Le battaglie per la vita dell’atea Fallaci

A New York, nel salotto di casa Fallaci, c’era un vecchio manifesto in bella evidenza. Pubblicizzava una delle numerose conferenze tenute da Gaetano Salvemini, esule negli Usa, per avvertire gli americani del pericolo incombente: l’inarrestabile ascesa di Mussolini e Hitler in Europa. La scritta annunciava: «Domenica, 7 maggio 1933 alle 2.30 del pomeriggio, Meeting Antifascista all’Irving Plaza Hotel di New York. Il meeting è organizzato sotto gli auspici del movimento italiano Giustizia e Libertà». Salvemini non fu creduto. Lo storico fu perseguitato dal regime e profetico nel vedere la rovina incombente dell’Europa. Fu militante in Giustizia e Libertà. Fu socialista nei fini, liberale nel metodo. Fu contro il protezionismo, federalista convinto, sostenitore acceso del suffragio universale.
L’ammirazione della Fallaci per Salvemini sconfinava nell’immedesimazione. Anche lei era «esule» negli Usa. Anche lei aveva denunciato il declino dell’Europa e il nuovo pericoloso totalitarismo, la teocrazia islamica. Anche lei era rimasta inascoltata (dai potenti e dal mondo della cultura). Anche lei era finita sotto processo per le sue opinioni. Anche lei aveva militato in Giustizia e Libertà, giovanissima, facendo la staffetta partigiana. Non è un caso, dunque, che Salvemini appaia nelle pagine iniziali de La Rabbia e l’Orgoglio. È un dettaglio che spiega la natura di questo libro-invettiva, largamente frainteso (o forse poco letto da chi lo accusa di essere un pamphlet razzista). Nel corso degli anni, la Fallaci ha intervistato il gotha della politica italiana: Giulio Andreotti, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giovanni Malagodi, Ugo La Malfa, Giancarlo Pajetta, Enrico Berlinguer, Giovanni Amendola. Strappando famosi scoop.
Ma importa qui notare altre cose: in quei colloqui la Fallaci mostra simpatia per i socialisti e per La Malfa (espressa esplicitamente in Oriana Fallaci intervista sé stessa). Negli anni Settanta la scrittrice aveva dichiarato apertamente di apprezzare i Radicali per le battaglie civili in favore della libertà e dell’individuo. Il suo orizzonte ideale, in politica, non era cambiato molto dai tempi in cui aveva lottato contro i nazisti e i fascisti. Col passare degli anni, e l’incontro decisivo con l’America, la Fallaci pone però un’enfasi sempre maggiore sulla libertà rispetto all’uguaglianza, perché quest’ultima sfocia spesso nel collettivismo, rendendoci schiavi. «Si può essere uguali anche nella schiavitù», scrive nella Forza della Ragione.
La politica recente la disgustava, non è un mistero. Nella Trilogia infligge bastonate a tutto l’arco costituzionale, nessuno escluso. Il Parlamento non la affascina. Anzi. Eppure la Fallaci vede quali saranno le questioni centrali del futuro, quelle destinate a ridefinire i ruoli, a rimescolare le carte, a scompaginare destra e sinistra. Le sue posizioni sulle questioni etiche scatenarono, come al solito, un putiferio. Riporto alcuni stralci di un’intervista concessa a Christian Rocca del Foglio. Eutanasia: «La parola eutanasia è per me una parolaccia. Una bestemmia nonché una bestialità, un masochismo. Io non ci credo alla buona-Morte, alla dolce-Morte, alla Morte-che-Libera-dalle-Sofferenze. La morte è morte e basta». Testamento biologico: «È una buffonata. Perché nessuno può predire come si comporterà dinanzi alla morte. Inutile dichiarare che in un caso simile a quello di Terri (Schindler Schiavo, ndr) vorrai-staccare-la-spina, morire stoicamente come Socrate che beve la cicuta. L’istinto di sopravvivenza è incontenibile, incontrollabile (...). E se nel testamento biologico scrivi che in caso di grave infermità vuoi morire ma al momento di guardare la Morte in faccia cambi idea? Se a quel punto t’accorgi che la vita è bella anche quando è brutta, e piuttosto che rinunciarvi preferisci vivere col tubo infilato nell’ombelico ma non sei più in grado di dirlo?». Intromissione dei tribunali nelle questioni etiche: «Oggi in America il rischio della dittatura non viene dal potere esecutivo: viene dal potere giudiziario... E nel resto dell’Occidente, lo stesso. Pensi all’Italia dove, come ha ben capito la sinistra che se ne serve senza pudore, lo strapotere dei magistrati ha raggiunto vette inaccettabili. Impuniti e impunibili, sono i magistrati che oggi comandano». Diritti umani legati alle questioni di bioetica: «Nella nostra società parlare di Diritti-Umani è davvero un’impostura, una farisaica commedia... Ne deduco che nella nostra società, per non essere gettati dalla rupe Tarpea, bisogna essere sani, belli e in grado di partecipare alle Olimpiadi o almeno giocare la fottuta partita di calcio».
Inequivocabili dichiarazioni pro-life che hanno però generato un mezzo equivoco. Anche questa è una battaglia per la libertà individuale, in cui la anticlericale Fallaci trova come compagna di strada la Chiesa dell’ammiratissimo Ratzinger (non poteva essere diversamente: è il Papa che mette al centro del magistero proprio la forza della ragione). Restando però atea. «Io sono un’atea cristiana. \ E lo sono perché il discorso che sta alla base del cristianesimo mi piace. Mi convince. Mi seduce a tal punto che non vi trovo alcun contrasto col mio ateismo e il mio laicismo. Parlo del discorso fatto da Gesù di Nazareth, ovvio, non di quello elaborato o distorto o tradito dalla Chiesa Cattolica, anche dalle Chiese Protestanti. Il discorso, voglio dire, che scavalcando la metafisica si concentra sull’Uomo. Che riconoscendo il libero arbitrio cioè rivendicando la coscienza dell’Uomo ci rende responsabili delle nostre azioni, padroni del nostro destino. Ci vedo un inno alla Ragione, al raziocinio, in quel discorso. E poiché ove c’è raziocinio c’è scelta, ove c’è scelta c’è libertà, ci vedo un inno alla Libertà».
Un inno alla libertà. Ecco perché non poteva non dirsi cristiana.
(3. Fine. Le precedenti puntate
sono uscite giovedì 21
e venerdì 22 luglio)