Barbe & barbieri. Tra olio e panni caldi ora anche l'uomo si fa coccolare nel salone

Manovrano pennelli schiumosi come fossero pittori, forbici e lame come scultori: fioriscono i locali con i figaro dei nostri giorni

Il salone da barba. Non il parrucchiere o il barbiere come si usa dire in modo non del tutto corretto, con una involontaria metonimia, la persona intendendo il negozio. Ma, in questo caso, il negozio, il locale, il salone per l'appunto, ha la sua valenza, se non addirittura prevalenza. Come ai bei tempi, un vintage attualissimo, rilanciato con stile e forma siculoyankee, che sono poi le terre di origine e di conferma del mestiere con tutto il repertorio che si porta appresso. L'Italia è piena di sale da barba, un po' meno di barbieri veraci, scultori del taglio con la lama, direttori d'orchestra con il rasoio al posto della bacchetta, maestri del gioco di forbici, pittori con il pennello schiumoso. Saloni dovunque e comunque ma da qualche tempo, anzi dal duemila e tredici, è nato Bullfrog, un modo uguale e diverso di intendere l'arte e il mestiere. Ranatoro, dunque ma non ci sono stagni, non senti gracidare, non ci sono bocche larghe, non ci sono tinozze o pentole nelle quali immergere l'anfibio che si adatta e va a cottura lenta, finale, secondo la narrazione fiabesca del titolare. Bullfrog è l'insegna della ditta, tre a Milano, una a Zurigo e ora anche Varese, un vicolo, un edificio del secolo XV, casa Perabò, famiglia patrizia varesina; cinque luci, cioè vetrine, quattro poltrone per il rito, un locale attiguo dove scegliere i prodotti per l'uso e l'acquisto. Non una stanza per l'ozio, questo è il solo peccato difficile da perdonare a chi ha creato l'affare, Romano Brida, uno di pensiero e azione, libero dunque, e a chi lo sta sostenendo, Antonio Percassi, il bergamasco imprenditore di altre imprese anche nel settore della cosmesi e, infine, alla Dorsi Academy (Antonio, Alberto e Raffaele D'Orsi) come franchising. Bullfrog e altre dieci, cento botteghe diverse ma simili, analoghe, trasformate, arredate di gusto, non più anonimi locali di passaggio ma boutique vanitose, dalla Sicilia al Veneto, dalla Lombardia al Lazio.

Sala da barba, dunque, giardino dei narcisi, luogo della pace del corpo, non so dell'anima. Distesi e stesi, come in sala operatoria, il viso, tutto, completamente avvolto da panni, bianchi, caldi, bollenti e, poi, tiepidi e freddi, piccoli asciugamani che diventano un sacro lenzuolo a coprire il paziente sotto i ferri di un chirurgo estetico che chiamasi, volgarmente, barbiere. Volgarmente? Niente affatto. Qui sta la differenza, la scena diventa sceneggiata, fantastica e fantasiosa, il salone è palcoscenico teatrale, lavabi, specchi, poltroncine, forbici, rasoi dritti, a mano libera, elettrici, lame, regolatori, pettini, coramelle in cuoio (affila rasoio), allumi di rocca, asciugacapelli, spazzole, oli, talchi, lacche, saponi, pennelli, profumi, essenze, tonici, balsami. Ricompare pure il calendarietto, non quello esposto in certe officine o camion, con femmine strepitose che distraggono il meccanico e l'autista, ma un piccolo lunario, ahimé non più profumato di cipria, come ai tempi belli, comunque illustrato dal necessario, utile e dilettevole, donne, comunque, ignude, spogliate, fotografate nel tutto, di profilo, di fronte, alto, basso. L'agendina diventa memorabilia, oggetto di collezione e di culto. Scomparse (non soltanto qui ma dovunque) anche le schedine del Totocalcio, quelle intonse, immacolate, non utilizzate dalla ricevitoria e prelevate dal barbiere prima che finissero al macero. Servivano per stendervi, sopra, la barba rasata, dopo ogni passata i peli, reduci e abbandonati, finivano, con schiuma appresso, spalmati tra un Milan-Inter e uno Spal-Lecce 1-X-2. Si trovano alcuni reperti su ebay, ovviamente delle schedine, non del pelo superfluo.

Figaro non è sempre lo stesso, arriva dalle Americhe, dall'Inghilterra, dal Salento o dalla Sicilia, cambia, ruota ed è vestito alla bisogna. Sembra reduce dal set di un film degli anni Trenta, porta una coppola, tipo quella di John Lennon, appoggiata sulle ventitré, si muove quasi danzando, sembra stendere al vento il bucato quando prende il lenzuolo non più bianco ma a righe bianche e verdi, che avvolge il collo, prima, e il petto, dopo, e, infine, anche le braccia del cliente paziente, ormai prigioniero goduto prima dell'esecuzione. Mancano ancora sigari e musica di quel tempo, manca il colpo di scena, l'ingresso improvviso del killer, la poltrona che, improvvisamente, Figaro fa pirlare, come una giostra, la sventagliata del mitra, sangue e fuga. Così si sogna, chiudendo gli occhi mentre le forbici prendono a modellare i baffi e i capelli, folti o radi, comunque crine prezioso. Si viene serviti soltanto su prenotazione, lista lunga come nei peggiori ospedali italiani però si evita l'attesa, peccato, perché questo era un altro rito del salone d'antan, la lettura e la chiacchiera, le voci del paese, sbirciando le femmine che passano davanti alle vetrine, confortando gli occhi con il commento birichino o pecoreccio. È un film dal vivo, dall'inizio alla fine, trama nuova ma immaginata, perché il mestiere del barbiere resta antico, il tonsor accomodava la barba e i capelli, non posso sapere con quali attrezzi e quale fosse l'igiene del tempo ma mi hanno raccontato, vecchi amici americani, di barbieri nuiorchesi che usavano una pallina di ferro o di acciaio per meglio radere la barba ispida sulle guance. Detta pallina veniva tenuta in bocca dal cliente, come un bon bon o una polpetta, a secondo dei gusti, per rendere più tonda la pelle e dunque meno tortuoso l'itinerario della lama radente. Il fatto era che quella stessa pallina venisse utilizzata non in esclusiva da un cliente ma, a seguire, dagli altri avventori. Idem come sopra per umettare il pennello, là dove l'acqua era poca si ricorreva alla saliva, previa sputo, ma del titolare della bottega. Elementare, no? Ma è roba di letteratura e favola. Oggi è tutto severamente vietato, tutto sotto controllo, barba, capelli, ragazzo spazzola. Altrimenti la Ranatoro, prima di defungere bollita, morde. E tu paghi il conto. Comunque.