Barrow: «Io, l’infinito e l’amico Hawking»

Nino Materi

nostro inviato a Bergamo

Pensate a due stanze, una a fianco all’altra, dove lavorano rispettivamente John David Barrow e Stephen Hawking: il primo è un genio della matematica, il secondo è titolare della stessa cattedra che fu di Isaac Newton (va aggiunto altro?).
Entrambi sono l’orgoglio dell’Università di Cambridge, dove il cosmologo - professor Barrow - e l’astrofisico - professor Hawking - cercano di dare risposta a domande «impossibili» sull’origine del nostro universo e, forse, l’universalità delle nostre origini.
Riflessioni che Barrow ha trascritto in libri di successo tradotti in tutto il mondo, esattamente come ha fatto il suo collega e amico Hawking, bloccato da quando aveva 21 anni sulla sedia a rotelle per colpa del morbo di Gehrig.
«Dal chiuso del suo studio Stephen interagisce grazie all’ausilio di un computer e di un sintetizzatore vocale - racconta al Giornale il professor Barrow, ospite di «BergamoScienza» -. La situazione è delicata, ma attorno a lui lavora un’équipe che lo assiste 24 ore su 24, garantendo la continuità di studi e impegni professionali».
John Barrow, invece, smentisce le recenti indiscrezioni giornalistiche secondo cui le condizioni di salute di Hawking si sarebbero talmente aggravate da consentirgli ormai di esprimersi soltanto con il battito degli occhi: «A me risulta che il quadro clinico sia stazionario e che Stephen seguiti a operare con l’impegno di sempre. La mia stanza è vicinissima alla sua e credo proprio che Hawking non smetterà presto di parlare al mondo».
Un «dialogo» che ora avviene anche attraverso un nuovo strumento chiamato Infrared Sound Touch (Ist) che emette un raggio infrarosso a bassissima potenza capace di migliorare ulteriormente la capacità comunicativa di Hawking.
Nella terza giornata di «BergamoScienza» - il festival del sapere che fino al 16 ottobre farà del capoluogo orobico un centro di conoscenza globale - Barrow ha tenuto una conferenza sui misteri dell’universo; misteri che, ovviamente, sono rimasti tali, nonostante il fisico inglese abbia tentato di ammantati con «certezze» sperimentali: «Grande e vecchio, scuro e freddo, così si presenta il nostro universo. Un ambiente in apparenza ostile e inospitale, eppure sono queste le caratteristiche di base affinchè in un universo possa svilupparsi la vita».
Il paradosso piace al pubblico (numerosissimo) che si appassiona all’argomento e, a conferenza conclusa, scatena sullo scienziato una tempesta («cosmica», va da sé) di curiosità. Allora si scopre che «fra tanti possibili processi di formazione, il nostro universo ha sviluppato quello che garantisce le condizioni necessarie alla nascita della vita. E questo non è certo frutto di un caso».
«L’intera comunità scientifica - spiega Barrow - concorda sulla teoria di un universo in espansione: ma cosa è avvenuto nei primissimi istanti del cosiddetto Big Bang? E poi, c'è veramente stato un inizio? Se questi interrogativi rimangono ancora aperti, quel che è certo è che questa espansione è in un delicato equilibrio tra l'eterna fuga e la futura contrazione». E aggiunge: «Se solo l'espansione fosse stata di poco più veloce, la materia non avrebbe potuto condensarsi in stelle e galassie; se invece fosse stata solo di poco più lenta, l'universo sarebbe collassato in un cataclismatico “Big Crunch” prima ancora di avere avuto il tempo di dare origine alla vita. Insomma, è solo per un pelo che il nostro universo continua ad esistere».
Ed è proprio questa sottilissima linea di separazione - secondo Barrows - che costituisce «il grande mistero del cosmo: a priori infatti sembra altamente improbabile che l’infinito sia sorto per caso»; un fatto tanto improbabile da essere paragonato dallo stesso scienziato alla possibilità «di vincere al gioco del lotto tutte le settimane per più settimane consecutivamente».
Il che sarebbe davvero una fortuna «infinita».