Biscione di Quezzi: la promessa non mantenuta

Nella storia dell'architettura contemporanea, il quartiere residenziale di Forte Quezzi, costruito a Genova dall'architetto Luigi Carlo Daneri negli anni 1956-68, è senza dubbio una delle più consistenti e significative realizzazioni di edilizia popolare moderna in Italia, traduzione flagrante di una concezione abitativa rivoluzionaria. La messa a punto di una nuova tipologia di edilizia residenziale pone in evidenza un complesso di problematiche che rimandano al dibattito critico sul Movimento Moderno e al suo processo di diffusione internazionale. Manifesto ideologico di un modello di socialità integrata, il quartiere residenziale di Forte Quezzi, la cui linea a serpentina dell'edificio principale - ispirata direttamente al piano di Algeri di Le Corbusier (1930-33) - costituisce il tratto dominante, ha prodotto esiti contraddittori sul piano economico e sociale.
Con l'esaurimento del processo storico che vide la messa in accusa del Movimento Moderno e la campagna di distruzione iconoclasta avviata a partire degli anni Settanta, gli edifici «superstiti» alimentano il dibattito sul giudizio di valore dei fondamenti teorici che ispirarono quella prodigiosa esperienza storica e sugli aspetti degenerativi che ne conseguirono. L'evoluzione del quadro sociale e culturale, le mutazioni dell'economia e delle condizioni di vita obbligano oggi nuove riflessioni sulla maniera di abitare queste laiche «cattedrali dell'Utopia» costruite cinquant'anni fa e sulle metodiche di conservazione e riuso del patrimonio moderno.
Un manifesto della modernità. Il quartiere residenziale di Forte Quezzi a Genova costituisce un modello «pionieristico» di edilizia intensiva di massa. La costruzione di questo complesso fa parte dei grandi programmi nazionali d'intervento pubblico per la ricostruzione edilizia del dopoguerra (piani INA-Casa), finanziati con fondi statali (legge Fanfani 43/1949). L'area prescelta per l'insediamento residenziale genovese copre una superficie totale di 33 ettari, situata sulla collina a ridosso del quartiere di Marassi. Il piano, elaborato nel 1956 da una équipe di 35 architetti coordinati da Luigi Carlo Daneri, prevedeva la realizzazione, a quote differenti comprese tra 150 e 185 metri s.l.m., di cinque grandi blocchi edilizi per una capienza complessiva di 4500 abitanti distribuiti in 865 appartamenti. Gli edifici a serpentina - una tipologia che appare direttamente mutuata dal Plan Obus di Le Corbusier per la città di Algeri (1930-33) e dal complesso residenziale di Pedregulho a Rio de Janeiro di Alfonso Reidy (1950-52) - seguono le caratteristiche orografiche del sito, disponendosi lungo il profilo morfologico delle curve di livello. Nelle direttive di progetto, l'elemento dominante del complesso è il blocco «A», successivamente denominato «Biscione», una barra curvilinea a undici piani (successivamente ridotti a sei) dalle dimensioni imponenti, che si sviluppa senza soluzione di continuità per 540 metri di lunghezza. Al terzo piano, una rue intérieure - che si richiama manifestamente agli esempi dell'Unité d'habitation di Marsiglia di Le Corbusier (1947-52) - attraversa la struttura da parte a parte, formando un'immensa terrazza panoramica continua, che nelle intenzioni del progettista avrebbe dovuto costituire una moderna promenade architecturale. Il complesso residenziale comprende altre unità abitative: i blocchi «B», «C» ed «E», a 3 piani, e il blocco «D», a sei piani, attraversato anch'esso dalla rue corridor, esempio, quest'ultimo, tra i più qualitativamente interessanti sul piano architettonico.
Il quartiere residenziale, funzionalmente autonomo, avrebbe dovuto prevedere la dotazione dei servizi più avanzati: centro di quartiere, sale di spettacolo, scuola materna ed elementare, chiesa, impianti sportivi, mercato e spazi a verde attrezzato. Ad eccezione dell'asilo e della chiesa, quest'ultima completata trent'anni dopo la conclusione dei lavori (1998), nulla di quanto previsto in sede di progetto è stato realizzato.
