Bocciati in Internet? Ottima notizia

Solo il 42% delle famiglie ha una connessione. Ma il vero problema è che il web sta diventando un'enorme perdita di tempo. E nessuno controlla i contenuti

Caro Gian Antonio (Stella), ho letto con ritardo il tuo editoriale «Bocciati in Internet» uscito l’11 dicembre su Magazine e poi ci ho anche ponzato sopra un bel po’ prima di scriverti. Avrei potuto telefonarti, certo. Ma ciò che hai affermato sul settimanale del Corriere della Sera merita una pubblica riflessione, perché interessa tutti, anche coloro che manco sanno cosa sia quella finestra aperta sul mondo chiamata Web e magari sono più attratti dal balcone della Weber, Ela intendo.
Mi pare d’aver intravisto, nel tuo testo, uno stato d’animo subliminale. Da quando hai preso casa fra le nevi di una frazioncina dolomitica, a 1.300 metri di quota, Internet forse ti sembra questione di vita o di morte. È una sindrome che conosco bene: quando dieci anni fa lasciai Milano per accasarmi a 120 metri sul livello del mare, stavo per fidanzarmi col capotecnico di zona della Telecom che poi mi ha portato l’Adsl in mezzo ai campi. Un monumento gli farei, al signor Danilo Elampini, ancora adesso.
Hai voluto informare i tuoi lettori che «è uscita una classifica di Eurostat da gelare il sangue», e io mi sono sentito male. Ho pensato, nell’ordine, ai risparmi in banca, al tasso d’inflazione, all’aspettativa di vita, alle cause di morte nel Vecchio Continente. Niente di tutto questo. «L’Italia è l’unico (l’unico!) Paese di tutta l’Europa allargata dove la diffusione di Internet nelle famiglie non solo non cresce ma cala», hai esclamato. «Dopo esserci faticosamente inerpicati fino al 43% (contro una media continentale che stava al 54: dodici punti sopra), siamo infatti retrocessi al 42. Un punto in meno», hai scandito.
Ma no! Ohi che tragedia, ohi che dolor. Per un punto Martin perse la cappa, sarà mica che gli italiani invece hanno perso la capa? C’è poco da ridere: «L’Europa si sta sempre più allontanando e ha su di noi quasi venti punti di vantaggio. Abbiamo dietro di noi, dicono crudeli le cifre, solo tre Paesi». Che sarebbero Grecia, Romania e Bulgaria. Brutta gente, par di capire. «Gli altri ci umiliano», ti sei doluto. «Una catastrofe», hai concluso.
Mariavergine, come sospiriamo dalle tue e dalle mie parti. Non starai un cicinin esagerando? Te la sei presa con Berlusconi e financo con Prodi, con le loro «promesse in libertà», con «i fastidiosissimi chiacchiericci di bottega della politica nostrana» che «si rivelano giorno dopo giorno insopportabili». Ma dai! Perché buttarla sempre sul partitismo? Che colpa ne hanno gli inquilini succedutisi negli ultimi anni a Palazzo Chigi se Marco Tronchetti Provera prima e Gabriele Galateri di Genola e Franco Bernabè poi, al presente rispettivamente presidente e amministratore delegato di Telecom Italia, non hanno reputato redditizio portare la banda larga a mio nipote che abita a Prun, in Valpolicella, 523 metri d’altitudine? La stessa impresa incaricata di vagliare la fattibilità del progetto ha sentenziato: «Lassù? Mai».
Hai citato come massimo esempio di virtuosismo l’Olanda, dove l’86% delle famiglie dispone di Internet fra le pareti domestiche, un distacco di 44 punti dalla trogloditica Italia. Scusa, Gian, ma hai dato un’occhiata alla carta geografica? Pensi che sia facile cablare un Paese che per il 42% è fatto come Prun, cioè collina fino a 600 metri, per il 35% è montagna e solo per il 23% è pianura, insomma dove più di tre quarti del territorio è inadatto non dico alla posa del doppino della banda larga ma persino delle tubature del gas? Ci sarà un motivo se gli altri, quelli che ci umiliano, si chiamano Paesi Bassi: un quarto dell’Olanda si trova a un metro sul livello del mare, tutto il resto sotto. Due pali, tiri un filo, fatto.
Capisco che la drammatica situazione economica dei giornali in generale, e della Rcs Mediagroup in particolare, inducano anche te a immaginare che Internet possa diventare la panacea per la crisi dell’editoria dopo essere stata, col copia-e-incolla e l’abbondanza di materiale archivistico, la scorciatoia per sopperire a tante insufficienze culturali. Be’, temo che anche qui si tratti di un abbaglio. Dice Roberto Briglia, direttore generale dei periodici del gruppo Mondadori, uno che di giornali se ne intende se non altro perché li fa da una vita, che il leggendario ma periclitante New York Times ricava dal Web poco più del 10% dei suoi introiti e che per le aziende editoriali, nella più ottimistica delle previsioni, anche in futuro Internet non andrà oltre il 20% del fatturato. Dice anche che la soluzione per noi giornalisti è invece quella di lavorare di più e di lavorare meglio, pensa un po’.
