Bargagli, 7 miliardi di ragioni per tacere

«I colpi di mano della banda dei vitelli furono tre. Il bottino era costituito da un totale di oltre 130 milioni di lire che, oggi, sarebbero più di 7 miliardi di euro»

(...) Laureato in lettere con specializzazione in Medievistica, Ghilarducci abita a Bargagli dal 1980 e conosce da sempre i risvolti di quello che per tutti gli altri, cioé per coloro che non conoscono il paese e la sua storia, è soltanto un inestricabile mistero bagnato dal sangue di numerosi ex partigiani, o presunti tali.

I LADRONI DI BARGAGLI
«È necessaria infatti una netta distinzione tra coloro che effettivamente hanno partecipato alla Resistenza, molte volte pagando con la loro stessa vita, e chi invece ha utilizzato quel periodo storico per farsi i propri interessi - esordisce Ghilarducci - Io ovviamente ero troppo piccolo a quel tempo per fare il partigiano, ma mio padrino lo era così come tante altre persone che poi ho avuto modo di conoscere. Per cui posso dire che negli anni Quaranta, in piena Resistenza, si parlava diffusamente dei “ladroni di Bargagli”, cioè di delinquenti comuni che si erano arricchiti macellando e vendendo carne bovina alla borsa nera. Fu in un secondo tempo che questi uomini si aggregarono alle formazioni partigiane per non essere perseguiti dalla legge a fine guerra. E non è un caso che un famoso comandante partigiano di quel tempo, Aldo Gastaldi, detto “Bisagno”, minacciò di portarli tutti in tribunale a guerra finita. Ma per loro fortuna, e dei loro compagni comunisti, “Bisagno” morì in un misterioso incidente automobilistico proprio alla fine del conflitto».
I «ladroni di Bargagli», che poi passeranno alla storia come «la banda dei vitelli», erano quelle sei o sette persone che innescarono la strage che si è conclusa nel 1985. Si conoscono i nomi di tutti, ma Ghilarducci non li vuole fare. «Bisogna ricavarli mettendo insieme i fatti e i processi giudiziari - dice - ma nessuno può esplicitamente dire chi fossero».
E il perché è presto spiegato. Molti di questi «galantuomini», infatti, sono morti. Ma alcuni ci sono ancora e, tutti, comunque, hanno una famiglia. Per cui, prima di lanciare accuse, bisogna avere prove certe... Del resto non bisogna dimenticare che anche i sei imputati dell’ultimo processo, quello del 1984, già liberati per l’indulto del ’53, vennero poi assolti nel 1989 da una sentenza d’appello «per non aver commesso il fatto». Con buona pace di quei 27 morti (23 ufficiali, più quattro che vennero inseriti nella lista diversi anni dopo) che comunque da qualcuno vennero ammazzati.

