"Barack mi piace, ma certi obamiani rischiano di renderlo insopportabile"

Il titolare della Gioventù: "Veltroni è in prima fila a impadronirsi
della vittoria del senatore nero. Ma sulla politica estera l’America
non prenderà strade alternative a quelle tradizionali"

Bruxelles - Dicono che in molti dei suoi ragazzi - i giovani di Azione Giovani - si siano trovati ad esultare per «faccetta nera», ritmando felici il nome di un Obama che ha poco del classico yankee, ma Giorgia Meloni non ci sta a prendere in considerazione una vittoria razziale: «Barack ha vinto perché era la novità, e non di facciata! Lui rappresenta il nuovo in senso strutturale. Promette un cambiamento che l’America si aspetta. Dunque il colore della pelle non c’entra per niente». Né si mostra sorpresa del successo del candidato democratico anche in Stati tradizionalmente conservatori così da portarlo in carrozza alla Casa Bianca. «Per me - osserva la 31enne ministro delle Politiche giovanili - era una vittoria annunciata. L’ho capito dal gran dibattito che la sua candidatura ha provocato negli Stati Uniti, ma anche da noi dove dappertutto si discuteva delle presidenziali...».

Dappertutto?
«Ma sì. Ho sentito parlarne tra la gente, per strada, nei ristoranti. Non solo politici e giornalisti, ma persone comuni che elaboravano teorie e commenti, in prevalenza filo-Obama, fino a una splendida signora che l’altra sera ha chiuso un dibattito a tavola annunciando che per lei, comunque, i giochi erano fatti: vincerà, ha detto, Mc Kennedy!».

Proprio un plebiscito per il senatore di Chicago, non è che sia stato, comunque...
«Mai pensato che lo potesse essere. O se lo sono già dimenticati tutti che lui partì come outsider e si trovò gran parte dei democratici contro perché preferivano Hillary Clinton?».

Senta ministro Meloni: ma secondo lei, com’è che ce l’ha fatta, avendo contro almeno all’inizio tante lobbies potenti?
«Ha vinto la voglia di schemi nuovi. Non c’è solo la voglia di cambiamento che lui ha garantito agli americani, ma di un certo tipo di cambiamento: di una rottura col passato e, in questo quadro, con le oligarchie che tentavano di sopravvivere supportando Hillary. Secondo me è questo il segreto della vittoria di Barack Obama, al di là del dato giovanilistico o del cambiamento annunciato. Anche se adesso occorrerà vedere se riuscirà a passare dalle promesse ai fatti...».

Lei passava per una supporter di Obama. Vero o falso? E i suoi ragazzi, quelli di Azione Giovani, con chi si schieravano in maggioranza, visto che la destra italiana pareva propendere per i repubblicani Usa?
«Da quello che so, i nostri ragazzi erano divisi: c’è chi ha subito il fascino di Obama, anche in relazione alle vicende di politica estera, specie nel Medio Oriente; e c’è chi, più tradizionale, guardava con più entusiasmo a McCain. Diciamo che hanno tifato un po’ di qua e un po’ di là... del resto anch’io devo confessare di aver provato rispetto e ammirazione per il McCain a lungo prigioniero di guerra, ma di esser rimasta colpita dal cambio reclamato da Obama, anche se poi... certi obamiani di casa nostra rischiano di rendermelo a breve insopportabile...».

A che si riferisce?
«Ma non le ha viste certe scene di giubilo di qualche nostro politico che surrogava la vittoria di Obama con il suo recentissimo fallimento? Già, proprio Veltroni in prima fila! E pensare che aveva usato i suoi stessi slogan: segno che erano le persone scese in lizza in Italia che proprio non funzionavano! Ho visto in tv, in queste ore, scene davvero eccessive, anche per la simpatia che si può avere per Obama, e stante il fatto che nessuno della nostra sinistra ha mai avuto contatti con lui. Passiamoci sopra un velo pietoso... ma li aspetto ora alla prova dei fatti. Perché, a dirla tutta, non sono affatto convinta che le politiche che porterà avanti daranno lustro alla loro aspettative. Specie in politica estera, ma non solo, che vincano i democratici o i repubblicani non è che poi gli Stati Uniti prendano strade alternative a quelle sempre percorse...».

Copie vecchie e stantie di Obama, da noi. Perché ci manca l’originale?
«Perché la nostra è una democrazia imperfetta. Perché da noi il Parlamento non rappresenta il Paese visto che il sistema di potere tenta in ogni modo di impedire l’accesso alle novità».

Ma come, non si erano ringiovanite le Camere?
«È vero: il numero dei deputati under 35 è cresciuto, ma non dimentichiamo i tanti che si incollano allo scranno. Si ricorda che discussioni per De Mita? Ce ne sono tanti altri che il posto non lo mollano, mentre c’è voglia di facce nuove ma soprattutto di politiche nuove, magari trasversali, cosa che i giovani, ormai non più figli di antiquati schematismi, possono riuscire a fare. Ma per promuovere il cambiamento c’è bisogno di riforme: a cominciare dalla equiparazione tra diritti attivi e passivi dell’elettorato. Perché si può votare a 18 anni ma non essere eletti e rappresentare la propria generazione? Qui bisogna intervenire».

Mi sta dicendo che la prossima legge elettorale potrebbe prevederlo?
«Le sto dicendo che... stiamo lavorando».

Torniamo a Obama: lei si fida?
«Non ho la presunzione di sapere se risolverà i problemi o meno. Lo spero e gli faccio i miei migliori auguri. Posso solo notare che mi pare abbia i nervi saldi, come ha mostrato soprattutto nelle primarie, e di avere una aspirazione al cambiamento che molti auspicano».

L’ha detto anche l’altra notte, ringraziando i suoi elettori. E aggiungendo di esser felice che gli Stati Uniti abbiano confermato di essere la terra delle opportunità. Cosa che l’Italia non può invece dire di essere, no?
«E allora bisognerà copiarlo e lavorare - non lo dico per competenza o per lobby - per dare speranze concrete alle nuove generazioni. Io sono convinta che la politica del merito, che noi intendiamo introdurre, sia il primo e decisivo capitolo di quell’aspirazione: abbattere barriere, offrire pari opportunità per tutti a prescindere dall’età, dal sesso, dal colore della pelle, dal censo. È una sfida vera, la nostra. Sappiamo che i ragazzi, anche quelli che protestano in questi giorni, hanno voglia di un cambiamento; non chiedono aiutini o scorciatoie, ma di potersi misurare. Credo si debbano prendere decisioni in tal senso, dallo studio alla politica, al lavoro per far emergere i nostri Obama. Anche se dev’esser chiaro che la guida - in ogni funzione - dovrà esser del più capace e non comunque di chi è più giovane. Altrimenti si farebbe solo retorica».

A 31 anni è ministro. A 44, come ne ha Obama, ce la fa a divenire premier?
«Ne ho 50 almeno, davanti. Che faccio? Li ammazzo?».