La Bce boccia (a torto) l'industria italiana

L’Istituto centrale: «Le vostre imprese sono in ritardo nel recupero della capacità produttiva rispetto alla media europea». Ma la lentezza è dovuta alla debole domanda. E un minor utilizzo degli impianti ha permesso di salvare posti di lavoro<br />

Da quel mare magnum che è spesso il Bollettino mensile della Bce, emerge un giudizio poco lusinghiero sul nostro sistema industriale, in ritardo nel recupero della capacità produttiva rispetto alla media europa. Dal luglio 2009 al luglio 2010, le imprese italiane hanno riacquistato soltanto un terzo delle loro potenzialità produttive, come la Spagna, mentre Germania e Belgio possono vantare tassi di impiego della capacità superiori o abbastanza vicini alle serie storiche.
Il giudizio dell’Istituto guidato da Jean-Claude Trichet merita alcune riflessioni. La prima: è molto probabile che molte aziende tricolori abbiano mantenuto forzatamente bassa la capacità produttiva per far fronte alla debolezza della domanda. In una struttura manifatturiera la cui ossatura è costituita in prevalenza da piccole e medie imprese, ciò ha consentito di salvaguardare i livelli occupazionali facendo spesso ricorso al paracadute della cassa integrazione. Negli Stati Uniti, al contrario, la produttività (il rapporto tra produzione e ore lavorate) è esplosa, ma al prezzo di otto milioni di disoccupati che si sono andati a sommare ai 7 milioni di americani che già erano a spasso. Quindici milioni di lavoratori che né la Corporate America, né l’Amministrazione Obama hanno ancora trovato il modo di ricollocare.
Punto secondo. Ogni confronto con la Germania è improponibile. Sarebbe come paragonare Beckenbauer, un fuoriclasse assoluto, con un buon difensore come Nesta. La capacità produttiva dell’industria automobilistica tedesca non solo è la migliore del mondo, ma finisce anche per alzare la media complessiva della sua manifattura. Quanto al Belgio, avrà anche riposizionato i tassi di utilizzo degli impianti su livelli superiori al luglio 2009, ma la sua industria non è certo comparabile per struttura e dimensioni a quella italiana.
Semmai, il problema che l’Italia si trascina da tempo è quello legato alla scarsa produttività. Secondo gli ultimi dati Istat, tra il 2007 e il 2009 il calo è stato del 2,7%. E nei 10 anni precedenti la crisi, in base ai calcoli di Bankitalia, il nostro Paese ha visto crescere la produttività di appena il 3% contro il 14% della media Ue. Non a caso, il numero uno della Fiat, Sergio Marchionne, ha più volte messo in correlazione lo scioglimento di questo nodo con la sopravvivenza delle fabbriche del gruppo nel nostro Paese. «Non ci vuole un genio per capire che la produttività, negli stabilimenti italiani, è totalmente sproporzionata, che non posso mantenere questa struttura: è in perdita in partenza».
Intanto, nel Bollettino viene indicato che il Pil dell’area ha registrato nel secondo trimestre un forte incremento sul periodo precedente, pari all’1%. È infine slittato il varo della stretta sugli hedge fund: fumata nera nella riunione di ieri dei 27 ambasciatori presso la Ue. La palla passa all’Ecofin di martedì prossimo.