Ma il bene bisogna farlo bene

Prendersi cura della parte di mondo che sta male è una scelta morale. È un bene farlo. Ma va fatto bene. Altrimenti al calore delle iniziative non segue la concretezza dei risultati.
Ieri c'è stata una di queste iniziative. Forse la più imponente mai fatta nel campo della musica rock. Da due a cinque miliardi di persone, hanno seguito il concerto, Live8, che ha visto impegnate le maggiori star del mondo a Londra, Parigi, Berlino, Philadelphia, Roma, Toronto, Tokio, Mosca, Johannesburg e anche in Cornovaglia.
Obiettivi: chiedere ai Paesi ricchi di investire lo 0,7 per cento del Pil nella lotta alla povertà e cancellare il debito del Terzo Mondo. Africa in testa con i suoi 47 Paesi subsahariani che versano nelle peggiori condizioni dello sviluppo mondiale.
L'iniziativa del premier inglese Tony Blair, con l'istituzione della Commission for Africa, ha riportato al centro della scena i problemi legati al futuro di questi Paesi e delle vite umane che si trovano in quei luoghi benedetti da Dio e, talvolta, a lungo, maledetti dall'uomo.
Gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo hanno vissuto varie fasi.
Negli anni Settanta e Ottanta si pensò che fosse necessario un Big Aid che desse l'impulso ai Paesi di nuova indipendenza per un nuovo e duraturo sviluppo. Non è andata così, come descrive e analizza bene l'ultimo numero della rivista Astenia dedicato all'Africa. Come sostiene, infatti, l'economista Paolo Savona, non esiste nessuna relazione statistica provata tra quantità di aiuti ricevuti e crescita economica. Paesi come il Ghana, lo Zambia, il Ciad e lo Zimbabwe, che hanno ricevuto ingenti aiuti, non sono mai decollati. Paesi che ne hanno ricevuti meno, come la Malesia e Singapore, si sono sviluppati in modo rapido e consistente per una serie di comportamenti virtuosi.
Negli anni Novanta, come ricorda Astenia, si è passati ad un'altra logica: «better trade than aid», meglio l'apertura al commercio che gli aiuti. In altri termini, meglio far leva sulle potenzialità che sono dentro questi Paesi che riversare su di essi aiuti che spesso, come ricorda spesso l'economista indiano della Columbia, Jagdish Bhagwati, non riescono neanche ad assorbire. Un caso classico le risorse spese per le zanzariere utili per combattere la malaria che finirono al macero perché mancavano i letti ai quali applicarle.
Da questo punto di vista il rischio dello spreco resta altissimo anche oggi. Sarebbe un obiettivo auspicabile combattere le resistenze di tipo protezionistico del settore agricolo europeo e del settore cotoniero americano, in modo da permettere anche ai 47 Paesi meno sviluppati dell'Africa di iniziare ad esportare cominciando a camminare sulle proprie gambe dopo aver calzato le scarpe di un commercio internazionale più libero.
Un concerto forse andrebbe fatto anche a Ginevra, davanti alla sede del Wto, l'organizzazione che regola il commercio mondiale per far sì che una maggiore apertura delle frontiere commerciali, permettesse a quei popoli di imboccare la via del self-aid, del farcela da soli.
Le iniziative che fanno capire a tutto il mondo che il mondo è uno solo, che la sorte di una parte di esso è legata alle sorti delle altre parti, come il concerto di ieri, Live 8, sono senza dubbio molto importanti. La consapevolezza dei cittadini sprona i governanti. Ma occorre che la consapevolezza sia piena: occorre che non si pensi che la strada maestra sia quella degli aiuti e basta. Non c'è una ricetta unica. Quello che conta è che quello che viene dato a quei popoli sia dato per accendere il motore dello sviluppo e non solo per spingere per un tratta una macchina che non ha benzina nel motore. Così non funziona. Così non si innesca lo sviluppo. Così non siamo neanche sempre sicuri che quella benzina o che quella spinta sia data ai popoli e non finisca solo ai loro governanti.
Il bene va anche fatto bene.