Ma poi sei proprio sicuro che le famiglie italiane abbiano un bisogno così urgente, assoluto, indifferibile di Internet? Nella citata Prun, per esempio, dove pochi volenterosi sono costretti a navigare a singhiozzo con la sola Internet key Vodafone (una chiavata più che una chiavetta, considerate le tariffe da strozzinaggio e le continue interruzioni di linea), l’elenco delle priorità compilato dalla consulta di frazione e presentato al Comune contempla, per il 2009, la sistemazione dell’ambulatorio, un campo di calcio con la piazzola per l’elisoccorso 118, un’isola ecologica e la convenzione per la pulizia del monumento ai caduti. Nessuna traccia della Rete, a parte quella del letto. Beata gente.
«Bocciati in Internet», ti sei scandalizzato. E se la smettessimo con questa idolatria del Www? Chi ha stabilito che l’interconnessione del computer casalingo con gli altri Pc del pianeta rappresenti un’imprescindibile forma di promozione sociale? Pur avendo a suo tempo firmato 70 e passa puntate di Internet café per la Rai, comincio seriamente a dubitarne. Si dà il caso che conosca persone intelligenti, colte e stimabili che non hanno mai visitato un sito e mai spedito una mail in vita loro, eppure lavorano al meglio e vivono ugualmente felici. All’inizio me ne stupivo. Ora sempre meno. Quando il mio amico Marco Silvio Zenatelli, un magistrato, qualche anno fa a cena mi confessò che si asteneva persino dall’uso del fax, nel mio sguardo dovette osservare un’espressione di compatimento. Oggi noterebbe una certa invidia.
Vogliamo analizzare senza infingimenti qual è l’utilizzo, non unico ma di sicuro prevalente, che si fa di Internet nelle famiglie, italiane e no? I nostri ragazzi - tu non hai figli adolescenti, quindi sei dispensato dal saperlo - passano interi pomeriggi in bambola davanti all’occhio magico di una webcam, vulgo telecamera, a parlare di niente con persone che non vedranno mai in carne e ossa. Dialogano con nickname, vulgo soprannomi, perfetti sconosciuti, entità immateriali prive di età e di sesso, pronte a dissimulare inclinazioni e intenzioni. Il fascino della moscacieca telematica consiste solo nell’immaginare: ai nostri tempi e alla loro età, giù in strada, noi ci accontentavamo di palpare, e allora dimmi tu se non si stava meglio quando si stava peggio.
Gli adolescenti del 2009 sono collegati col resto dell’umanità, però hanno perso il contatto con la realtà. S’illudono di esistere solo perché s’incontrano in queste agorà virtuali, su Messenger piuttosto che su Youtube. Ma chi glielo spiega che esserci non significa affatto essere? E questi sono gli usi ricreativi più innocenti. Ve ne sono altri, che col pretesto dello studio si consumano davanti al computer nel chiuso delle camere, sui quali ritengo superfluo soffermarmi. Per stare sul privato, vogliamo parlare di Facebook, della «pericolosità sociale dell’aggeggio sfasciafamiglie», come l’ha definito Il Foglio? O vogliamo discutere degli infermieri ammattiti che a Torino, in orario di lavoro, si sono fotografati a vicenda mentre coglionavano i pazienti stesi sui lettini del pronto soccorso delle Molinette e poi hanno schiaffato quelle immagini infami on line profittando dell’ospitalità del medesimo Facebook?
L’antivigilia di Natale è saltato fuori che la Intel Corporation, leader mondiale nel mercato dei microprocessori che servono a far marciare i computer, con apprezzabile intento autolesionistico ha accertato - attraverso una società di ricerca specializzata - che Internet comporta nelle aziende statunitensi un calo di produttività di 8 ore settimanali per ciascun dipendente, con una perdita secca per l’economia nazionale pari a 900 miliardi di dollari l’anno. Ehi, ragazzi, ma è il 6,5% del Prodotto interno lordo americano! E noi stiamo qua a scannarci per un quarto di punto del Pil in più o in meno? Ci salvi General Motors, Chrysler, Ford e anche Lehman Brothers, con 900 miliardi. Non per nulla il presidente eletto Barack Obama sta mettendo a punto un pacchetto di stimolo economico «robusto e sostanzioso» da 800 miliardi di dollari. In due anni, però. Se riesce a contrastare i perdigiorno che si trastullano con Internet in ufficio, sistema tutto in un solo anno e gli avanzano pure 100 miliardi per la carità. Forza. Cominciate a mettere i lucchetti al Web quando le teste sono già scappate. Meglio tardi che mai.
La diffusione di Internet nelle famiglie cala? Dio sia lodato! È la prima volta, nel corso della storia, che l’Homo faber ha costruito una condotta paragonabile per capillarità solo a quella idrica ma non si preoccupa di ciò che vi scorre dentro, anzi teorizza che va benissimo così, che vero e falso, giusto e sbagliato, informazione e monnezza, santità e nequizia, ambrosia e cacca devono finalmente viaggiare insieme, mischiate nello stesso tubo, e non si cura affatto delle conseguenze, non valuta i pericoli, non punisce i fuorilegge, non difende i più deboli, perché è la Rete, bellezza, e tu non puoi farci niente, niente!, tutti devono adeguarsi al più presto, non bisogna opporsi alla dittatura della libertà.
Questa sì che è una catastrofe da gelare il sangue, Gian.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it