IL TESORO SCOMPARSO
Ma veniamo alle rivelazioni che oggi Ghilarducci è disposto a fare.
«Premetto - afferma - che ho studiato la storia partigiana molto attentamente e che sono riuscito a ricostruire gli avvenimenti di quei giorni sia tramite la testimonianza diretta di alcuni sopravvissuti, sia avvalendomi dell’aiuto di una mia carissima amica, la scrittrice tedesca Henrike Leonhardt, di Monaco di Baviera, che è riuscita a ottenere dal governo tedesco i documenti della guarnigione che in quegli anni era di stanza nella provincia di Genova. La prima cosa che cambia completamente la storia così come ci è stata tramandata, spesso inquinata da motivazioni politiche che l’hanno completamente stravolta, è che l’attentato alle truppe tedesche del 19 aprile del 1945 non si verificò nè a quella data nè in quei termini. Il giorno esatto in cui un gruppo di civili riuscì a mettere le mani sul tesoro che trasportavano i tedeschi fu il 27 aprile 1945, cioè il giorno della grande resa delle forze nazi-fasciste alla divisione Buffalo dell’esercito americano. Si tratta, in realtà, di tre differenti episodi che però hanno avuto gli stessi protagonisti: i “ladroni di Bargagli”. Tutto inizia quando una colonna di 3.175 persone, delle quali circa 800 tedesche e le altre italiane, al comando del colonnello Pasquali della divisione Monterosa, si avvia verso l’entroterra. A bordo di sei camionette, i tedeschi trasportano circa 60 milioni di lire in banconote. Sono stipate dentro cassette militari del tipo portamunizioni e ogni camionetta ne trasporta due, piene di mazzette o rotoli intatti di biglietti da mille o cinquecento lire, fascettati con la dicitura “Riserva numeraria Banca d’Italia“, per dieci milioni di lire a vettura. Cinque di queste camionette fanno parte della colonna di mezzi che si sta avviando verso il punto di controllo di Maxena di Bargagli dove i tedeschi si devono incontrare con gli americani per cedere le armi. Le truppe nippo-americane, cioè giapponesi di nascita americana, concedono ai militari italiani e tedeschi l’onore delle armi, consentendo agli ufficiali di mantenere la pistola d’ordinanza fino al punto di smistamento delle truppe. I mezzi arrivarono così a Pannesi di Lumarzo dove la strada, troppo stretta, non era più percorribile con i loro mezzi. Così li abbandonarono in quel punto e, con le sole armi, si avviarono a piedi lungo il bosco della Tecosa, in direzione Maxena».
Ed è proprio a questo punto che entrano in ballo i «ladroni di Bargagli» che già dal giorno prima sapevano che le truppe tedesche stavano trasportando un vero e proprio tesoro in banconote.
«Quando i tedeschi abbandonarono i mezzi, un gruppo di civili si avvicinò, anche per vedere se c’era qualcosa da portar via - prosegue Ghilarducci - Tra questi uomini c’erano anche quelli della banda dei vitelli che immediatamente si impossessarono delle casse di denaro caricandole su otto cavalli e quattro muli che i tedeschi avevano abbandonato insieme ai mezzi. Visto, però, che qualcuno chiedeva perché si stessero impossessando di quelle casse, i “ladroni” si inventarono che quelle banconote non erano più di corso legale in quanto gli americani, a completamento della loro invasione del territorio italiano, avevano dichiarato il denaro carta straccia. E infatti, davanti alla gente ammutolita, presero alcune banconote da cinquecento lire e le strapparono. Così nessuno si insospettì più di tanto quando sentirono che quel denaro sarebbe stato trasportato nel comando partigiano per essere distrutto».

