Bibak, senza paura, in Afghanistan si prova a ricostruire

Una serial startupper, dalla Brianza a Kabul, perché i terreni minati siano coltivabili

Rolex Awards Reto Albertalli

Selene Biffi è una serial startupper. Bibak, in persiano ‘senza paura’, è la sesta start up e, per ora, l’ultima delle numerose sfide personali. Il denominatore comune delle scelte di Selene è l’utilità sociale. Mentre racconta di sé e di quel che è riuscita a realizzare già, a soli 33 anni, è a Kabul. «Oggi si parla molto di start up innovativa ma non si capisce che è un tema che richiede ricerca e sviluppo. Non un componente tecnologico denota l’innovazione sociale».

Originaria della Brianza, frequenta la Bocconi. Inizia a costruirsi un curriculum internazionale senza aspettare la fine del percorso universitario. «A 22 anni ho lanciato la prima start up a gennaio 2005 con una metodologia peer to peer che permetteva ai giovani di insegnare ad altri giovani le competenze pratiche per migliorare le vite delle comunità. Vedevo molte opportunità per i ragazzi, ma gli italiani non partecipavano quasi mai. Mancava un collettore di informazioni». Selene inizia a cercare i fondi per il portale e ritrova un copione di risposte sempre uguale a se stesso. Quanti anni hai? Non sei forse troppo giovane? Sei certa che qualcuno non lo abbia già realizzato? «Avevo l’impressione che nessuno credesse che in Italia potesse nascere qualcosa di nuovo da un giovane». Dopo sei mesi di ricerche, Selene inizia l’avventura con un proprio investimento, 150 euro, per la struttura informatica. Il primo corso di sviluppo sostenibile, tenuto da una giovane peruviana, viene frequentato on line da 40 ragazzi. «Negli anni abbiamo coinvolto ragazzi da 130 paesi in via di sviluppo o con economia in transizione. Partecipavano da tutto il mondo e il modello si cominciava a far conoscere; i soldi cominciavano ad arrivare, dall’estero». Dopo pochi mesi, Selene viene ingaggiata dall’Onu come consulente e inizia a viaggiare, Cina, Kosovo, Svizzera, con lo scopo di implementare progetti di tecnologia applicata allo sviluppo e all’istruzione. Nel 2009 dall’Onu arriva un’altra proposta di lavoro, non inerente alla tecnologia: trasferirsi a Kabul per curare un sussidiario con tematiche pratiche che, dopo 40 anni di guerra, potevano essere utili a ricostruire la vita di villaggi rurali.

«Non era in linea con la mia esperienza precedente. Cercavo altro. Le Nazioni Unite in quelle settimane stavano cercando osservatori elettorali per le elezioni a Kabul. Ho inviato sette domande ma tutte sono state rifiutate. Il fatto di essere stata scartata mi ha salvato la vita. Il 28 ottobre 2009 i talebani hanno assaltato l’unica pensione dove dormivano gli osservatori elettorali dell’ONU. Sono morte 11 persone. Siamo stati tutti evacuati». Selene torna in Brianza ma dopo poco decide di tornare in Afghanistan per portare a termine il lavoro del sussidiario perché «magari il mio lavoro poteva dare una speranza in più». Dopo 40 anni di guerra, 8 persone su 10 non sanno leggere e l’Afghanistan è un paese molto giovane, se si considera che 7 persone su 10 hanno meno di 25 anni. L’inflazione è altissima, una casa agli stranieri costa fino a 10mila dollari al mese. Il sussidiario viene portato a termine mentre la Biffi inizia a creare dei fumetti, comprensibili da tutti, in merito a tematiche di utilità sociale che potessero aiutare la popolazione. A marzo 2010 scade il contratto con l’Onu.

Alla domanda da dove nasca questo desiderio di cambiamento e di incidenza nella vita di altri, Selene parla dei suoi genitori, commercianti brianzoli, che in India hanno costruito un ospedale, che conta 11.500 visite e operazioni gratuite all’anno, e una scuola elementare dove vengono accolti 400 bambini indigenti. «Crescere con persone così, che investono i loro guadagni per dare un’opportunità a chi non ha nulla, è l’esempio che mi porto dietro. Loro sono il mio modello».

Tornata in Brianza, grazie al sostegno della Fondazione Only the Brave di Renzo Rosso, dà vita a Plain Ink, che crea storie e fumetti per dare ai bambini e alle comunita’ gli strumenti per trovare soluzioni a problemi locali legati all’esclusione sociale e alla poverta’. Plain Ink crea storie bilingue e libri per bambini in Italia. «Abbiamo identificato i primi 10 gruppi etnici in Italia e abbiamo iniziato a pubblicare in arabo, cinese, Hindi e spagnolo. I protagonisti sono bambini, la collana si chiama “I terrestri”. Collaboriamo con i migranti per fare in modo che ogni storia rappresenti la cultura del paese». In Selene rimane vivida l’idea di tornare a Kabul per aprire una scuola di cantastorie. Selene ricerca finanziamenti e investitori. La sua ispirazione viene selezionata e riceve il Rolex Award for Enterprise, nella categoria “Giovani”. Il 9 marzo 2013 Selene è in Afghanistan. Ma questa volta la strada da Mezzago a Kabul è in salita. Senza il supporto dell’Onu, affitti pagati, macchine blindate, interprete, tutto è molto più difficile. Selene è decisa ad aprire la scuola e trova un paio di stanze in un quartiere popolare. Le tre aree di insegnamento, inglese, storytelling e sviluppo locale, sette insegnanti e i ragazzi, tra 18 e 25 anni, sono gli ingredienti di questa sfida. «Il primo anno si sono diplomati in sei. L’anno scorso hanno frequentato 17 studenti di cui 6 ragazze e il 100% si è diplomato. Ora raccontano storie alla radio per tutto l’Afghanistan, trattando messaggi legati allo sviluppo. La cultura afgana, dove l’epica è una tradizione, è molto ricettiva per la cultura orale». Nel frattempo la Biffi dà vita a Spillover, start up che crea videogiochi basati sulle scoperte scientifiche più attuali. Viene selezionata e vince tre mesi nella Silicon valley. Sono le condizioni perfette per sviluppare un’idea che ha da tempo, il progetto delle mine antiuomo. Selene vuole creare una tecnologia che rimetta al centro le comunità offrendo uno strumento pratico per convertire i terreni minati in terreni coltivabili. Nasce Bibak. Le mine nel mondo impattano in negativo la vita di 1.5 miliardi di persone. In Afghanistan ci sono 10milioni di mine, è tra i cinque paesi più minati e spesso non si può accedere all’acqua perché le mine sono intorno ai pozzi. «Dallo sminamento allo sviluppo, questa è la nostra mission. Abbiamo ipotizzato dei sensori che collegano tecnologie già esistenti e quindi a costi misurati. Lo strumento non è ancora messo a punto. Riceviamo molti riconoscimenti e incoraggiamenti ma pochi finanziamenti. La famiglia Rancilio, con la competizione Global Social Venture Competition-Romano Rancilio Award, ha creduto in noi. Ma servono altri fondi. Io stessa faccio più lavori per mantenermi a Kabul. Sono qui per contatti e per cercare fondi per fare un modello integrale. Sul territorio sminato, infatti, vogliamo ricostruire un tessuto economico e sociale indipendente, e quindi dobbiamo prevedere il training alle comunità locali. Il lavoro di Bibak non è semplice. Non creiamo app per il parcheggio ma la possibilità di creare un futuro differente per chi ora non ha molte scelte».