Bocciati sole e vento non resta che il nucleare

Il vertice sul clima di Copenaghen non poteva non fallire perché gli Stati Uniti hanno condizionato il loro impegno a quello della Cina e questa, capeggiando le economie emergenti, ha posto due condizioni ai Paesi ricchi da attuare entro il 2020, rimandando il suo impegno alla verifica della loro realizzazione.
Così la risoluzione di ridurre al 2050 di 2 gradi il presunto surriscaldamento della temperatura del globo, riducendo le emissioni inquinanti del 50 per cento rispetto a quelle del 1990, è rimasta come un semplice suggerimento di facciata. I Paesi emergenti, guidati dalla Cina chiedono che quelli ricchi taglino del 25-40 per cento le loro emissioni entro il 2020. Compito, ovviamente, impraticabile. E come se ciò non bastasse, domandano anche un indennizzo ai Paesi poveri che nel 2020 dovrebbe arrivare a 100 miliardi di dollari annui. Nel frattempo noi «ricchi», in crisi economica a differenza della Cina, che è in una situazione di boom con la bilancia commerciale in forte attivo, dovremo versare 10 miliardi di dollari annui ai Paesi emergenti, per indennizzarli del danno che noi facciamo alla temperatura del globo.
L’unico vero risultato del vertice di Copenaghen è stato questo: un nuovo impegno di sovvenzioni, che come al solito, verranno sprecate. Un emblema di questo spreco è costituito dai costi del vertice stesso. In cui tra politici e burocrati al seguito c’erano oltre 20mila persone, con 1.200 auto (con autista) nonché 140 aerei privati che, negli 11 giorni delle riunioni, hanno consumato in modo da emettere nell’atmosfera 2 tonnellate a testa di anidride carbonica, 41mila in totale, pari alle emissioni del Marocco in un anno. Il traguardo del 2050 del resto è misterioso. Non solo non si come sia possibile effettuare una riduzione di questa dimensione. Ma non si conoscono, neppure, quali siano le emissioni che agiscono sulla temperatura del globo e quale fosse il loro livello nel mondo nel 1990. E non si sa se corrisponde al vero che occorrano così tanti tagli delle emissioni per ridurre il surriscaldamento che si presume ci possa essere. Anche perché nessuno sa se, realmente, l’emissione di anidride carbonica nell’aria stia davvero generando un aumento di temperatura del globo. Per ora abbiamo un gelo invernale maggiore, e anche in anni passati si sono avute inversioni di tendenza rispetto agli inverni miti precedenti. È chiaro che le lobby delle energie pulite, tipo quella del vento e quella del sole, sono rimaste deluse. Speravano in un aumento di sovvenzioni per i loro prodotti e le loro ricerche. Un frutto positivo indiretto del vertice di Copenaghen è che si dovrà investire di più nell’energia nucleare, dato che la concorrenza dell’energia solare e del vento, a causa delle mancate nuove sovvenzioni, non farà sostanziali progressi, rispetto a ora. E la sola energia pulita che si conosca, ambientalmente sostenibile, è quella del nucleare della quarta generazione, che ha bisogno di poca acqua per il raffreddamento. Non sappiamo se le emissioni di anidride carbonica surriscaldano il pianeta e di quanto, ma sappiamo che «inquinano» l’aria dei centri abitati e delle strade e autostrade. Accanto a questi «inquinamenti» ci sono quelli alle acque. In Europa, tutto ciò è sotto controllo. Ma non in Cina e in altri Paesi che ci esportano i loro prodotti. E la ragione per cui i Paesi emergenti non hanno voluto firmare alcun accordo, continuando a inquinare, incuranti della salute dei loro abitanti, sta proprio nel fatto che in tal modo ci fanno una concorrenza sleale. Ora, dopo il fallimento del vertice di Copenaghen, c’è una ragione in più per prendere delle misure contro questa concorrenza sleale. Tre i modi per farlo. Il primo, è di sollevare la questione presso l’Organizzazione mondiale del commercio, chiedendo sanzioni a carico delle importazioni di beni prodotti senza rispettare l’ambiente; il secondo, è di promuovere un’azione in questo senso presso l’Unione europea, chiedendo almeno per i prodotti più sensibili un dazio il cui provento potrebbe andare ai Paesi poveri. Così, almeno, si capirà se la Cina vuole o no contribuire ad aiutarli, almeno con un dazio sulle sue esportazioni prodotte inquinando l’ambiente. C’è un terzo sistema, attuabile senza fare ricorso agli organismi sovranazionali: quello di un bollino blu, per i beni prodotti rispettando le nostre regole anti-inquinamento.