La biologa scrive ai trapiantati: «Errore assurdo, perdonatemi»

La dottoressa che a Firenze ha sbagliato referto invia una lettera ai tre pazienti cui sono stati donati gli organi infetti da Hiv: «Sono sconvolta, penso sempre a voi». Ma contro di lei nessuna denuncia

da Firenze

Da lunedì vive barricata in casa, con il suo dolore e con i suoi fantasmi. La biologa che per un tragico errore ha firmato un referto sbagliato, è disperata. Per colpa sua due reni e un fegato malati sono stati trapiantati a tre pazienti che adesso vivono con l’incubo di potersi un giorno ammalare di Aids. Lei, 53 anni, fino a ieri una carriera senza ombre, è la quarta vittima di questa storia incredibile. Condannata da quell’errore che non trova e non troverà assoluzione, soprattutto al cospetto della sua coscienza. «Sono sconvolta - va ripetendo da giorni a chi le sta accanto - penso giorno e notte a quei pazienti».
E proprio quel pensiero che non la lascia un attimo l’ha spinta alla decisione di scrivere una lettera. Un modo per chiedere perdono. Poche righe per raccontare quel macigno che si porta dentro, per parlare di quell’errore imperdonabile, per fare sentire loro che lei è partecipe di quel dramma che stanno vivendo. Il suo avvocato, Roberto Inches, ha reso noto quello che doveva rimanere un fatto privatissimo solo ed esclusivamente per tentare di allentare la pressione della stampa. «Sta male - ripete il suo legale - ha bisogno di tranquillità. La signora preferisce comunicare direttamente con i pazienti, attraverso la lettera. Preferisce non parlare pubblicamente, in questo momento non è in grado di farlo. Il suo pensiero costante, da quando si è scoperto cosa è accaduto, è per i pazienti». Di più l’avvocato non dice.
La biologa viene adesso seguita da uno psicologo messo a disposizione dall’Azienda ospedaliera universitaria di Careggi. Nei suoi confronti, come da prassi, è stata avviata la procedura di sospensione anche se al momento alla dottoressa non è arrivata alcuna comunicazione ufficiale.
Intanto, a piccoli passi, va avanti anche l’inchiesta della Procura. Per il momento non ci sono iscritti sul registro degli indagati. Il procuratore capo Ubaldo Nannucci ha ascoltato uno dei medici di Careggi per cercare di capire come funziona il meccanismo in situazioni del genere. La squadra mobile ha già acquisito cartelle cliniche, risultati delle analisi sugli espianti e sui trapianti, e altro ancora che possa servire a capire perché si sia verificato un tale inspiegabile errore.
I familiari dei tre pazienti che hanno ricevuto gli organi non hanno ancora presentato alcuna querela. Senza denunce formali l’inchiesta aperta dal procuratore Nannucci sulla base della segnalazione dei vertici di Careggi è destinata comunque all’archiviazione dal momento che il reato di lesioni colpose è perseguibile solo su querela di parte che va presentata entro e non oltre i novanta giorni. L’assessore regionale per il diritto alla salute Enrico Rossi chiede per le vittime un risarcimento immediato che riconosca subito e tangibilmente ai pazienti il danno morale subito. Rossi, per seguire a tutto campo questo caso, ha costituito un apposito gruppo di lavoro. Una prima riunione con i broker assicurativi è in programma già oggi.
Il direttore regionale di Toscana Trapianti Franco Filipponi intanto lancia l'allarme sul futuro delle donazioni e sul rischio che quanto accaduto possa portare a un'inversione di tendenza. Dal 1992 a oggi sono state in crescita costante, con un'impennata dopo il 2000 quando venne creato il Centro trapianti nazionale. L'errore umano della biologa di Careggi, «tragico ma sempre un errore, precisa Filipponi, oltre a mettere a repentaglio il futuro dei tre trapiantati, rischia di aprire un altro fronte di «crisi». Ora bisognerà fare qualcosa per evitare che vi sia un crollo nella scelta di fare gratuitamente qualcosa per gli altri, bisogna tutelarli». L’invito di Filipponi è ad osservare le precise norme contenute nella legge, a ricordarsi «il grande gesto di civiltà che si compie decidendo di donare gli organi, senza dimenticare quando eravamo emigranti per le donazioni e pochi erano i malati che riuscivano a salvarsi».