«La beffa della città digitale fallita prima di esordire»

Ogni grande città degli anni duemila che si rispetti non può prescindere da una robusta opera di digitalizzazione del suo territorio, che si esplica attraverso la presenza di strutture ad hoc, diffusione di contenuti specifici ed alfabetizzazione della cittadinanza. Dunque, anche l'arguta Marta Vincenzi, sindaco di Genova, pensò bene, all'inizio del suo mandato, di avviare una sezione comunale deputata a sviluppare la digitalizzazione del capoluogo ligure.
«Il progetto Genova Città Digitale costituisce una sorta di piano regolatore dell'innovazione della città, inserito nel programma della Sindaco Marta Vincenzi, come strumento di crescita del territorio metropolitano. L'offerta di una migliore qualità di vita oggi è fatta anche di un sistema Ict (nuove tecnologie della comunicazione e dell'informazione) di pubblica utilità altamente efficiente, costantemente in crescita». Così recita l'altisonante introduzione al progetto Città digitale sull'antiquato sito internet dell'omonima. Obiettivi assai ambiziosi dunque, almeno nelle linee generali: è indispensabile però scoprire chi si cela dietro questa struttura semisconosciuta (ricordiamolo: sostenuta economicamente dal Comune di Genova, dunque con i nostri soldi, anche se non se ne conosce il bilancio e nessuno è stato in grado di fornircelo) e scendere nel dettaglio delle premesse/promesse per capire meglio di che si tratta. La «Città digitale», nata nel 2009, è diretta dal rampante psichiatra universitario sessantunenne professor Francesco Bollorino, cultore dell'utilizzo medico di internet. Sorge spontanea la domanda: come mai uno psichiatra di mezz'età a capo di un settore così specialistico e tecnologico? Continuiamo: consulente principe di Bollorino è il professor Joy Marino, altro tipico, vivace sessantenne della generazione «smanettona»; lui sì informatico, ingegnere delle reti, un tecnico puro, pioniere nel suo campo, ma a totale digiuno di contenuti e strategie della comunicazione.
Questi due celebrati personaggi sono i responsabili della Città digitale e in tale veste hanno dunque approntato una serie di linee guida per dar corpo al progetto. Queste ultime si riassumono nelle seguenti aree tematiche: incremento delle infrastrutture deputate a facilitare la connessione digitale, dunque diffusione capillare di hot spot wi-fi (zone pubbliche di connessione senza fili alla rete) sul territorio comunale e cablatura completa della città. Produzione e messa in rete di contenuti adeguati, utili soprattutto per valorizzare la città e sostenere il turismo, nella sostanza un canale video You Tube dedicato a Genova e la creazione delle cosiddette «informazioni georeferenziali»; in parole povere immagini e dati da e su Genova per Google earth e per altre funzioni del motore di ricerca. Coinvolgimento della cittadinanza, da compiersi attraverso il reclutamento e l'educazione della maggior parte dei cittadini, dell'università e delle aziende locali.
Contratti di collaborazione con Google e con You tube sono serviti ai nostri da corollari necessari per avviare il piano suddetto. Un'associazione culturale, denominata «Cittadini digitali», fondata da Furio Truzzi, si è poi affiancata di sua sponte alla Città digitale.
Fin qui gli esordi vagheggianti prodigi; veniamo ora a quello, che in circa quattro anni, i «giovincelli» nostrali della rete sono riusciti a portare a termine.
1) Incremento delle infrastrutture: oggi a Genova sono attivi pochi hot spot pubblici per il wi-fi, a partire dalla Biblioteca Berio per arrivare al Porto Antico e tutti a pagamento. Notiamo, di sfuggita, che in Europa e nel mondo non si contano le metropoli coperte quasi completamente dal wi-fi gratuito. Per quel che riguarda il cablaggio, la nostra città era già discretamente cablata prima e tale è rimasta, senza alcun miglioramento.
2) Produzione di contenuti: è stato avviato il Municipality channel su You tube ma i filmati al suo interno sono per la maggior parte di bassa qualità e, nei migliori dei casi, offrono prodotti realizzati nel passato da case di produzione genovesi, che hanno gentilmente prestato le loro opere. Informazioni georeferenziali, invece, ne sono state raccolte in abbondanza, ma da Google soprattutto, che ha inviato i suoi mezzi motorizzati (e non) nelle strade della Superba. Nulla di nuovo sotto il sole, in ogni caso: ormai sono moltissime le città italiane «mappate» dal noto motore di ricerca, che ha tutto l'interesse a farlo per implementare i servizi offerti all'utente.
3) Coinvolgimento della cittadinanza: circa due anni e mezzo or sono una cordata di imprenditori della rete, di cui lo scrivente faceva parte, si recò presso la Città digitale con un vasto progetto intitolato «Campus digitale permanente» che mirava a rendere Genova «Capitale digitale del Mediterraneo» e richiedeva per forza di cose l'appoggio delle istituzioni. Ottenne un reciso diniego da parte di Bollorino e Marino, convinti dell'inutilità della cosa. In questi giorni, a Roma, si tiene la prima affollatissima edizione di un evento molto simile, che forse così insipiente non era.
Un anno e mezzo fa un organizzatore di manifestazioni e convegni, che ci chiede di rimanere anonimo, tentò poi di portare la prestigiosissima rassegna «Meet the media guru» da Milano a Genova, in accordo con i fondatori della stessa. Meet the media guru è un forum permanente che produce seminari e discussioni dal vivo e on line con i più importanti protagonisti della rete nel mondo: lo sfortunato organizzatore non riuscì neppure a farsi ricevere e venne maltrattato come un invasore di campo. Infine, lo scorso anno, la Città digitale, «sempre in anticipo sui tempi», ha pensato bene di organizzare insieme ad alcuni privati il primo «barcamp» della rete a Genova. I barcamp sono brevi meeting aperti agli interventi del pubblico su argomenti relativi al web. L'evento si è concluso con una «folla» di circa dieci partecipanti e la cocente delusione dei relatori. Ricordiamo che in giro per l'Italia di affollati barcamp se ne tengono a bizzeffe e con successo da diversi anni. Non si registrano altri tentativi di coinvolgimento della cittadinanza, se non una labile collaborazione con un dipartimento universitario e i vari concorsini video per infarcire il canale su You tube.
Ora, noi che crediamo nella imprescindibile esigenza di rendere veramente Genova una città digitale, ci chiediamo: con i magrissimi risultati raggiunti e le spese sostenute, è lecito continuare a mantenere viva la Città digitale per come è e per come è stata condotta fino ad oggi?
*regista

esperto di comunicazione digitale