Il dibattito critico: un vermicone o cento casette? Fin dalla pubblicazione del progetto premliminare, l'Unité d'habitation di Forte Quezzi s'impone all'attenzione nazionale, suscitando l'interesse della stampa specialistica e alimentando polemiche serrate nel gotha professionale. Riviste autorevoli come L'Architettura, Urbanistica e Zodiac danno molto risalto all'«evento». Le critiche vertono in particolar modo sulla scelta del sito, ritenuta inopportuna a causa della difficile accessibilità; a essa si accompagnano osservazioni denigratorie legate all'eccessiva densità abitativa, oltreché all'assoluta carenza di servizi (centri di aggregazione sociale, scuole, impianti sportivi) e di un'adeguata rete infrastrutturale.
Il giudizio più sferzante prodotto dalla critica dell'epoca porta la firma di Renato Bonelli, il quale, in un articolo pubblicato nel marzo del 1959 su L'Architettura - pur lodando l'unitarietà planivolumetrica dell'insieme - esprime forti riserve sulla qualità abitativa di questo insediamento, che non costituisce «un centro urbano», ma si traduce in una congerie di «forme e dimensioni tali da mortificare ogni esigenza di caratttere individuale». «Le regole della composizione architettonica - sostiene - hanno prevalso sulle necessità pratiche e psicologiche. E questo a causa della rigidità della concezione razionalista». Avanzando una preoccupazione che si rivelerà alla prova dei fatti drammaticamente profetica, Bonelli ammonisce: «Le conseguenze e gli effetti che ne deriveranno agli abitanti non potranno essere che deprimenti: ciò perché non si è avvertito che voler addensare gli uomini in grossi alveari equivale a negare le fondamentali esigenze di un'edilizia che deve costituire ormai uno strumento diretto per la formazione della personalità umana».
La posizione di Bonelli è fortemente contestata da Bruno Zevi, il più strenuo difensore del quartiere genovese. In un suo intervento pubblicato sull'Espresso del 22 settembre 1958, lodando la scelta «coraggiosa e giusta» degli edifici a serpentina, domanda in modo provocatorio: «Dobbiamo forse insistere sulle solite casette uniformi a 3-4 piani che impegnano vaste superfici, lasciando pochissimi spazi verdi, tagliando le visuali panoramiche e inducendo quell'atmosfera di periferia?». Dodici anni più tardi, in occasione della scomparsa di Daneri, così Zevi ne ricorda l'opera più rappresentativa: «dal meraviglioso piano di Algeri del 1931, riusciva a ottenere il "vermicone" di Forte Quezzi, senza nulla perdere della freschezza originaria, (producendosi nello) scatto creativo più energico della sua poetica».
La fine dell'Utopia e la conservazione del moderno. Il quartiere residenziale di Forte Quezzi, modello sperimentale di urbanistica e architettura, ha costituito innegabilmente un episodio culturale e sociale d'importanza capitale. La realizzazione di questo quartiere popolare ha rappresentato nel corso dei primi due decenni un'icona del progresso e della modernità. Nella peculiare criticità di un contesto storico e sociale, quale quello dell'Italia post-bellica, uscita da pochi anni dalle devastazioni della guerra e segnata da una realtà sociale precaria, con una cronica carenza di abitazioni a prezzi accessibili, il quartiere operaio di Forte Quezzi sembra aprire degli orizzonti d'attesa completamente nuovi. Primo fra tutti, la realizzazione di un moderna struttura sociale capace di garantire l'accesso ai servizi essenziali (centri educativi, spazi di aggregazione, attrezzature sportive). La dotazione dei servizi primari comuni - ivi inizialmente prevista ma puntualmente disattesa per la colpevole responsabilità dell'amministrazione municipale - risponde alle istanze fondamentali di quella «democratizzazione dei diritti e dell'estetica» che ha segnato le istanze pedadogiche e le grandi utopie riformatrici dell'architettura moderna.
