Bankitalia: dal campo alla tavola prezzi gonfiati del 200%

In Italia il record dei rincari a livello europeo. Pesano soprattutto i trasporti. Palazzo Koch conferma le accuse dei
produttori: "Troppi intermediari,
alla fine ci rimettono i consumatori"

da Milano

«Dal produttore al consumatore». Nella sintesi dello slogan c’è già tutto il messaggio: così si risparmia. Peccato che in Italia questo elementare assioma economico non venga quasi mai applicato, soprattutto da un settore con cui ogni giorno milioni di famiglie devono fare - letteralmente - i conti, ovvero l’ortofrutta.
Lì la filiera è troppo lunga, si snoda in almeno tre-quattro passaggi di mano prima di vedere la merce collocata nel carrello della spesa. Un po’ come quei vecchi film western dove una catena umana cerca di spegnere l’incendio di una casa passandosi un secchio d’acqua. Non funziona. Allo stesso modo, il percorso frammentato di frutta e verdura dai terreni di coltivazione fino alle nostre tavole, finisce per essere - ben più dell’alibi prêt-à-porter del maltempo - la prima causa dei rincari, il vero focolaio d’inflazione e, dunque, di impoverimento del nostro potere d’acquisto.
Su questo fenomeno ha concentrato la propria attenzione anche la Banca d’Italia, per arrivare alla conclusione che il ricarico totale dell’ortofrutta è in media del 200 per cento, una percentuale-monstre capace di far impallidire i picchi inquietanti del barile di petrolio e le bizze al rialzo di benzina e gasolio. I pochi centesimi pagati al coltivatore per un chilo di pesche o carote, si trasformano così in euro sonanti alla cassa del supermarket, facendo di un cesto di frutta e verdura una natura morta da ammirare (più che da mangiare, almeno finché si può) come un quadro di Morandi e di una banana una scultura che rimanda a Warhol. Una sorta di doping commerciale, antitesi del dumping. Basterebbe invece mettere in pratica il vecchio slogan, per contenere il ricarico sotto l’80 per cento.
Invece, ben lontana dall’essersi ridimensionata, la forbice tra prezzi alla produzione e quelli al consumo è andata divaricandosi nell’ultimo triennio: la differenza era del 113,1 per cento nel 2005, è diventata del 120,7 per cento nel 2007. In Francia e Spagna stanno decisamente meglio, considerando che questo valore scende al 60%. Forse grazie a un maggiore grado di vigilanza sui prezzi? L’analisi non lo dice, ma il sospetto c’è, così come la certezza di un problema che si va incancrenendo. E non solo per lo sfilacciamento della filiera, di cui è in parte responsabile anche la grande distribuzione (gli acquisti diretti avvengono in meno di un terzo dei casi), ma anche per l’aumentato costo dei trasporti. Sui cosiddetti costi logistici, il trasporto (soprattutto su gomma) incide per due terzi: la lievitazione dei listini carburanti non può dunque non avere un effetto di trasmissione sul prezzo finale. Poi, va considerata la frammentazione del nostro tessuto produttivo. In Italia le imprese del settore agricolo sono, rispetto agli altri Paesi europei, più numerose in proporzione alla popolazione: 15,8 ogni 100 abitanti. Un rapporto che in Germania crolla a 2,2 e in Francia a 6,2.
La Banca d’Italia punta infine l’indice sulla struttura vecchia e mal funzionante (in particolare per quanto riguarda gli orari di apertura) dei mercati ortofrutticoli, dove ancora oggi passa il 70 per cento delle transazioni, contro il 50 di Francia e Spagna. In più, i nostri mercati sono tanti, quasi 150, ma anche piccoli: il 98 per cento ha una dimensione che è meno di quinto delle realtà minori in Francia e Spagna.
Insomma, è la conclusione Bankitalia, nel settore manca concorrenza. Una carenza che finisce sempre per pagare, alla fine, l’ultimo anello della catena: il consumatore.