Bin Laden e la nuova strategia sciita

Gianni Baget Bozzo

Nell’attentato alle due torri dell’11 settembre, l’Occidente ha avvertito la gravità della ferita materiale e il messaggio che comportava e si è concentrato sulla questione del terrorismo. Ma è forse sfuggito che il terrorismo, specie quello in Occidente, era solo un mezzo da usarsi eccezionalmente e strategicamente, come è avvenuto in Spagna, quando si è visto che, dati i sentimenti antiamericani diffusi in quel Paese per ragioni storiche, l’attentato avrebbe fatto cadere il governo. Il terrorismo era un mezzo fra i tanti, destinato a un solo fine: quello di dare forma alla comunità islamica come tale e quale soggetto mondiale, di costituirla nella forma in cui essa era stata pensata, come una grande armata contro gli infedeli guidata da un pio califfo. E gli avvenimenti seguiti hanno mostrato questa direzione, rivolta principalmente contro gli Stati dei Paesi musulmani considerati proiezione dell’Occidente nel mondo musulmano. La proclamazione di Bin Laden a califfo da parte del mullah Omar non aveva certo valore legale per i sunniti, ma costituiva un messaggio, quello appunto di fare della comunità musulmana un unico soggetto politico capace di respingere ogni influenza occidentale e di determinare una crisi, innanzi tutto spirituale e morale, poi civile, sociale economica e politica in Occidente.
Le vignette di Maometto hanno dato la visibilità dell’umma islamica dall’Atlantico al Pacifico e si sono manifestate in atti di ostilità che hanno colpito soprattutto i cristiani, essendo il Cristianesimo per i musulmani la religione dell’Occidente. I musulmani non distinguono tra Chiesa e Stato nemmeno nei Paesi cristiani.
Ma ora questa linea di contrapposizione ha fatto un altro passo avanti, con l’attacco alla cupola d'oro della moschea sciita di Samarra. Finora la violenza islamista si era abbattuta contro gli sciiti in quanto popolazione irachena, come maggioranza politica dello Stato iracheno. Colpendo la moschea simbolo con un atto di per sé non terroristico, gli islamisti sunniti hanno mostrato di voler attaccare gli sciiti in quanto tali, cioè come componenti dissidenti della comunità islamica, innalzando il livello del conflitto. Infine la differenza tra sunniti e sciiti non risiede in questioni propriamente teologiche, ma nella teoria del califfato, cioè della forma della costituzione della comunità islamica come comunità totale, il problema posto da Osam Bin Laden. Per gli sciiti, dopo il settimo califfo Hussein non vi è più califfo visibile ma vi è un califfo nascosto che guida e ispira la comunità. Per i sunniti invece il califfo è stato abolito dai turchi nel 1924 ma rimane un problema aperto. Il conflitto interirakeno si è dunque complicato con una componente certamente religiosa che rende più difficile la composizione del governo e dello Stato.
La forza del movimento islamista consiste nel connettere utopia e storia, di immaginare una totalità musulmana governata da una sola guida. Sotto questo aspetto, esso ricorda l’altra congiunzione tra utopia e storia che abbiamo conosciuto nei tempi moderni: il comunismo russo. Infine sia la società senza classi sia l’umma islamica senza differenze religiose sono realtà in cui l’unità abolisce la differenza e il conflitto. Anche per questo è facile comprendere come, in forme diverse, l’utopia islamista scavi i suoi sentieri in Occidente sui medesimi battistrada dell'utopia comunista. L’Occidente ha di fronte un avversario singolare che agisce non nella forma dello stato del partito ma nella forma della «moltitudine»: proprio ciò che Toni Negri aveva previsto come la forma politica e critica dell’impero americano come sarebbe apparsa in Occidente. Ma la moltitudine questa volta ha le sue folle più decise nel mondo islamico. L'Occidente deve prendere coscienza critica e razionale del problema storico che ha di fronte.
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