Boffo, Fini: "Fermiamoci, è deriva pericolosa"

Il direttore di <em>Avvenire</em> ha rimesso il mandato nelle mani di Bagnasco per due volte: dimissioni respinte. Padre Lombardi: &quot;Nessuna velina della Gendarmeria&quot;. Ma Feltri tira dritto: &quot;Nulla di cui scusarmi&quot;. Fini invita alla calma: &quot;Rischio imbarbarimento&quot;

Milano - L'attacco al Giornale arriva direttamente dal Vaticano. LA Santa Sede "smentisce nel modo più categorico" quanto affermato dal direttore del Giornale Vittorio Feltri secondo cui "la velina diffusa sul caso Boffo proverrebbe dalla Gendarmeria vaticana. Smentisco nel modo più categorico questa infondata affermazione. Viene il sospetto - si legge in una dichiarazione di padre Lombardi - che vi sia una intenzione di fomentare confusione, diffondendo false accuse". Feltri aveva parlato questa mattina a Radio Anch'io difendendo il documento pubblicato. "Non è una velina, ma un decreto penale di condanna in cui si accenna a molestie a sfondo anche sessuale. C’è una velina, ma non è questa, fatta circolare dai servizi segreti del Vaticano". "In realtà nel suo intervento Feltri aveva parlato di 'servizi segreti del Vaticano', entità in realtà inesistente - ha osservato il portavoce vaticano, precisando che "se Feltri si riferiva ai servizi di sicurezza vaticani, questi spettano alla Gendarmeria".

Prima volta La Cei ha respinto due volte le dimissioni di Dino Boffo. Il direttore di Avvenire avrebbe presentato due volte le sue dimissioni, rimettendo il suo mandato direttamente nelle mani del cardinale Angelo Bagnasco. Entrambe le volte, il numero uno della Cei le ha respinte. La prima volta che Boffo ha presentato le dimissioni è stato venerdì, nel giorno della pubblicazione sul Giornale dell’attacco di Vittorio Feltri e del successivo annullamento dell’incontro all’Aquila fra il premier Silvio Berlusconi e il cardinale Tarcisio Bertone, in occasione della celebrazione della Perdonanza.

La seconda volta Ieri, invece, la giornata è stata più convulsa. Dopo nuovi contatti tra segreteria di Stato e vertici Cei, e in seguito anche a una telefonata del Papa a Bagnasco per capire come starebbero i fatti, Boffo ha deciso di partire per Roma e per la seconda volta ha rassegnato le dimissioni a Bagnasco. Dimissioni che, ancora una volta, il numero uno dei vescovi ha respinto nettamente, con l’invito a Boffo di restare al proprio posto, soprattutto in questa fase delicata della vicenda. Intanto, per chiarire la sua posizione e le vicende che lo hanno coinvolto, il direttore del quotidiano dei vescovi, sempre secondo quanto si è appreso, avrebbe scritto anche una lettera al Segretario di Stato vaticano Bertone.

Conferma al Cdr "Se mai una decisione in questo senso fosse presa, i primi a saperlo sarebbero i giornalisti": lo ha detto un rappresentante del cdr di Avvenire, riferendo alla redazione di un colloquio avuto con il direttore. Boffo ha comunque confermato al cdr di essere stato ieri a Roma.

Nessun patteggiamento Sceglie il silenzio il direttore dell"Avvenire Dino Boffo sulle pagine del quotidiano di oggi. Ma in prima pagina il giornale pubblica la nota della Cei che riferiva di una telefonata del Papa al cardinale Bagnasco in cui esprimeva "stima e gratitudine" alla Conferenza episcopale italiana e al suo presidente. E la nota della Santa Sede, che riferiva di una telefonata del cardinale Tarcisio Bertone a Dino Boffo per esprimergli solidarietà. Sempre su Avvenire, in un articolo, si nega che ci sia stato un patteggiamento: "Non può esserci stato patteggiamento da parte di Boffo, perché non c’è stato alcun processo a suo carico. Non c’è riferimento a relazioni di tipo sessuale, se non (incidentalmente) a quelle della querelante con il suo compagno".

Feltri: "Chiedere scusa? Non ho motivi" Il direttore del Giornale, non fa nessuna marcia indietro e, a Radio Anch’io, risponde con una laconico "chiedere scusa? a chi e per cosa? Non capisco" quando viene sollecitato da un ascoltatore a fare dietro front nella polemica accesa nei confronti del direttore di Avvenire. "Io - dice Feltri - non ho nessuna arma se non la penna e da questa vicenda traggo un unico insegnamento: che in Italia si può parlare male solo di alcuni ma se si svelano gli altarini di altri si viene sommersi dagli insulti". Feltri, poi, difende il documento che ha pubblicato su Boffo: "Non è una velina ma un decreto penale di condanna in cui si accenna a molestie a sfondo anche sessuale. C’è una velina, ma non è questa, fatta circolare dai servizi segreti del Vaticano".

Doppiopesismo "Ci si è occupati di Boffo perché in presenza di un atto pubblico - ha ribadito Feltri -, ma prima ancora di verificare quello che fosse accaduto, il Giornale è stato travolto dalle polemiche, mentre Repubblica ha basato tutto sui pettegolezzi, addirittura pubblicando l’intervista del fidanzato della ragazzina di Casoria, che ha successivamente smentito tutto. Chissà perché quando il Giornale si è occupato del portavoce dei vescovi italiani si è usato un altro metro giudizio, che dimostra un doppiopesismo di cui non riusciamo a liberarci". Riferendosi a Boffo, Feltri ha spiegato che "il direttore del giornale in questione è il direttore dell’Avvenire, che è della Cei, ed è quindi praticamente il portavoce dei vescovi italiani, nonchè tra i critici sui pettegolezzi di Berlusconi. E questo dimostra da che pulpito viene la predica".

Fini: "Deriva pericolosa" "Io dico: fermiamoci, fermatevi, perché se si continua con quello che si è visto negli ultimi due mesi non si sa dove si va a finire". Lo ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini nel corso di un’intervista alla festa del Popolo della Libertà di Mirabello. Parlando delle polemiche degli ultimi giorni, dello scontro che si legge sulla stampa, il presidente della Camera ha sottolineato "il rischio di totale imbarbarimento, che si imbocchi una china pericolosa. Da qualche tempo - ha detto - in Italia non si polemizza tra portatori di idee, non si tenta di demolire un’idea, ma colui che l’idea ce l’ha. Si va dritti al killeraggio delle persone, con buona pace della credibilità dell’informazione e della politica, ma anche della credibilità dell’Italia in Europa".