La Berlinguer affossa il Tg3, ma non si dice

RomaLa faziosità può fare notizia ma dipende chi sia il fazioso, e quale sia la fazione. Se poi la faziosità si accompagna ad un calo di pubblico la cosa può far notizia due volte, ma dipende ancora da chi sia l’accusato di parzialità. Sparare su Minzolini, tanto per fare un nome, ormai è pratica scontata e sport preferito da onorevoli vari. Gli ascolti del Tg1, da quando c’è lui, sembrano diventati questione di primaria importanza nazionale. Sì ma al Tg3 invece, area di riferimento editoriale il Pd (sottoarea: la corrente di Bersani), va tutto bene? Si direbbe di sì, perché nessuno solleva questioni ai vertici, ma si direbbe di no dando un’occhiata ai dati Auditel.
Il tg della Berlinguer, da dodici mesi al timone di Telekabul, ha perso per strada in pochi mesi più di 50mila telespettatori. Una cifra non enorme, si capisce, ma va tenuto conto che è il dato «spalmato» su tutto l’anno, mentre il calo è più accentuato nelle ultime settimane, in coincidenza con l’apparizione del TgLa7 di Mentana che attira pubblico «progressista». Se si confrontano 2009 e 2010 su un giorno di riferimento (come è stato fatto da Repubblica per il Tg1), per esempio una domenica di metà settembre, il calo può essere molto più ampio: lo scorso 19 settembre il Tg3 ha fatto il 13,02% di share, mentre nel giorno corrispondente del 2009 (domenica 20 settembre) aveva fatto il 15,81%. Quasi tre punti in meno rispetto all’anno prima.
Comunque sia, un calo allarmante in un pubblico molto fidelizzato come quello del Tg3. Ma c’è qualcuno che denunci «un evidente danno anche economico per l’azienda», come ha fatto il consigliere Rai Nizzo Nervo per il Tg1? No. Intanto, lo share del Tg3 scende. L’edizione principale, quella delle 19, ha perso in pochi mesi lo 0,68% rispetto alla gestione Di Bella, pari a 54.034 spettatori in meno. Quella del pomeriggio ancora peggio: 73.239 telespettatori persi, con un meno 0,57%. Vabbè, ascolti (moderatamente) in calo, ma almeno la Berlinguer non sarà faziosa come Minzolini? Bè, intanto la sua nomina è stata partorita dopo un baratto interno al Pd, perché se la rete andava ad un piddino-margheritino come Ruffini, al Tg3 ci voleva un bersaniano (neo-segretario) di ferro. La Bianca, appunto, non proprio una super partes. Veltroni stesso le chiese se voleva candidarsi alle politiche del 2008. L’offerta, si racconta nei corridoi del Tg3, è ancora valida e pare che Bianca la stia valutando seriamente. La parzialità si vede anche nell’impaginazione del tg? Bè, qualcosina sì. A parte i servizi sul Cav, teneri come i servizi sul Pd al Tg1, ci sono notizie che vengono dimenticate dal Tg3. Come per esempio le indagini della Procura di Siena sul presidente del Monte dei Paschi (banca vicina agli ex Ds), Giuseppe Mussari, per concorso in falso e turbativa d’asta. L’Ansa esce alle 18.39 del 6 agosto, ma nell’edizione serale del Tg3 non c’è traccia della notizia che invece campeggia sui siti di Corriere, Repubblica e nella scaletta di Tg2 e Tg1.
Sì, ma a parte il calo di ascolti e la faziosità, almeno Bianca Berlinguer non è in guerra con la sua redazione? Bè, più o meno. Da quando c’è la Berlinguer, soprannominata dai cattivi «la zarina» per il piglio decisionista e la fiducia concessa ad un manipolo di suoi «fedelissimi», son già fuggiti Nadia Zicoschi, approdata al Tg2, l’ex caporedattore economico Luca Mazzà e la sua vice Loredana Quattrini, entrambi a RaiSport, e poi Monica Carovani, ora al sito internet del Tg1. In ambienti interni si vocifera anche di demansionamenti nella redazione, e addirittura di contratti precari che non vengono trasformati in assunzioni. Il membro Usigrai Stefano Campagna ha promesso battaglia su questo punto. Si racconta di un siluramento a freddo del parlamentarista Roberto Toppetta, con un crudo «Non mi piacciono i tuoi servizi» (rumors, rumors, ancora rumors). Stessi modi sbrigativi usati con Oliviero Beha, e per l’ex capo della cultura Paola Sensini, tolta per metterci Eugenia Nante, molto amica della direttora (raccontano sempre al Tg3). Fibrillazione anche in altri settori e per altri colleghi, sotto l’incudine dei metodi rudi della Berlinguer (se fosse Minzolini si direbbero «liste di proscrizione»), che ora avrebbe nel mirino Fulgenzi, il capo dell’economico e poi Guido Torlai, capo della cronaca. Direzione stile Pci anni ’70, insomma, ma nel silenzio generale di tutti gli indignati dal «minzolinismo», nemmeno sfiorati dal «berlinguerismo».