Tuttavia, il completamento del quartiere di Forte Quezzi ha largamente disatteso i suoi obiettivi costitutivi; l'evoluzione tecnologica e il processo di modernizzazione dei processi costruttivi e degli standard abitativi non sono stati accompagnati da sistemi di pianificazione urbana altrettanto convincenti e adeguati sul piano programmatico e dei requisiti funzionali. L'utopia modernista, che fondava i suoi postulati dottrinari sulla croissance illimitée, non ha retto di fronte al sovvertimento degli equilibri di scala e al passaggio dalla struttura di quartiere a quella della costruzione della città. L'alterazione dei tradizionali parametri dimensionali e lo sviluppo, abnorme e parassitario, di megastrutture urbane hanno generato squilibrio, ponendo le premesse di situazioni di alienazione e di disagio sociale. Nel caso del Biscione di Forte Quezzi, i «punti di caduta» sono ravvisabili nell'infelice scelta del sito, operata a suo tempo dall'INA-Casa, i cui piani insediativi appaiono sistematicamente condizionati dai limiti di costo fissati per l'acquisto delle aree lottizzabili. L'area prescelta, orograficamente impervia e di fatto utilizzabile solo per un terzo della superficie complessiva, ha imposto una elevata concentrazione di alloggi con la costruzione di edifici a nastro che si snodano per centinaia di metri senza soluzione di continuità seguendo le curve di livello.
La mancata realizzazione di un centro di quartiere (un complesso di servizi che, nell'intenzione dei progettisti, avrebbe dovuto comprendere, oltre alla chiesa inizialmente prevista, un centro religioso e sociale, un cinema, scuole, un auditorium, negozi e una farmacia), cardine dell'insediamento urbano, non è direttamente imputabile all'opera di Daneri e all'impegno tenace e tormentato che l'architetto dedicò alla realizzazione del suo progetto, ma piuttosto a una serie di circostanze fattuali che chiamano nuovamente in causa la condotta e l'operato dell'amministrazione comunale.
Un'ultima riflessione attiene all'eredità complessiva dell'opera di Daneri. Il valore patrimoniale di questo quartiere residenziale risiede essenzialmente nel fatto che egli ha saputo mettere a frutto il patrimonio teorico ed etico del Movimento Moderno, creando nel Biscione di Quezzi un'unitarietà compositiva che non ha precedenti in alcuno dei modelli insediativi italiani di quell'epoca. Nelle machines à habiter degli edifici a serpentina che si snodano spettacolarmente lungo i profili della collina, egli (ri)compone la città, in una visione organica e utopica che segna il processo di integrazione dell'architettura nell'urbanistica.
Agli inizi degli anni Settanta, il Movimento Moderno ha conosciuto la sua crisi più profonda: la messa in accusa dei suoi principi e dei suoi «dogmi» ha generato un discredito generalizzato che ha portato nei casi più estremi a demolizioni «espiatorie». Negli ultimi decenni, il quartiere genovese di Forte Quezzi ha conosciuto una condizione di progressivo degrado e fenomeni di emarginazione sociale, che hanno alimentato un processo di ghettizzazione, le cui conseguenze si sono protratte fino ai nostri giorni. La crescita vertiginosa della società negli ultimi decenni, le trasformazioni sociali e culturali indotte dalla globalizzazione dell'economia e delle condizioni di vita obbligano a interrogarci sulla maniera di abitare oggi questi edifici. La concentrazione di un numero di alloggi così elevato in grandi unità residenziali implica necessariamente la messa a punto di un dispositivo di gestione razionale delle risorse.
L'età «eroica» delle avanguardie del moderno aveva fondato i suoi postulati disciplinari nella rappresentazione «idolatrica» della testimonianza unica e irripetibile, capolavoro isolato di un genio incompreso, rinchiuso nella torre d'avorio dell'esegesi dottrinaria e indifferente alle problematiche e alle dinamiche del reale. Dimenticando che, al contrario, l'architettura non si compone esclusivamente di icone «artisticamente» esemplari, ma vive di una trama complessa di relazioni spaziali, così come di implicazioni culturali, economiche e sociali.
Da qui la necessità di ripensare in modo radicale il concetto stesso di modernità, preservando nel contempo l'eredità culturale e i principi universali che questo patrimonio custodisce: il valore pedagogico ed etico dell'architettura, i principi di solidarietà, l'aspirazione a un avvenire di progresso sociale: un'architettura segno e metafora di una nuova civiltà, al di fuori della quale, come era solito ripetere Luigi Carlo Daneri, «c'è solo la marcia dei gamberi».
*architetto
storico del razionalismo