Il bluff di Violante

Per quanto concerne le riforme istituzionali Violante ha sentenziato: con la Casa delle Libertà non vi sono problemi di merito. Si sconta solo una contingenza negativa, legata alla violazione del patto sulla Rai. Nubi passeggere, dunque, che non debbono bloccare il cammino parlamentare del progetto di revisione. Da ciò una conclusione: andiamo avanti. È noto che in molti sistemi comunisti esisteva un'opposizione di sua maestà. Per questo, era concesso agli esponenti del regime non soltanto d'interpretare le volontà politiche dell'opposizione ma persino di parlare a suo nome. Non ci si può stupire troppo, dunque, se vi sia chi, dai banchi della maggioranza, provi a dettare la linea alla Casa delle Libertà: una cattiva abitudine del passato che Vilfredo Pareto avrebbe classificato sotto la voce «residui».
Se, però, è ancora dato interloquire liberamente, forse Violante e compagni potrebbero astenersi dal sostituire i propri voleri a quelli dell'opposizione per considerarne le ragioni. Per la Casa delle Libertà, infatti, ogni discorso serio in merito alla riforma della Costituzione non può che prendere le mosse dall'ipotesi di revisione, che poco più di un anno fa venne bocciata in sede di referendum confermativo. Quel progetto si reggeva su tre cardini: correggeva il disgraziato titolo V approvato nel 2001 dalla sola sinistra allo scadere della legislatura; rafforzava l'esecutivo e, in particolare, la posizione del premier; superava il bicameralismo perfetto differenziando le funzioni delle due Camere. La riforma - lo si è sostenuto in tempi non sospetti - presentava luci e ombre. Ma aveva un suo intrinseco equilibrio. Essa si proponeva di scrivere le tre pagine lasciate incompiute dai padri costituenti, aggiornando una Carta che dopo quarant'anni deve fare un tagliando se si vuole evitare l'ipotesi della rottamazione.
La sinistra assunse due diversi atteggiamenti. Alcuni si mobilitarono in nome e per conto della «Costituzione eterna e intangibile». Altri, tra i quali Violante, rifiutarono l'uovo predisposto dal solo centrodestra (perché, sia detto per inciso, la sinistra aveva rinviato al mittente ogni ipotesi di collaborazione), promettendo la gallina domani. Al cospetto di riforme imperfette, preferirono impallinarle per provare a farne di migliori tutte insieme.
Quel che il centrodestra deve oggi dunque chiedersi, senza ricorrere a suggeritori, è se la I Commissione della Camera stia effettivamente provando a servire la gallina promessa. A tal fine, ho provato a leggere gli atti parlamentari senza pregiudizi e non ne ho ricavato una buona impressione.
Innanzi tutto è venuto meno l'equilibrio interno della revisione costituzionale, perché la correzione del titolo V è rinviata a data da destinarsi. Non è cosa buona. Non solo perché le incongruenze di quella riforma si avvertono ogni giorno e si stanno sedimentando attraverso l'accumularsi dei conflitti di competenza presso la Corte. Anche perché senza una seria revisione del federalismo è difficile metter mano al rafforzamento del potere esecutivo. Detto fatto. Nel progetto in discussione il premierato è ridotto a due sole innovazioni: la possibilità del premier di proporre al Capo dello Stato la revoca di un ministro e un rinvio ai regolamenti parlamentari per consentire al governo di mettere in votazione un progetto di legge entro una data predefinita. Entrambe, purtroppo, appaiono novità inessenziali, impossibilitate a modificare lo stato delle cose e a rafforzare effettivamente la posizione del premier. In presenza di governi di coalizione, infatti, non è certo il potere di revoca ciò che consente al capo del governo di defenestrare un ministro. Prodi, ad esempio, anche se possedesse «potere d'incenerimento» non potrebbe mandare a casa Mastella o Pecoraro Scanio perché, in tal caso, resterebbe incenerito innanzitutto lui. Per quanto poi concerne «la corsia preferenziale» di spadoliniana memoria, essa è di fatto già prevista dai regolamenti. Non di meno in Senato, e anche alla Camera, vige l'immobilismo. Anche in questo caso, ciò dipende dalla disomogeneità della coalizione di maggioranza e dai veti incrociati che il governo è costretto a subire.
Non resta che la riforma del bicameralismo. Senz'altro è la parte più coerente del progetto, al di là di alcune stravaganze nelle modalità previste per l'elezione dei futuri senatori. In questo caso, però, si pone effettivamente un problema di metodo, anche se diverso da quello al quale si riferisce Violante: è mai possibile che una riforma che di fatto sconvolge il Senato sia approvata dalla Camera dei Deputati senza coinvolgere in nessun modo i colleghi dell'altro palazzo? Nella domanda non c'è nulla di corporativo quanto, piuttosto, un appello al realismo: impossibile non attendersi rappresaglie quando il progetto sbarcherà a Palazzo Madama.
Date le circostanze, è dunque lecito aspettarsi dalla Casa delle Libertà un no deciso, nel merito ancor più che per il metodo. Sarebbe grave se la Lega rinunzi a che il capitolo federalista sia parte dell'architettura di una storica revisione della Carta. Sarebbe incomprensibile che il presidenzialismo di Alleanza nazionale venga svenduto per due correzioni ininfluenti. Ed è inconcepibile che Forza Italia abbandoni l'ipotesi di perseguire un cambiamento vero della Carta nel quale siano presenti - non solo ma anche - le istanze di rinnovamento di cui le forze del centrodestra si sono fatte interpreti in questi anni.
Questa che Violante vuol servire non è una gallina. È un altro uovo, per di più marcio. Se si prova ad ammantarlo da grande novità, non ci si potrà poi lamentare se la demagogia piazzaiola dell'anti-politica continuerà a dilagare.
Gaetano Quagliariello