Bargagli, una scia di soldi e sangue lunga mezzo secolo e 23 omicidi

(...) questo paesino di 2.654 anime abbarbicato sulle colline dell'alta Val Bisagno, sono avvenuti ben 23 omicidi collegati senza ombra di dubbio ad un unico episodio bellico del quale, però, non si sa assolutamente nulla. Le «notizie» di cui si dispone, se di «notizie» si può parlare in quanto sembrano piuttosto dicerie nate su una leggenda la cui veridicità storica è tutta da dimostrare, parlano di un favoloso tesoro che un gruppo di «partigiani» avrebbe rubato ad un reparto tedesco in fuga nel 1945. Persino la parola «partigiani» è tutt'altro che scontata visto che, con buona pace di coloro che coltivano per fini strumentali il mito della Resistenza, tutto lascia supporre che autori di quella rapina di guerra non furono affatto reparti inquadrati di partigiani, quanto piuttosto delinquenti comuni che a una settimana dal 25 Aprile del '45 si inserirono nelle file della Resistenza per goderne, dopo, i frutti politici. Non si tratta, ovviamente, di una grande novità. Gli italiani, come diceva a suo tempo Ennio Flaiano, sono sempre pronti a saltare sul carro del vincitore, per cui il fatto che nel dopoguerra si scoprisse un numero di partigiani decisamente superiore a quello di chi aveva combattuto realmente in montagna contro le forze nazi-fasciste, non ha stupito nessuno. Del resto, mentre durante il ventennio erano tutti fascisti, dopo non se ne trovava più uno. Sempre con le dovute eccezioni di chi in quegli ideali credeva davvero.
Fatto sta che a partire dal 1944 a Bargagli si è verificata una strage a fasi alterne e dal momento che ha coinvolto partigiani o presunti tali, l'Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha sempre preso il megafono cercando di difendere l'onore dei suoi iscritti. Il fatto poi che la stragrande maggioranza delle amministrazioni pubbliche locali e regionali siano quasi sempre state di sinistra ha avuto come conseguenza che anche eventuali inchieste giudiziarie finivano per essere insabbiate con grande soddisfazione del Pci di allora.
Ma per avere un'idea più precisa di quanto è accaduto nei 63 anni che ci separano da quel fatidico 1944, cerchiamo adesso di riassumere i fatti così come risultano dalle cronache giudiziarie e dai resoconti storici.

LA BANDA DEI VITELLI
Tutto cominciò durante la Seconda Guerra Mondiale quando, a causa dei sempre più severi razionamenti, cominciò a fiorire la borsa nera. La zona di Bargagli, con le sue 33 frazioni disseminate sull'Appennino, era ideale per produrre beni che poi venivano venduti a peso d'oro a Genova e nelle riviere. Soprattutto la carne. E infatti nei primi anni Quaranta si formò una banda di «borsari neri» che macellavano gli animali e poi ne vendevano in modo clandestino i pezzi più pregiati. Questi uomini, di cui ufficialmente i nomi non sono mai stati fatti, erano conosciuti come la «banda dei vitelli». A Bargagli, però, c'era un appuntato dei carabinieri, Carmine Scotti, che aveva tutta l'intenzione di far rispettare la legge. Napoletano, quarantenne, sposato e padre di un figlio, Scotti prese di mira i «borsari» facendone condannare alcuni dal Tribunale di Chiavari. Considerando che durante la guerra quello era un reato particolarmente grave, gli imputati vennero condannati a due anni di galera senza la condizionale.
In seguito le cose si aggravarono e anche Scotti, che era di fede monarchica, nel '44 dovette fare la sua scelta: restare con la nuova Repubblica di Salò o mantenersi fedele al re. Non ebbe dubbi e, messa la famiglia al sicuro, lasciò il suo ufficio di Bargagli e raggiunse i partigiani bianchi al Sassello, sulle alture di Savona.
Ma a Bargagli il suo nome non era stato dimenticato. Anzi. Pare che un bel giorno una certa Maria, ragazza prossima alle nozze e da alcuni anni membro della «banda dei vitelli», chiese come regalo di nozze proprio la testa di Carmine Scotti. E fu accontentata. Il 12 febbraio 1944 una staffetta partigiana informò Scotti che a Bargagli la sua casa era stata saccheggiata, per cui occorreva la sua presenza. Non sospettando nulla, l'ex carabiniere si presentò in paese e cadde nella trappola. Fu la sua fine. Per due giorni i «borsari» si divertirono a torturare il povero Scotti nei modi più feroci: fu fatto camminare sui ricci di castagne, picchiato a sangue, gli cavarono entrambi gli occhi, lo legarono a una stufa rovente e infine, quando era ormai agonizzante, lo finirono con un colpo in testa. La Maria, novella Salomé, aveva avuto il suo regalo.
Neanche il corpo martoriato fu rispettato. Prima lo seppellirono provvisoriamente nel cimitero di Bargagli, poi lo trasferirono in quello della vicina Gattorna.

