La bellezza della vecchiaia secondo Simone Cantarini

Malinconia, incertezza e bonarietà nel «Doppio ritratto», uno dei più bei quadri bolognesi di sempre. Fra la sensibilità di Lotto e il respiro della vita di Velázquez

Simone Cantarini è un pittore sublime. Si misura con i più grandi artisti del Seicento: Guido Reni, Caravaggio, Velázquez, Giovanni Serodine, tutti per alcuni versi a lui affini. Ma, in alcuni momenti Simone può guardare persino più in alto. E mentre alcuni moralisti di professione si rendono complici, come Tomaso Montanari, di vendere capolavori italiani, da loro riconosciuti e espertizzati, ai musei americani, alcuni benemeriti arricchiscono il patrimonio artistico italiano acquistando opere d'arte in America.

Non saremo mai troppo riconoscenti, benché sia stato concorrente per lo stesso obbiettivo, a Fabio Roversi Monaco, presidente di Genus Bononiae che, con determinazione e buoni consigli di uno studioso onesto come Angelo Mazza, ha acquistato, qualche anno fa, a un'asta Christie's a New York, il Doppio ritratto di Simone Cantarini, che è tra i più bei quadri bolognesi di tutti i tempi. Roversi Monaco ha fatto per Bologna più di qualunque ministro e di qualunque sindaco, e si è esposto a grottesche polemiche di uomini inetti e incapaci che spesso lo hanno ostacolato anche nella sua intelligente azione in favore del patrimonio artistico. È ben noto che un critico d'arte locale, professore universitario, non diversamente da Montanari ha preferito far vendere all'estero un capolavoro di Annibale Carracci, la Vergine orante , invece che assicurarla alle collezioni di Bologna in Palazzo Fava, decorato da Carracci nel 1584, negli stessi anni della Madonna perduta. Nelle sale di Palazzo Fava, entro la ricca mostra «Da Cimabue a Morandi», si possono vedere due meravigliosi dipinti del Cantarini: il Doppio ritratto di gentiluomo e gentildonna con rosario e il San Girolamo in meditazione .

Il pittore, nato a Pesaro nel 1612, è evidentemente consapevole del primato di Federico Barocci, prima di conoscere la grande pittura veneziana, attraverso la lezione di Claudio Ridolfi e di avere il privilegio di lavorare nella bottega bolognese di Guido Reni, tra il 1635 e il 1639. Memorabili la pala di Stuffione, i Riposi in Egitto di Brera, della Galleria Colonna e della Galleria Doria a Roma, la Madonna della cintola a Fano, le Sacre Famiglie di Palazzo Venezia e della Galleria Borghese. Pitture quasi senza corpo, alitate, dalle quali, con l'anima dell'artista, emerge l'anima dei personaggi rappresentati, e tanto più se essi sono viventi e continuano a vivere. La loro anima si impiglia nella tela; e ci guardano, ci parlano, con una presenza reale, profonda, mai inquietante.

Nessuno fu più umano e perspicuo interprete della lezione di Guido Reni, di Simone Cantarini. Così come si manifesta non solo nei soggetti religiosi, ma soprattutto nei ritratti, nei quali è riconosciuto maestro dal Malvasia, indicandone le consonanze con Federico Barocci e Claudio Ridolfi. Ma quanto più questi due insigni maestri idealizzano i loro soggetti esaltandone la nobiltà spirituale, tanto più il Cantarini ne intercetta l'umana fragilità e debolezza. Nessuno meglio di lui sa descrivere la vecchiaia tra malinconia, incertezza e bonarietà. Pittore dell'anima e del vero insieme, Cantarini è l'ultimo interprete della sensibilità vibrante di Lorenzo Lotto. E, più di ogni altro, affine al respiro della vita di Velázquez. La dominante naturalistica di entrambi i modelli si carica di emozioni, per la ineluttabile forza del tempo che condiziona l'esistenza degli uomini.

