Bankitalia: lavorare più a lungo o benessere a rischio

Il vice direttore della Banca d'Italia: "Il mantenimento e l’espansione del
livello di vita raggiunto nel nostro paese non può non richiedere che si lavori di più, in più e più a lungo". "In Italia istruzione inadeguata"

Roma - "Il mantenimento e l’espansione del livello di vita raggiunto nel nostro paese non può non richiedere che si lavori di più, in più e più a lungo». Così il vice direttore di Bankitalia, Ignazio Visco, conclude il suo intervento nel corso della riunione scientifica della Società degli Economisti italiani in corso a Perugia. Parlando di invecchiamento della popolazione, immigrazione e crescita, l’esponente del direttorio sottolinea come sia "necessario che si innalzi l’intensità del capitale umano" per il quale "esistono ampi margini di miglioramento", e che "riprenda a crescere la produttività totale dei fattori".

"Occorre agire se si vuole evitare che il nostro Paese non riesca a mantenere negli anni futuri l’attuale livello di benessere economico e si allontani dai livelli di reddito delle economie oggi simili alla nostra". Secondo il vice direttore generale di palazzo Koch, "è certamente necessario sfruttare appieno i margini ancora ampiamente inutilizzati dell’offerta di lavoro, in particolare nella componente femminile, e quelli che, per effetto dell’allungamento della speranza di vita e del miglioramento delle condizioni di salute in età più avanzate, si renderanno disponibili in futuro nei segmenti più anziani della popolazione, rimuovendo ad esempio vincoli quali quello di un’età di pensionamento prefissata e costante nel tempo". Ma l’aumento dell’occupazione da solo, aggiunge, non è "sufficiente a garantire una durevole crescita dei redditi".

"Istruzione inadeguata" "La qualità dell’istruzione fornita dal nostro sistema scolastico è inadeguata", afferma poi Ignazio Visco, che chiede "interventi importanti sulla scuola e sull’università". Che denuncia il rischio "di finire in un equilibrio di bassi salari, bassa accumulazione di capitale umano, possibile disoccupazione o sotto-occupazione di coloro che hanno livelli di istruzione più elevati". I dati ammettono pochi dubbi: "in Italia il livello medio di istruzione della popolazione è ancora basso, in quantità e qualità, e inferiore a quello di quasi tutte le economie avanzate". Nel 2006 la quota di popolazione in età di lavoro con titolo di istruzione universitaria era poco più del 1$%, circa la metà della media Ocse. E tra i più giovani la differenza è ancora più ampia: 17% contro il 33% medio dei Paesi sviluppati. E "anche il rendimento dell’istruzione", denuncia Visco, "è relativamente basso nel confronto internazionale, pur se ancora apparentemente superiore a quello di investimenti alternativi".

A un’istruzione di bassa qualità le imprese reagiscono "con un’offerta generalizzata di bassi salari", tali da essere "ritenuti insufficienti a compensare il costo di un ritardato ingresso nel mercato del lavoro" con conseguente riduzione dell’investimento in istruzione.

Visco invita a rivedere "gli incentivi che guidano l’apprendimento come l’attività di insegnamento, va apprezzato e compensato il merito là dove si manifesta", sottolinea, «è necessaria una migliore e più continua valutazione dei programmi, dei metodi e dei risultati, occorrono infrastrutture e ambienti scolastici adeguati e attraenti". E "l’attenzione al capitale umano e ai processi della sua formazione", rileva il vice direttore generale di Bankitalia, "è ancora più cruciale in un contesto di crescente immigrazione".