UNA CATENA DI DELITTI
Questo fu dunque il primo, atroce delitto dei «borsari», ma non quello che scatenò tutti gli altri. Infatti questo primo orrendo omicidio ebbe in comune con tutti quelli che seguirono soltanto gli autori, non la motivazione.
Il giorno fatidico è il 19 Aprile 1945 quando un reparto della Wehrmacht, proveniente dai cantieri navali di Riva Trigoso, risale la Val Bisagno e si addentra nel bosco della Tescosa, vicino a Bargagli. Su questo episodio si è creato più di un malinteso, in quanto nello stesso posto ma otto giorni dopo, e cioè il 27 aprile, una colonna di circa tremila uomini, dei quali un buon 80 per cento italiani e il resto tedeschi, al comando del colonnello Pasquali del primo reggimento della Monterosa, si arrese a un reggimento di nippoamericani, il 442° Fanteria della 92° Divisione Buffalo al comando del colonnello Paul Goodman. Alla resa non parteciparono i partigiani, che rimasero sulle colline a guardare, ma molti anni dopo, il 27 aprile del 1995, l'allora sindaco di Bargagli Luciano Boleto inaugurò un monumento nel quale si diceva che la colonna, formata da settemila tedeschi (?), si arrese alle sole forze partigiane. Mettendo così sul marmo un palese falso storico a uso e consumo di chi su una certa Resistenza ha sempre campato.

L'AGGUATO AI TEDESCHI
Ma torniamo all'agguato del 19 aprile. Inferiori di numero, i tedeschi quando si accorsero di essere circondati, decisero di arrendersi e alzarono le mani. Ma non sapevano con chi avevano a che fare. I «borsari» infatti cominciarono a sparare e i mitra non si fermarono fino a quando l'ultimo soldato germanico non fu ucciso.
Tale comportamento non deve stupire più di tanto, in quanto la banda non faceva ancora parte delle formazioni partigiane attive nella zona, per cui non si atteneva a precisi ordini militari. Lo scopo, caso mai, era eliminare il nemico straniero per depredarlo. Nulla di più. E quella volta il bottino dovette essere molto più consistente di quanto essi stessi avessero potuto immaginare.
Le voci che ci sono arrivate dicono cose diverse. Qualcuno sostiene che il reparto tedesco trasportasse fogli ancora freschi di stampa della Zecca di Stato con biglietti da mille lire, ancora da tagliare. Altri dicono invece che avessero casse piene di fedi d'oro «donate alla patria», lingotti prelevati dalla riserva aurea di una banca e altri preziosi. Nessuno, se non i presenti, ha mai saputo che cosa realmente ci fosse in quelle casse. Di certo, però, era un tesoro. E un tesoro deve essere spartito. La banda decise così di incontrarsi in gran segreto la sera del 24 aprile 1945 in una villetta di Sant'Alberto, una delle tante frazioni di Bargagli, dove poter tranquillamente dividere il bottino lontano da occhi indiscreti. Ma si sa, meno si è e più aumenta la parte del gruzzolo ai rimanenti. Per farla breve, quella sera i mitra tornarono a cantare e sul pavimento della villa restarono i corpi di quattro partigiani. E siamo così a cinque morti, ma il numero sarebbe presto aumentato. Due giorni dopo, durante un ballo in piazza per festeggiare la Liberazione, improvvisamente scoppia una bomba anticarro che si porta al creatore altri quattro membri della «banda dei vitelli». E siamo a nove.