Certo, anche Carracci, Passerotti e Reni, per non dire di Ribera, si erano misurati con la vecchiaia. E Cantarini, più di ognuno di loro, lo fa confrontandosi con persone vere, come lo stesso Guido Reni ed Eleonora Albani Tomasi, nell'espressivo potenziamento di un archetipo, come il Ritratto della madre dello stesso Reni, della Pinacoteca Nazionale di Bologna. Espressione della maturità del pittore, morto non ancora trentasettenne, i dipinti d'intenso realismo psicologico del Cantarini precedono il loro naturale paradigma, l' Innocenzo X di Velázquez, in una pittura sorprendentemente «alitata», per cogliere, nel Doppio ritratto , l'insondabile interiorità del vecchio, attraverso gli occhi velati di malinconia. Al suo fianco la moglie dallo sguardo vivo, con sperimentato dolore, eppure indulgente e affettuoso, come chi sta affidando i propri pensieri ai parenti, nello stesso spirito dell'ultimo capolavoro marchigiano di Lorenzo Lotto, il Ritratto di Ludovico Grazioli : «Pro posteris memoria patris». In pochi ritratti come in questo si avverte l'urgenza di un dialogo tra i vivi e i morti, una verità di affetti, sentimenti, memorie, con una così profonda e intensa unità d'ispirazione. Mai due scomparsi furono più presenti. Il pittore ha composto, con apparente sbilanciamento, le due figure, per rendere parlanti le mani dell'uomo in primo piano che sembrano delimitare uno spazio fisico oltre il quale c'è lo spazio degli affetti, della memoria, dove la moglie balugina come un'apparizione. Realtà, sogno, spazio fisico e spazio metafisico. Una nota di Paolo D'Ancona ne indica la provenienza dalla collezione Machirelli di Pesaro nella quale furono menzionati, fin dal 1829, «due ritratti vestiti di nero, più che mezze figure di un vecchio e di una vecchia: pittura molto pregevole di Simone Cantarini». Prima ancora (1806) il pittore e scrittore pesarese Giannandrea Lazzarini ricordava «un soggetto simile di un vecchio, e di una vecchia ritratti dal valente nostro Simone in una tela della sceltissima e preziosissima raccolta de' Quadri della Nobil Casa Zongo Ondedei».

In tempi più recenti un altro benemerito, Ferdinando Peretti, prestigioso antiquario tra Londra e l'Italia, in un fertile rapporto con il più prezioso direttore dei musei italiani, Francesco Petrucci, di Palazzo Chigi di Ariccia, ha riportato a Bologna il mirabile San Girolamo in meditazione di Cantarini, perfezionamento commovente dell'ultimo Guido Reni. Il santo, remotissimo dal mondo, contempla testa a testa il teschio nel quale vede il suo futuro oltre il tempo. È un dialogo di assoluta intensità spirituale, in uno spazio immateriale benché definito come una latomia o una grotta, in cui la pietra è tavolo per la scrittura sospesa, rispetto al precedente caravaggesco, in cambio della meditazione, in equilibro tra la morte e la resurrezione. Nella mano sinistra infatti il santo stringe il crocefisso, al quale indirizza, in uno con il teschio, il suo sguardo. Come anche altrove si vede, il teschio poggia non direttamente sulla roccia ma sopra un libro chiuso. È forse metafora del libro della vita, interrotto dalla morte che ne stabilisce la irrimediabile fine. Il santo ci appare di profilo, con la bella testa come quella di un filosofo antico, schietta e diretta derivazione della statuaria romana. Il braccio poggia sulla pietra e sul foglio trascurato, mentre la mano, trasparente tra la barba, indica la posa della meditazione, propria del tema della malinconia. Questo Girolamo è un grande malinconico e la pittura ne asseconda la spirituale sensitività, come il brivido dell'avvertimento della inutilità delle cose. Come tutte le opere più belle di Cantarini, come il precedente Doppio ritratto , esso allude a una condizione interiore affine a quella delle Operette morali di Leopardi. Le Marche hanno dopo il Lotto, in Cantarini il pittore più sensibile e più moderno.