuno anni; e le due vite brevi bruciano come una fiamma che non si spegne, e parlano oggi, ai pochi che sono in grado di ascoltare. Badodi, proprio a ventuno anni, nel 1934, entrò a far parte del gruppo milanese da cui nascerà «Corrente»: erano con lui Aligi Sassu, Renato Birolli, Fiorenzo Tomea, Giacomo Manzù, Italo Valenti, Lucio Fontana e Giuseppe Migneco, con cui condivideva lo studio. Osservando le sue opere sembra di ascoltare la musica di Petrushka di Stravinskij, per la predilezione per il mondo dei circhi, con le loro luci, e poi per i negozi di sartorie e modisterie, e per gli interni popolari di una Milano nascosta. Ma tutto questo in dipinti di rara suggestione, di intimismo autentico e drammatico, come Il suicidio del pittore, Soprabito sul divano, L'armadio, Il circo che, pur rappresentando luoghi e situazioni esterni, con gusto descrittivo, indicano stati d'animo e situazioni autobiografiche.

Interpretando in modo originale il «richiamo all'ordine» di Novecento e della pittura di regime, soprattutto al Premio Cremona, Badodi poteva sostenere: «All'ordine, che è direttamente proporzionale all'arte, l'artista arriva indipendentemente, soltanto esprimendo e risolvendo un proprio problema. È inevitabile che per arrivare a questa chiarezza... l'artista, e di conseguenza l'arte, debba prima avventurarsi in un disordine intimo». Disordine, come dolore, tormento. La sua anima, in sintonia con il mondo degli espressionisti e con van Gogh, di cui in quegli anni proprio l'amico Migneco fu il più convinto interprete e traduttore, si specchia in luoghi di vita fervente e tumultuosa, come Caffè, nel quale avvertiamo reminiscenze di Ensor, Il biliardo, La donna al caffè, oltre a quelle già ricordate, opere fragili e dolenti, tra le più autentiche di quella generazione, per la loro natura di confessioni esistenziali. Penso a Figura seduta, a Ragazza, dove si esprime una irrimediabile solitudine, intensamente partecipata dal pittore, che ha un solo equivalente, in quegli anni, nella pittura ansiosa e sofferente di Soutine.

La vita di Badodi sarà più breve di quella di Modigliani, senza offrirgli l'opportunità di proiettarsi nel mito. Dopo La battaglia di Milazzo del 1939, conservata nel museo del Risorgimento di Milano, contraddittorio tentativo di pittura epica, Badodi si restringe negli interni dipinti negli anni '40 e '41, ed esposti alla bottega di Corrente, alla Galleria di Genova, alla casa degli Artisti di Milano, al premio Bergamo, privilegiando soggetti come quello sperimentato con L'armadio nel 1938. Oggi li ha amati e compresi il collezionista Giuseppe Iannaccone. Sono i suoi capolavori, i correlativi oggettivi della sua condizione interiore. Nel maggio del 1942 inizierà l'epilogo: Badodi parte per il fronte orientale in Russia come tenente dei bersaglieri. Fu ferito e fatto prigioniero. Di quel tempo restano le lettere ad Aldo Carpi, suo maestro, l'ultima delle quali è dell'11 dicembre del 1942. Sappiamo che fu ricoverato all'ospedale di Kamenskoe, dove morì di tifo nel 1943.

Tra i primi a ricordarlo fu Raffaele De Grada, suo amico, con una retrospettiva alla Biennale di Venezia nel 1948. Quell'anno il mio maestro, Francesco Arcangeli, fu a Venezia. Ci ha lasciato un referto su Picasso e sugli impressionisti, per la prima volta visti in Italia. Fu anche l'anno di Nathan e di Cagnaccio di San Pietro, di Gino Rossi e di Scipione. Forse in quella occasione, per la prima volta, Arcangeli, vide Turner; e il suo amato Morandi emerse su de Chirico e Carrà nella retrospettiva sulla pittura Metafisica. Mi chiedo cosa avrà pensato davanti ai dipinti di Arnaldo Badodi.