Bagnasco, maestro di vita, che non fa più sconti a don Farinella

A costo di essere ripetitivo, insisto: in questo momento, Genova ha un unico intellettuale di levatura nazionale, un filosofo e un teologo che svetta anche a livello italiano. L’intellettuale si chiama Angelo Bagnasco.
Sì, parlo proprio del cardinale, il nostro caro Angelo. E dico proprio, come sempre, in senso laico: cioè la grandezza intellettuale di Bagnasco non è relativa al suo magistero, che ai cattolici può piacere e magari agli atei no, ma riguarda proprio le sue parole interpretate laicamente, nel senso più bello che la parola sa avere, che non presuppone il fatto che «laico» sia sinonimo di «laicista».
E allora, anche solo restando agli ultimissimi giorni, il cardinale non solo ha parlato molto. Ma ha detto molto, circostanza non per tutti coincidente con la precedente. La frase più famosa, quella che ha fatto i titoli dei giornali - e non poteva essere diversamente - è stata quella sulla «questione morale in politica, come in tutti gli altri ambiti del vivere pubblico e privato, è grave e urgente e non riguarda solo le persone, ma anche le strutture e gli ordinamenti». Da qui, la necessità non solo o non tanto di «fare diversamente», ma di «pensare diversamente», per «purificare l’aria». Espressioni bellissime, non solo moralmente ed eticamente, ma anche semanticamente. Così come quella sul fatto che «la cultura della vita facile ed egoista ceda il passo alla cultura della serietà».
E ancora, fior da fiore, ecco la denuncia di «una cultura che semina menzogne e fa pensare che l’uomo vero è colui che ha potere e denaro, che le regole sono nemiche della libertà, che bisogna lasciarsi guidare dalle sensazioni più che dalla ragione, che il bene morale è ciò che conviene senza sacrificio». Denuncia contrappuntata da parole alternative, come «il senso del dovere». Richiami alla famiglia solida: «I figli non hanno forse diritto a qualunque sacrificio, pur di tenere salda la coppia e la famiglia? Non è forse questo l’atto di amore e di educazione più grande dei genitori? E anche il loro preciso dovere? E laddove questo accade, non è nata un’unione più forte e matura, e anche più bella e felice? E i figli non ne hanno forse giovato per la loro educazione?». Domande che hanno le loro risposte nel senso della vita.
Su, su fino alla rivoluzione copernicana del «bisogno di una grande conversione culturale e sociale», con il richiamo a chiunque abbia responsabilità pubbliche - dalle istituzioni al mondo economico, ma ci metto dentro anche noi del mondo dell’informazione - che «attraverso il loro operare propongono modelli culturali destinati a diventare dominanti». E invece, la risposta sono «un ambiente di vita, un orizzonte di modelli, un clima respirabile di valori, un humus comune, dove l’apparenza, il raggiro, la corruzione non la spuntano e la disonestà non è la regola esibita e compiaciuta». (...)