Bianchi, neri e pregiudizi

Se anche gli uomini sono tutti uguali, i bianchi sono più uguali degli altri. In particolare dei neri. Non lo ha detto, essendo roba di questi giorni, il dottor Goebbels, l’ha detto papale papale il biologo americano James Watson, premio Nobel per la medicina. «Elementare, Watson» avrebbe potuto commentare Sherlock Holmes. Elementare ma, per una schiacciante maggioranza di scienziati e di politici, assolutamente inaccettabile.
Vorrei fugare ogni dubbio. Condivido ciò che ha scritto ieri, al riguardo, Vittorio Macioce. Ritengo come lui che sia meglio, per mille e una ragioni, evitare una categorizzazione che schiude la porta a incubi del passato. Ma non per questo sono disposto ad accettare come genuine e consapevoli le critiche che sul professor Watson si sono abbattute non ad opera di suoi colleghi - i quali sanno almeno di cosa parlano -, non attraverso esperienze personali e professionali di gente comune, ma per bocca dei politici.
Costoro hanno ripudiato la teoria del premio Nobel con l’aria altezzosa di chi possiede certezze assolute in materia di genetica e di razze. Non hanno nemmeno un’ombra di dubbio, gli inquilini del palazzo, nel bollare come scemenze le affermazioni di Watson. Prendono posizione non in forza d’una qualsiasi cognizione sull’argomento, ma perché si affidano a quella immane scialuppa di salvataggio, nell’oceano dei problemi di scienza e di coscienza, che è il politicamente corretto. Io trovo superficiale, dilettantesco, e in definitiva scorretto nei confronti non della politica ma dell’onestà intellettuale, il liquidare una tesi, per audace che appaia, fidando sul pregiudizio: sia pure un pregiudizio lastricato di buone intenzioni.
È stato osservato, ragionevolmente, che tra i non neri abbondano i cretini - la cui madre, recita il luogo comune, è sempre incinta - e che tra i neri o colorati vi sono persone il cui quoziente di intelligenza supera di gran lunga ogni media. Sono consapevole della difficoltà di tradurre la valutazione dei singoli casi in una diagnosi collettiva ma sono egualmente consapevole dell’assurdità di negare, nel nome della correttezza politica, ciò che la vita insegna. Ed essa insegna che in determinate circostanze la cappa del politicamente corretto porta a occultare o distorcere i fatti. E allora sembra offensivo per gli ispanoamericani dei ghetti Usa il riconoscere che tra di loro - a causa di vicende storiche e ambientali ben note - il tasso di criminalità è particolarmente alto, e offensivo per il Meridione d’Italia il ricordare che in talune aree si usa il coltello molto più assiduamente che a Mondovì o a Bressanone.
Le due pagine che abbiamo dedicato alla provocazione di Watson hanno incluso un articolo di Giuseppe De Bellis sugli studi di Roland Fryer, nero, professore ad Harvard, dai quali risulta che bianchi e neri sono diversi «nei test attitudinali scolastici dei diplomi di educazione superiore», e che «noi neri impariamo meno». Ha aggiunto il professor Fryer che «mia nonna mi dice che anche lei l’aveva intuito». Saggezza di nonna.
Diversamente dal professor Watson ho, come uomo della strada, la convinzione che questi fattori d’inferiorità, creatisi nel corso dei secoli o dei millenni, non attestino una differenza genetica. Ma quanti si sono scagliati contro Watson impugnando l’arma letale del politicamente corretto dovrebbero spiegare alcune evidenze concrete. Dopodiché, se Margherita Hack, che è abilitata a pronunciarsi, stronca Watson non ho nulla da obbiettare. Non l’avrei nemmeno quando lo stronca Rita Levi Montalcini se esprimesse un dissenso scientifico e non una indignazione moralistica: e soprattutto se non citasse Storace, che in questa faccenda, dato il livello delle sue conoscenze scientifiche, mi pare c’entri poco. Nella specifica circostanza Rita Levi Montalcini ha avuto, mi pare, una reazione di tipo pavloviano che per un momento l’ha assimilata ai tromboni della politique politicienne.
Mario Cervi