Il barracuda sfratta le sardine italiane

Folco Quilici

«Un terribile squalo bianco è entrato nel nostro mare, venendo da lontane acque tropicali» si legge spesso in questi giorni d’estate. Lo squalo bianco è un alieno? No, da tempo gli scienziati del mare hanno documentato che anche il Mediterraneo è culla di quel predone del mondo sottomarino. Nasce qui, vive qui; e qualche volta aggredisce qui.
E le alghe velenose? Se ne parla molto, dopo i dubbi seguiti agli intossicamenti dei bagnanti di Genova. Esistono, queste alghe «aliene» e sono pericolose? Sì, ma anche specie nostrane possono procurare guai a chi venisse la strampalata idea di mangiarsele in insalata.
L’alga aliena più aggressiva nelle nostre acque, non minaccia i bagnanti ma le consorelle mediterranee: è la graziosa ed aggressiva caulerpa taxifolia. Entrò per caso nelle nostre acque più di vent’anni fa e dilaga, ora, nei nostri fondali, sterminando le specie autoctone. Altre ne arrivano sino a noi trasportate da non troppo pulite carene di navi; oppure perché hanno imbarcato «zavorra» pompando acqua in una sosta ai tropici; con successivo scaricamento della stessa acqua a Genova, a Venezia o in altri porti Mediterranei. In casi come questi il contagio è garantito.
Altri alieni sono giunti tra noi per errori umani più gravi. Come per l’avventata decisione d’importare dalle Filippine vongole resistenti all’inquinamento e insediarle nella laguna di Venezia supponendo di mettere a segno un buon affare, creando invece molti problemi e polemiche.
Tornando al tema dei pesci alieni, preoccupazioni gravi, per ora, non ne creano; suscitano soprattutto curiosità e pongono il solito interrogativo: come sono penetrati in casa nostra?
Non occorre essere scienziati per capire che essi emigrano nel Mediterraneo soprattutto dal Mar Rosso e in minima parte dall’Oceano Atlantico.
Nelle nostre acque gli studiosi ne hanno identificate ben 110 specie diverse. La loro è stata un’invasione rapida, infatti «solo» nel 1902 fu identificato un primo pesce migrato nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez (e da quel momento questi migratori sono chiamati «lessepsiani» dal nome di chi creò il Canale).
Sul tema «alieni» parlo spesso con amici studiosi dell’Istituto che presiedo, l’Icram, dedito alla difesa del nostro mare e delle nostre coste. Quando sono in missione con qualcuno di loro, scambio qualche parola nei momenti in cui sono liberi dai più diversi impegni che li portano in missione nel nostro mare a bordo della nave oceanografica Astrea. A bordo parliamo di quale può essere la più diretta conseguenza del fenomeno «alieni» che si sviluppa sotto i nostri occhi. Franco Andaloro, che li studia nelle acque di Sicilia, mi dice del grave interrogativo che si pone in merito alla competizione tra le specie aliene e quelle mediterranee. Nella lotta per la ricerca del cibo e la supremazia territoriale, lo scontro sarà certamente vinto da «loro» per le maggiori capacità riproduttive di tutti i pesci di origine tropicale; e questo potrebbe portare all’estinzione delle specie «indigene» più vulnerabili.
Per evitare una simile funesta probabilità, i ricercatori dell’Icram (che hanno iniziato i loro studi sul fenomeno della tropicalizzazione sin dal 1995) si propongono come obiettivo la creazione di una banca dati ove si raccolgano esami e li si confrontino con quelli di altri istituti impegnati nello studio del medesimo fenomeno. Controllando l’ipotesi di ibridazione tra le specie immigranti e quelle mediterranee. E valutare il flusso di immigrazione.
In quel flusso, gli alieni più comuni sono la cernia detta endopacifica, i pesci balestra e persino qualche manta. Numerose le triglie tropicali e i barracuda; questi con i loro girotondi tra fondo e superficie sono spettacolo sempre meno raro in tanti punti del nostro mare (quando li ammiro nelle loro evoluzioni armoniose, resto perplesso, ricordando che così numerosi, fino a ieri, li ho visti solo in caldi mari lontani).
Tra gli alieni si conta oggi anche uno squalo molto particolare. Se lo è trovato sotto gli occhi una coraggiosa ricercatrice dell’Icram, Simona Clò, studiosa della vita di un gruppo di squali che vivono e si riproducono in un’area marina della Turchia. Un mese fa, con sua sorpresa, in una delle baie dove sviluppa il suo coraggioso studio, s’è trovata di fronte un esemplare mai segnalato nel Mediterraneo: il tropicale «squalo chitarra», mostruoso a vedersi, ma inoffensivo.
La mia più recente (e divertente!) esperienza subacquea con gli alieni ha avuto come sfondo le acque di Marettimo, dove si estende una delle nostre più belle aree marine protette. Paesaggio sopra e sott’acqua tra i più maestosi del Mediterraneo, scolpito nel lato di ponente dell’isola da pareti di roccia vergini, senza segni dissacranti d’opere umane. Visione non mutata dal tempo della creazione, ma solo scalfita da piogge, venti e mareggiate.
In questo fondale, gli invasori più esibizionisti mi sono parsi i pesci pappagallo, i maschi grigi e neri, le femmine, rosse e gialle; degli uni e delle altre, sono stato testimone di particolari abitudini. I maschi capigruppo vivono come dispotici tiranni di un harem popolato da quattro, a volte da sei femmine. Godono di un potere assoluto, insidiato però dagli esemplari giovani, costretti a vivere fuori gruppo. Spinti dal desiderio di riprodursi, i pappagallo-giovanotti si impegnano infatti in continui assedi alle femmine, anche a costo di sfidare il maschio padrone; fingendo d’ignorare che a lui spetterebbe non solo il potere territoriale, ma anche quello sessuale.
Nelle ore del tramonto e con un pizzico di fortuna, nelle acque di Marettimo si può assistere ad accoppiamenti ripetuti. Riti nuziali che non cambiano, ovviamente, sia che si tratti di un’unione tra una femmina e il potente consorte, o d’una scappatella tra un’ospite dell’harem e un giovane corteggiatore.
In un caso e nell’altro, maschio e femmina si uniscono dando spettacolo. Come in una danza nuotano a spirale dal fondo verso l’alto e durante l’evoluzione armoniosa e i ripetuti accoppiamenti, i due si offrono in una rappresentazione impossibile da dimenticare. E che strappa l’applauso.
Folco Quilici