«Bassa crescita? Il problema è vecchio la grande impresa dipende dallo Stato»

Vito Tanzi, economista ed ex sottosegretario: «La colpa non è dell’ultimo governo. I settori troppo protetti non si sono modernizzati»

Gian Battista Bozzo

da Roma

«La grande industria italiana ha sempre dipeso moltissimo dallo Stato. E operando in un ambiente protetto, molte imprese non si sono rese conto che bisognava modernizzarsi». Vito Tanzi, per vent’anni direttore del Dipartimento fiscale del Fondo monetario internazionale, è tornato negli Usa dopo un’esperianza part time da sottosegretario all’Economia. In queste ore si trova a Roma per un convegno dell’istituto Bruno Leoni e dell’Adam Smith Society, dal titolo significativo: «Liberalizzare l’Italia». E solo liberalizzazando, dice Tanzi, l’economia italiana può crescere.
«La bassa crescita - spiega l’economista - non è un fenomeno nuovo, non è legata all’operato dell’ultimo governo, ma la si rileva in Italia da almeno dieci anni. Prima, per competere, bastava migliorare il vecchio prodotto; ora sono necessari prodotti totalmente nuovi. Negli Usa il miglioramento della produttività si è verificato in un ambiente caratterizzato da più flessibilità del lavoro, meno regolamentazioni, maggiore mobilità, possibilità di assumere e licenziare con facilità, preparazione accademica diversificata. Il mondo non è più quello di una volta, in Italia sono necessari molti cambiamenti».
In Italia, però, pochi parlano di vere liberalizzazioni.
«La discussione in Italia si concentra sui conti pubblici, e trascura questioni fondamentali come gli impedimenti burocratici alla crescita. Purtroppo il colesterolo burocratico è difficile da curare per gli ostacoli frapposti dai gruppi di interesse. L’industria italiana è soggetta a molti vincoli e a costi elevati: penso all’energia, o alle parcelle dei professionisti».
Qualcosa, si è cominciato a fare, ad esempio sulla flessibilità del lavoro.
«La legge Biagi va nella direzione giusta, ma bisogna fare molto di più. In Italia permangono molti vincoli, e si continua a parlare di posto e non di lavoro. In Francia è ancora peggio: non imitiamo i francesi, piuttosto guardiamo agli americani che cercano continuamente un lavoro migliore e meglio pagato».
Per vent’anni lei è stato direttore del Dipartimento fiscale del Fmi. È favorevole alla riduzione delle tasse?
«Lo sono sempre stato. I Paesi che hanno ridotto la pressione fiscale sono quelli che crescono di più. In Italia, però, bisogna fare attenzione ai conti pubblici, dunque è necessario intervenire sulla spesa. Lo hanno fatto con successo Paesi come il Canada, la Svezia, la Finlandia; è possibile anche da noi, dove ci sono tanti sprechi».
Uno dei fattori critici è l’apertura dei mercati a nuovi protagonisti, Cina in testa.
«La Cina incombeva da tempo, gli altri Paesi si sono attrezzati alla competizione e hanno tratto vantaggi dall’apertura dei commerci: la Cina esporta, ma importa anche moltissimo. Il fatto è che la grande industria italiana ha sempre dipeso moltissimo dallo Stato. Così, in un ambiente protetto, non si è resa conto che era necessario modernizzarsi. Ha dovuto affrontare le difficoltà di cui abbiamo parlato prima, però avrebbe potuto fare di più».
C’è una ricetta per uscire dalla bassa crescita?
«Liberalizzare, prima di tutto. Bisogna anche stabilire principi precisi di direzione su cui muoversi, senza ondeggiare. C’è poi un problema di spesa pubblica, la cui efficienza è molto bassa: questo significa che si potrebbe spendere di meno, garantendo gli stessi servizi».
E la concertazione?
«Molti, me compreso, si meravigliano perché in Italia il governo discute le misure economiche coi sindacati e non con il Parlamento. Con il vecchio sindacato, la concertazione non serve più. Sarebbe utile solo se tutti volessero davvero il cambiamento».