Il benaltrismo nuovo vezzo della politica

Una scuola di pensiero che può vantare adesioni multitudinarie nei palazzi della politica si fonda su questo assioma: inutile discutere d’un qualsiasi argomento sgradito perché ben altri (il famigerato benaltrismo) sono i problemi dai quali siamo incalzati; e perché, quand’anche d’un problema ci si voglia occupare, non si deve farlo senza accennare ai tanti che egualmente incombono. La regola vale anche per le rievocazioni storiche. Se uno scrive delle ombre gravanti sul Risorgimento gli vengono opposte le nequizie dei Papi, e viceversa; se uno rievoca le stragi del post Liberazione lo si zittisce con una esaltazione delle glorie partigiane; e se uno accenna alle leggi razziali di Mussolini gli vengono rinfacciati gli innumerevoli morti fatti dal comunismo. Così non si conclude mai nulla, un’efferatezza è compensata da un’altra simile e contraria. Impossibile ragionare pacatamente perché da ogni parte si pretende un’assurda completezza. Le Fosse Ardeatine devono essere accompagnate da una citazione della strage di ufficiali polacchi a Katyn, Beria dev’essere accompagnato da Goebbels. Così va a finire che le colpe e i crimini, volendo sommarsi, si elidono.
È che le colpe e i crimini vanno considerati uno alla volta. Intendiamoci: i malumori di chi lamenta dimenticanze e omissioni sono a volte molto fondati. È accaduto che per decenni si commemorasse sempre il sangue dei vincitori, i partigiani, mai il sangue dei vinti, i fascisti o presunti fascisti. Occorreva un riequilibrio, che è arrivato con molto ritardo, tra recriminazioni e insulti. Ma la questione che ho posto rimane. È lecito additare disfunzioni del Paese e delle sue istituzioni senza sentirsi snocciolare disfunzioni più gravi, alle quali sarebbe ben più opportuno provvedere?
Il vezzo è pluripartitico, chi nel palazzo non lo ha mai usato e non ne ha mai abusato scagli la prima pietra. Ma ultimamente si sono distinti, in questo esercizio, gli esponenti della sinistra, i quali cercano di sottrarsi a imbarazzanti interrogativi sulla loro gestione della cosa pubblica svicolando nel ping pong: «che dire allora di...?» ecc. ecc. Luca Cordero di Montezemolo ha deplorato, in un intervento fondato su dati precisi, l’assenteismo imperversante nella pubblica amministrazione, e il ministro Ferrero gli ha dato sulla voce. Scandaloso è il precariato non l’assenteismo, scandalosi sono i compensi d’oro dei grandi manager (l’allusione era inequivocabile).
Ammettiamo pure che le presidenze e gli stipendi di Montezemolo siano smodati. Ma da quando in qua la loro smodatezza dovrebbe impedire le critiche al comportamento dei fancazzisti di Stato? Il cittadino si pone una domanda pertinente, come diceva Mike Bongiorno: perché i dipendenti pubblici, che hanno il privilegio dell’illicenziabilità e hanno ottenuto negli ultimi anni aumenti ben superiori a quelli del privato, battono alla grande il privato in assenteismo? Interrogati, Ferrero e altri rispondono che Montezemolo guadagna troppo. Sarà vero, ma non c’entra. O piuttosto è una questione da trattare a parte.
Idem come sopra per Piero Fassino, che pure ritengo immune da certe mattane ideologiche di comunisti rifondatori o no. Fassino - cito dall’Unità - ha detto: «Ma quale crisi, pensiamo alla dignità del lavoro». Saremo anche stati imbesuiti dalla televisione e dalle dichiarazioni di Pecoraro Scanio, ma conserviamo - lo creda o no Fassino - la capacità di pensare a due cose diverse: alla crisi di governo e di maggioranza, la cui esistenza è universalmente riconosciuta, e alla dignità del lavoro. Siamo cioè capaci di fustigare le insensibilità e sordità di certo capitalismo di fronte a tragedie come quella di Torino e di denunciare l’agonia d’un esecutivo che non riesce a eseguire nulla. Oppure dovremmo arrivare alla conclusione che i poveri morti dell’acciaieria cancellano la decomposizione del governo, pari e patta?
Mario Cervi