«Beatificazione» completa: Bolaño va sullo schermo

Inizieranno a gennaio, in una Roma fredda e senza orpelli turistici, le riprese di El futuro, film della regista cilena Alicia Scherson, tratto da Un romanzetto canaglia (Sellerio) di Roberto Bolaño, coproduzione internazionale cui partecipa anche l’italiana Movimento film di Mario Mazzarotto. È la storia di Bianca, ragazzina che perde i genitori in un incidente stradale, resta sola al mondo col fratello e si prostituisce con Maciste - un ciccione cieco così chiamato perché interpretò quel ruolo ai tempi della Hollywood sul Tevere - sperando di fregargli i risparmi che tiene in cassaforte. Tra un tentativo di furto e un rapporto col vecchio ex culturista, Bianca s’innamora del «cliente» e quando torna a casa passa il tempo guardando i quiz televisivi e compilando i test di Donna Moderna. Mica il questionario di Proust!
«Bolaño è uno scrittore moderno e racconta storie che potrebbero succedere in ogni parte del mondo. El futuro parla delle difficoltà di vivere in una grande città che è Roma ma potrebbe essere altrove» dice Alicia. Nel casting al momento un solo punto fermo: la cilena Manuela Martelli, che recitò in Machuca pellicola sull’amicizia tra due bambini ai tempi di Pinochet. Più dura trovare Maciste, un Kurtz all’amatriciana: sarà un attore italiano? «Non so, nei peplum movies il ruolo di Maciste era interpretato anche da attori di altre nazionalità». Il film dovrebbe uscire in autunno e conferma il momento di grazia per lo scrittore cileno. A sette anni dalla morte i suoi libri «estremi» continuano a crescere e trovare lettori in tutto il mondo. Adelphi ha pubblicato Amuleto, la cui protagonista è Auxilio, un’uruguaiana che di giorno si arrabatta all’università di Città del Messico e di notte frequenta i giovani poeti facendolo loro da mamma e confidente e portandosene talvolta qualcuno a letto. Nel ’68 quando l’esercito fa irruzione nell’ateneo Auxilio si trova al cesso della facoltà di lettere e vi resta per due settimane.
Tra le cose che bollono in pentola su Bolaño, il festival letterario Babel a Bellinzona che ha per tema il Messico e il 26 settembre dedicherà all’autore di Amuleto un incontro. Siccome Bolaño era un provocatore il successo mondiale, in buona parte postumo, non può che scatenare qualche dubbio. Su guernicamag.com, Horacio Castellanos Moya, scrittore del Salvador, riprende la tesi di Sarah Pollack sulla costruzione del mito di Bolaño: ormai Marquez è acqua passata e c’era bisogno di un nuovo eroe per incarnare la figura eroica dello scrittore sudamericano. Ecco che spunta Bolaño, con la sua bohème come poeta militante e perfino un viaggio avventuroso dal Messico al Cile per partecipare all’esperimento politico di Allende che culminò con l’arresto dopo il golpe e la fuga grazie alla complicità d'un carceriere ex compagno di scuola. Se non è il Che poco ci manca! E così gli editori americani hanno lanciato l’autore di Detective selvaggi, 2666, Puttane assassine, Notturno cileno... E tutto il mondo è andato a ruota. Non guasta qualche voce messa in giro sulla morte avvenuta a 50 anni per una pancreatite non curata ma che volendo si può attribuire alle conseguenze di un «buco» con siringa infetta.
Il tutto lasciando in ombra che, dopo una vita da randagio cane romantico, Bolaño si stabilì a Blanes, tranquilla cittadina sulla costa Brava, si sposò, ebbe due figli e solo per esigenze di stabilità affettiva ed economica decise di dedicarsi alla prosa raggiungendo il successo di critica almeno nei paesi di lingua spagnola prima della morte. Bè, viene da dire: se il marketing editoriale può contribuire al successo mondiale di uno scrittore così talentuoso, estremo e intriso di humor nero (voleva intitolare un libro Tempeste di merda) ben venga! Quanto alla militanza giovanile, in uno dei testi raccolti nel bellissimo Tra parentesi (Adelphi) Bolaño esprime il suo appassionato disincanto: «Inutile dire che abbiamo combattuto strenuamente, ma che avevamo capi corrotti, leader codardi, apparati di propaganda che erano peggio di lebbrosari, e che combattevamo nel nome di partiti che se avessero vinto ci avrebbero mandati immediatamente ai lavori forzati». Perché «eravamo stupidi e generosi, come lo sono i giovani, che danno tutto e non chiedono nulla in cambio».