LA PRIMA INCHIESTA
Ma con la Liberazione la vita comincia a tornare sui binari della normalità, per cui nel 1946 la magistratura decide di aprire un fascicolo sull'uccisione dell'appuntato Carmine Scotti e sull'operato della «banda dei vitelli». I primi a essere interrogati dal giudice sono un altro carabiniere di Bargagli, Armando Grandi, e Federico Musso, il becchino del paese, chiamato anche «Dandanin». E il cadavere del povero Scotti viene ritrovato e riesumato.
Subito, però, qualcuno si allarma. Sono gli anni di Togliatti e nessuno vuole mettere in piazza tutti gli eccessi e le carneficine compiute per vendetta o vecchi rancori dai gruppi di partigiani ancora armati. Insomma, l'inchiesta viene accantonata e qualcuno mette in giro una ballata popolare per festeggiare l'avvenimento: «Bellu bellu l'è u schenello / u saieiva u megiu stallu / pe a banda di vitelli». Che, tradotto dal genovese, significa «Bello bello è lo schenello (cioè una parte pregiata del manzo) / sarebbe lo stallo migliore / per la banda dei vitelli».
Ma in un paese così piccolo le voci corrono. E si dice che quel «Dandanin» si sia lasciato andare un po' troppo con il giudice dell'inchiesta. Potrebbe aver detto in quante parti è stato diviso il tesoro dei tedeschi, chissà? E così, il 9 novembre 1961 Federico Musso «Dandanin», ex becchino, viene trovato ucciso con la testa fracassata a colpi di spranga, in campagna.

DA UN MORTO ALL'ALTRO
L'avvertimento è per tutti gli altri: chi parla è perduto. Ma «Dandanin» era un povero Cristo al quale molti volevano bene. Quel brutale omicidio era parso eccessivo, anche per mantenere un segreto come quello, e dietro le porte chiuse qualcuno parlava e si lamentava. Ma altri origliavano. E il 17 dicembre 1969 Maria Assunta Balletto, ex staffetta durante la Resistenza, viene trovata morta, anche lei con la testa sfondata da una spranga, dall'amica Maria Ricci, a sua volta ex partigiana.
Siamo dunque a undici morti e a Bargagli adesso c'è davvero chi teme per la propria incolumità. Il 21 aprile 1971, mentre il paese si prepara a festeggiare la Liberazione, la spranga killer fa un'altra vittima fracassando il cranio di Cesare Domenico Moresco, detto «Ce», campanaro della chiesa. Gli inquirenti trovano tutta la casa a soqquadro, ma ancora una volta nessuno sa nulla o ha visto nulla. L'omertà, a Bargagli, fa impallidire qualunque centro mafioso delle campagne siciliane.
Passa qualche mese e si verifica un altro «incidente». È il 24 settembre del 1971 e questa volta tocca a Maria Ricci, la donna che aveva trovato il corpo della Balletto: per strada, durante una serata particolarmente buia, qualcuno le assesta un colpo di spranga alla testa. Ma non la finisce. Forse interrotto da qualche passante, l'ignoto feritore scappa e lascia la Ricci svenuta in terra. I carabinieri, quando si riprenderà, cercheranno di sapere qualcosa di più sul suo feritore, ma lei continerà a dire di non ricordare assolutamente nulla.
La Ricci ha 80 anni e, così come tutte le altre vittime, appartiene a quella fascia d'età che va dai 60 agli 80 anni.
Ma l'ignoto killer di Bargagli non è ancora soddisfatto. Troppi in quel paese tra i boschi hanno la lingua lunga, e lui, chiunque egli sia, questo non lo tollera. L'anno successivo, dunque, Gerolamo Canobbio detto «Draghin», 76 anni ed ex partigiano, viene atteso sotto casa e colpito con una spranga al capo. E' di buona tempra, e riesce a venirne fuori, ma ai carabinieri insiste col dire che non ha visto nessuno e non sa chi possa avercela con lui. Forse spera di cavarsela, come ha fatto la Ricci. Ma si è fatto male i conti. Il 13 novembre 1972 il suo corpo con il cranio sfondato viene trovato in una strada di campagna. L'autopsia rivelerà che è stato colpito con molta violenza almeno sette volte con una spranga.
«Draghin», si raccontava a Bargagli in quel periodo, pare che se l'intendesse con una certa Giulia Viacava, detta «Nini», 66 anni, con la quale si confidava. Il 23 marzo 1974 anche «Nini» viene trovata con il cranio sfondato sulla stessa strada dove era stato ammazzato il suo presunto amante. A quel punto, e solo a quel punto, cominciò a circolare sui giornali il profilo di un nuovo personaggio: il «mostro di Bargagli» stava per entrare in scena.

(1/continua)