Bimbi di 8 anni bestemmiano, difesi dai genitori

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In una scuola del Torinese le maestre &quot;puliscono&quot; la  bocca a un bimbo. La mamma invece di punirlo le denuncia, trasformato il figlio in vittima. Ma in quella classe volavano insulti e sedie. Così l’autorità degli insegnanti muore <br />
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In parecchi bar italiani, su cartelli d’annata esposti tra i bitter e il rabarbaro, ancora lo si può leggere: «Vietato bestemmiare. La bestemmia offende Dio e degrada l’uomo». Giusto, ma il bambino? Cosa succede se è un bimbo di otto anni a scomodare santi e divinità come un falegname che si è martellato il pollice? Senza scomodare la Montessori, saggezza popolare vorrebbe che gli arrivasse uno scapaccione. Invece a Torino la faccenda va a finire davanti alla pubblica autorità e il blasfemo infante diventa vittima.
Tutto accade a Sant’Ambrogio, in Val Susa, dove una mamma ha denunciato due maestre per aver obbligato il figlio a lavarsi la bocca col sapone dopo che il bambino aveva bestemmiato in classe, a coronamento di una sequela di parolacce: «Mio figlio ha gli incubi, non tornerà a scuola finché le maestre non saranno allontanate», accusa la donna, che fa delle insegnanti un ritratto a metà tra Torquemada e Kappler. Ma è davvero così oscena e nazista la punizione scelta?

Non serve Don Bosco per capire che il manuale del perfetto pedagogo non prevede il lavaggio coatto della bocca con il Palmolive in caso di sacramento improvviso. D’accordo, le maestre hanno esagerato. Epperò sette bambini dall’inizio dell’anno hanno cambiato classe, raccontando di sedie che volavano e insulti continui: situazione quantomeno difficile. E ci sarà un motivo pure se la dirigente scolastica difende le due professioniste: evidentemente, le maestre erano esasperate.

Avrebbero dovuto telefonare a casa ai genitori, non c’è santo (pardon) che tenga. Ma il bambino è un soggetto esuberante ed è seguito da uno psicologo, non è la prima volta che crea problemi. Dunque, le maestre hanno ceduto a una via alternativa. Una soluzione né offensiva né umiliante, come può essere far scrivere sul quaderno per cento volte «sono un deficiente»; una soluzione non violenta, ben altra cosa dagli schiaffi e dalle bacchettate sulle dita da Libro Cuore. Hanno scelto un’opzione simbolica: hai detto una cosa brutta, incivile e sporca, quindi làvati idealmente e fisicamente la bocca.

Eppure, in questo Paese in cui si riversano fiumi di inchiostro e indignazione sulle barzellette blasfeme del premier, si va alla crociata per far espellere i ragazzotti imprecanti dal Grande Fratello e si reclamano squalifiche esemplari per i terzini che smadonnano se sbagliano un cross su un campo di calcio, il provvedimento delle maestre fa gridare all’abuso. C’è uno squilibrio ipocrita: come pretendere che gli adulti non nominino il nome di Dio invano se tolleriamo la bestemmia in terza elementare? Già, perché al di là delle dichiarazioni di facciata sul bambino che «ha sbagliato», le reazioni passano un messaggio diverso. «Medioevo», attacca l’Osservatorio dei minori. «Metodi da secolo passato», rincara la madre del bimbo. Magari, verrebbe da dire. Magari avessimo salvaguardato come un panda almeno un’eco di quel severo buonsenso novecentesco che garantiva il sostegno dei genitori all’azione educativa della scuola primaria: la maestra ti puniva e a casa papà rincarava la dose mettendoci il carico. E la volta dopo non succedeva più.

Non si dice di avallare comportamenti retrogradi da denunciare (ci sono anche insegnanti chiaramente esauriti che negano ai down di andare in gita, mostrano cartucce di fucile a scopo intimidatorio e ordinano agli alunni di abbracciare la tazza del wc e di cantare «non son degno di te», roba da trattamento sanitario obbligatorio), ma il lassismo parentale ormai svuota l’intera missione educativa delle insegnanti. I genitori difendono i figli a ogni costo, fabbricando alibi quando fino a pochi anni fa era onere dei ragazzi inventare scuse. Ora i discoli - amarcord lessicale - non devono più neppure fare lo sforzo: prendono un brutto voto? La maestra spiega male. Una nota perché chiacchiera in classe? Ma se lo fanno tutti! Le parolacce? Le sente in tv, cosa possiamo farci? Bestemmia? Vabbè, non fa nemmeno religione!

Che poi, a ben vedere, le rimostranze si possono fare in vario modo. Bastava chiedere udienza alle maestre e replicare: «Se permettete, a mio figlio la bocca la lavo io». Sacrosanto. Ma rivolgersi alle autorità, fare in modo che a dirimere la questione siano i carabinieri o il Provveditore (assurdo come ci si rivolga alla magistratura anche per decidere cosa mangiare il venerdì sera), è roba da azzeccagarbugli.
Reclamando per l’eccesso di castigo, passa l’idea che il bambino non abbia sbagliato. E che gli altri venti compagni di classe possano bestemmiare allo stesso modo. Molto più sano uno scappellotto, una settimana di punizione, i Gormiti nella spazzatura, a letto senza vedere la Juve. Perché non è detto che il rigore debba per forza essere bollato come «retaggio fascista».

Perché bestemmiare Gesù, Allah, Confucio o Manitù è maleducazione inaccettabile, non ribellione al conservatorismo. E perché le maestre potranno pure subire le azioni disciplinari in silenzio, ma - come scriveva Belli - «Dio è omo da risponne pe’ le rime», e non sarebbe male se i bambini lo imparassero assieme alle tabelline.