Le banche centrali frenano i mercati

Tra maggio e giugno i mercati hanno messo a segno rialzi fra il 5 e il 7% lasciando presupporre che la fase di «correzione» fosse conclusa e che, dopo un lungo periodo, si fosse realizzato un riequilibrio tra obbligazionari e azionari. In effetti, non solo alcuni degli indici più importanti e dinamici, come il Dax o il Nasdaq, o altri in Asia o in Sudamerica avevano recuperato i vecchi massimi ma addirittura erano giunti a un pelo dai «picchi» del 2000. L’ultima decade di giugno sembra invece avere risollevato molte perplessità sulla stabilità del recupero.
Sul piano tecnico la spiegazione più plausibile è che quando un indice o un titolo si trovano a ridosso di un «tetto» da violare, specie se vecchio, vi ballino per un po’ sopra o sotto per poi compiere il balzo finale. Per ora si può ancora ritenere che anche con un’ulteriore caduta di un 5%, la possibilità di un 2007 sopra i vecchi massimi sia ancora intatta.
Cominciamo intanto a scartare i sussulti del mercato cinese, ampio, ma troppo chiuso (90% in mani locali) per potere contagiare il mondo in modo diretto. Lo potrebbe fare indirettamente se un crollo, durevole, incidesse alla fine sull’economia; ma per ora non si vedono avvisaglie in tal senso. Consideriamo quindi quella che dovrebbe essere la vera causa del «malessere»: l’improvviso crollo dei titoli di Stato europei e americani a medio e lungo termine; per i 30 anni un crollo del 6% per i primi, e del 5% per i secondi. Un anno e più di rendimento bruciato. Fino a un mese prima i titoli a breve, fino a due anni, rendevano più di quelli a lungo. Le decisioni delle Banche centrali di alzare un po’ ovunque i tassi a breve hanno dato il primo scossone colpendo in particolare chi era molto indebitato sull’immobiliare o anche sul consumo con garanzie molto deboli. Da qui un inizio di «crisi finanziaria», specie in Usa, che i deboli dati economici recenti hanno ampliato. Essendo per ora l’inflazione stabile, il contraccolpo l’hanno subito specialmente i tassi «reali», ossia quelli al netto dell’inflazione che fanno più male. Ora si scopre all’improvviso che i rendimenti Usa erano in salita nel 2003 ma nel 2004-5 e in parte nel 2006 si erano artificialmente fermati grazie all’Asia. Il risultato è che la differenza tra i rendimenti azionari e obbligazionari s’è deteriorata a favore di questi ultimi. Ma è possibile che di colpo le politiche monetarie della Bce e della Fed abbiano provocato tanto trambusto? La risposta è duplice: 1) sì, non tanto per le decisioni prese quanto per le dichiarazioni che le hanno accompagnate. I pericoli di inflazione sono stati reiteratamente ripetuti; 2) sì anche perché solo un mese fa nessuno scommetteva più su un ribasso dei tassi Usa; gli ultimi dati, specie relativi alla lunga crisi dell’immobiliare e al timore di un riflesso sui consumi, hanno riportato da «zero» al 40% le ipotesi di un taglio entro il 2007.
Sul versante europeo, al contrario, anche il Fmi sottolinea la forza «potenziale e sostenibile» dell’economia; ma anche di una crescente occupazione che potrebbe premere sui prezzi. Dunque altri rialzi. Ma fin dove?