Benigni: "Povero Sircana è finito in trans"

Nella tappa milanese del suo tour il comico scatenato passa da Dante allo scandalo di Vallettopoli e alle fotografie: "Il politico famoso non era il portavoce ma il viado"

Milano - Ci fosse stato un garante della comunicazione ai tempi di Dante, addio Paolo e Francesca. E addio canto dei lussuriosi e dei peccator carnali, il quinto dell’Inferno, spiegato e declamato da un Roberto Benigni in splendida forma davanti alle seimila persone che gremivano il Palasharp nella prima delle cinque serate milanesi del tour («Così farò anch’io le cinque giornate di Milano, vietato l’ingresso agli austriaci») che, dall’estate scorsa, porta in giro per l’Italia e che potrebbe addirittura approdare a Broadway in versione musicale. Dunque, le abitudini sessuali non si possono raccontare perché riguardano la sfera privata delle persone. E che ti fa Roberto Benigni? Inventa in un piccolo supplemento alla Divina commedia i gironi degli Intercettati e dei Ricattati e c’infila Sircana e Prodi, Berlusconi e Fede, D’Alema e Mastella. Anzi, sottolinea che Paolo e Francesca erano rampolli di dinastie potenti, ben in vista all’epoca, come fossero le famiglie Casini e Berlusconi di oggi. Su una storia come quella di Paolo e Francesca che, sposata al fratello di lui, Cianciotto, e sorpresa ad amoreggiare con il bel cognato Paolo galeotto il libro di Lancillotto e Ginevra, viene uccisa e precipitata nel girone dei lussuriosi, ecco, su una storia così, i nostri giornali ci marcerebbero mesi e mesi. E per il Benigni di Tutto Dante, il salto dall’attualità al sommo poeta, dalla cronacaccia di Vallettopoli alle vette della letteratura è servito su un piatto di fantasia, satira e umorismo nel quale un fuoriclasse come lui si muove meglio di Maradona tra i difensori dell’Inghilterra ai Mondiali dell’86.
In platea ci sono Letizia Moratti, Adriano Celentano e Claudia Mori, Antonio Marano, Emilio Fede e Paola Perego, compagna di Lucio Presta, organizzatore del tour. Torrenziale, contagioso e sulfureo senza essere mai volgare, Benigni attacca sornione: «Pensate a Sircana, quando gli hanno detto quella cosa delle fotografie... si è sentito male, poveraccio. E ci credo: era roba da andare in trans... Come si fa? Sircana lo conosco bene, siamo usciti spesso di sera a cercar donne, prostitute, viados. Ma lo giuro a quegli ipocriti: non siamo mai andati dai trans, non gli piacciono nemmeno. E poi, si parla di un politico famoso... Sircana? Non era mica lui il politico famoso, ma il trans... che era Maroni! Se era lì con un trans, era per conto di qualcun altro. Cosa fa di mestiere, Sircana? Il portavoce di Prodi. Era lì per combinare tutto per Prodi».
La verve satirica di Robberto zìgzaga sul palco, anarchica e acuminata. In prima fila, per esempio, c’è Fede. «Bisogna stare attenti con queste fotografie. Si può rovinare la vita delle persone. Pensate a Fede, che ha costruito la sua carriera sulla fedeltà. Mettiamo che lo fotografino mentre una sera va con cinque trans, una pecora e una bambola gonfiabile. Come ne esce? Quando torna a casa dall’unica persona a cui è sempre stato fedele... cioè Berlusconi, cosa gli dice?». Anche nel girone dei Ricattati Silvio è un grande affarista. «Le foto della figlia Barbara, prima le ha comprate per ventimila euro, poi le ha rivendute a Chi a 50mila e a Vespa per centomila. Ci ha guadagnato 130mila euro. Adesso, tutte le sere chiama Barbara e le dice: “Cosa fai a casa a guardare il Grande Fratello, perché non esci e vai a divertirti?”».
Benigni si aggira furtivo sul palco, si asciuga il sudore, divaga con i personaggi di Vergaio, perde il filo. «Dov’eravamo rimasti? Ah, già, Berlusconi. Basta che pronunci il nome e mi ripiglio subito. Perché per noi comici Silvio è una grazia. Ora che non c’è più siamo disoccupati, io leggo Dante, Paolo Rossi canta a Sanremo, Sabina Guzzanti recita l’Ariosto, il Tasso. Un disastro. Torna Silvio! Dove lo trovi uno che quando parla si paragona a Cristo. Quando cerca il suo erede vorrebbe fare come Gesù che chiama Pietro e gli dice: “Tu sei Pietro e su questa Pietra...”. Lui ci ha provato con Fini: tu sei Fini e su questa fine... Niente. Allora ha chiamto Casini: tu sei Casini e su questo... Avanti un altro: Schifani. Tu sei Schifani e... Con Maroni non ci ha nemmeno provato. Così l’erede non salta fuori. E intanto Prodi resiste. Oddio, resiste?! È caduto anche lui. Per la verità, bene in piedi non l’ho mai visto. Ha un sacco di guai, volevano farlo passare per una spia del Kgb, ma l’avete visto, con quella faccia... Prodi spia del Kgb è come Luxuria spia del Vaticano. Per far approvare la Finanziaria Romano andava a messa tutti i giorni a chiedere la grazia per i senatori a vita. Alla fine ha detto alla Turco di elevare la modica quantità della cannabis fino a 40 spinelli. Così, tutti “fatti”, hanno votato la Finanziaria. Nelle foto si vede la Montalcini mentre vota in una nuvola di fumo con una faccia da fricchettona».
Si diverte e diverte, Benignaccio, a tirare dentro D’Alema («il più intelligente, ha la barca e i baffi e ogni volta che lo candidano, qualcuno lo frega e lui fa un passo indietro per il bene delle istituzioni, poi va a casa e... porca puttanaccia»), la Bindi e Mastella («sono della stessa agenzia di pierre, infatti volevano fare La pupa e il secchione, ma Prodi non ha voluto»), Vespa e Mentana («l’altra sera hanno liberato Mastrogiacomo, ma da loro si parlava di Vallettopoli con le stesse persone: Belpietro, Mastella e Feltri, mancava Padre Pio con il dono dell’ubiquità»).
Insomma, è questo il vero Medioevo d’Italia, altro che Dante. «Lui tira fuori da noi il meglio, la bellezza, il desiderio che è la cosa che dà senso alla vita. Il desiderio: che dimentichiamo sempre o quasi». Dopo il Benigni monello, spunta quello tenero e incline alla commozione quando recita «amor ch’a nullo amato amar perdona», quando chiude la lectio dantiis con le parole del poeta - «caddi come corpo morto cade» - travolto dalla pietas per i due amanti condannati per l’eternità a volare in simbiosi, ma sbattuti di qua e di là, di su e di giù, senza posa. Un Benigni inedito e discreto, quando più volte parla di Gesù, sempre chiedendo scusa al pubblico ma strappandogli applausi a scena aperta («Sono applausi al vangelo, non a me»), inventore dell’amore, della carità, della pietà su cui tutto si regge: anche «la scintilla dell’eternità che, non a caso, spunta in noi quando c’è l’amore e, tremanti come bambini, diciamo alla nostra donna: “Ti amerò per sempre. Sarai mia per sempre”».
Lacrime di commozione, dopo quelle da ridere.