LA SESTA CAMIONETTA
Tuttavia le camionette che trasportavano le casse col denaro erano solo cinque. La sesta che fine aveva fatto?
«La sesta - spiega Ghilarducci - aveva sbagliato strada e si era persa sulle alture di Uscio. In questo caso l’agguato e la sparatoria probabilmente ci furono davvero, perché la macchina venne trovata la sera del 27 aprile poco sopra la Colonia Arnaldi, a Uscio: mancavano le casse con i soldi, le due ruote anteriori e i tre tedeschi. Di loro non si trovarono neanche i corpi».
La leggenda sul giallo di Bargagli racconta però che, oltre al denaro contante, i presunti partigiani rubarono ai tedeschi anche oro e preziosi. Che fine fece, allora, quest’altro tesoro?
«Qui entriamo di nuovo nel pieno della leggenda, cioè del racconto che vuole un attentato dei presunti partigiani ai tedeschi, con lo sterminio degli stessi - spiega Ghilarducci - In questo caso non abbiamo alcun tipo di dettaglio. Sappiamo soltanto che la colonna tedesca stava trasportando altri due colli di grande valore. Il primo era una cassa militare con gioielli, preziosi e monete d’oro frutto delle razzie e delle estorsioni fatte agli ebrei. Questo bottino veniva da Chiavari e tutto quello che sappiamo è che aveva un valore di oltre cinquanta milioni di lire d’allora. Nella seconda cassa c’erano invece la rimanenza in biglietti da cinquecento lire italiane e in sterline inglesi d’oro che sino a qualche giorno prima erano servite alle Brigate Nere di Chiavari per premiare delazioni e tradimenti. Di quest’ultima non si è mai potuto accertare il valore, ma si presume che non fosse meno di venti o trenta milioni di lire. Sparirono entrambe. Si può dunque ipotizzare un agguato al mezzo che trasportava questo tesoro, con la relativa uccisione dei soldati tedeschi di scorta. Riassumendo, dunque, i primi cinquanta milioni in banconote vennero prelevati dopo che i tedeschi avevano abbandonato le casse sui mezzi. Altri dieci milioni vennero “recuperati” assaltando la sesta camionetta tedesca. E gli altri settanta o ottanta milioni, infine, furono il bottino di un agguato che presumibilmente patì la retroguardia tedesca che trasportava l’oro. È da questi ancora misteriosi episodi che nacque la leggenda dell’attentato del 19 aprile. Tutto, invece, avvenne nella giornata del 27. E fu allora, quando questo gruppo di persone si trovò tra le mani un tesoro indicibile per dei privati, che iniziarono gli omicidi di Bargagli. Prima direttamente tra i componenti la banda stessa, poi verso i collaterali».

IL PAESE DELL’OMERTÀ
E a Bargagli nessuno ha mai parlato di chi materialmente si è impossessato di questa fortuna?
«Si fanno solo delle congetture - risponde prudentemente Ghilarducci - Allora circolava la voce che la maggior parte del gruzzolo fosse finito nelle casse del Pci, ma nessuno è mai riuscito a dimostrarlo. Un’altra parte, però, finì anche nelle tasche dei partigiani comunisti. Ad esempio, si sa che nel dopoguerra qualcuno iniziò a costruire delle palazzine o ad aprire negozi e ristoranti. Altri si trasferirono e fecero fortuna altrove. Ma chi può dire se queste cose furono il frutto del tesoro rubato o di un onesto lavoro? Quello che posso testimoniare è un aneddoto, assolutamente vero, che negli anni Cinquanta capitò ad un mio amico, l’imprenditore Franco Del Buono. Un bel giorno si vide arrivare in azienda una vecchina che conosceva di vista la quale gli mise sulla scrivania una pentolina di terracotta piena zeppa di sterline d’oro, oltre trecento, chiedendogli se le voleva comprare a un prezzo di favore. Del Buono gli chiese dove le aveva prese e l’altra, sorridendo, gli rispose che le aveva da qualche anno e che fino a quel momento non le aveva mai fatte vedere “perché aveva paura che qualcuno le riconoscesse”. In altre parole, venivano dal tesoro rubato ai tedeschi. Il mio amico capì subito e non volle concludere l’affare. Mi confidò questo episodio poco prima di morire. È probabile, dunque, che quella signora abbia trovato un altro acquirente».

IL 27ESIMO MORTO
Ghilarducci parla di 27 omicidi, ma se ufficialmente i morti assassinati furono 23 e altri 3 vennero fuori durante il processo del 1984, il 27esimo chi è?
«Si chiamava Caria, non ricordo il suo nome di battesimo - risponde lo storico - Un giorno, era il 1981, stavo tornando dall’aver accompagnato mio figlio a scuola, quando appeso ad un balcone vedo un corpo penzolante coperto alla buona con un lenzuolo. Secondo la versione ufficiale dei fatti, la notte precedente quell’uomo aveva deciso di farla finita e si era impiccato al proprio balcone che dava sulla pubblica strada. Ma chi vuole che credesse, in quegli anni, a un suicidio di quel tipo? Dopotutto, era soltanto un nome che si andava ad aggiungere ad una lista già piuttosto lunga. E infatti non fu neanche l’ultimo a morire...».